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Il mondiale attraverso i miei nonni, ovvero i miei nonni “mondiali”
Tempo fa scrissi qualcosa sulle mie origini; in particolare, prendendo spunto da una poesia di Neruda, o forse di Martì, di quelle care anche al Che in quanto contenute nel suo quaderno verde, parlavo dei miei nonni, il bianco e il nero, l'uno “colto e responsabile”, l'altro “gentiluomo e un po' mignotto”.
Stamani, dopo essermene sognato uno che mi ricordava di quando da giovane ero una scheggia con la palla al piede e venivo ritenuto (da qualche scellerato incompetente, lo ammetto), una giovane promessa del calcio nostrano, mentre mi guardavo allo specchio, intento a farmi la barba, e notavo le similitudini fisiche con l'altro nonno, stesse orecchie, stessa forma del viso, stesse mani, stessa pelle, mi è tornato alla mente, forse a causa degli imminenti mondiali, il calcio che mi piaceva, quello vissuto cioè anche attraverso gli occhi di loro due.
Il nonno bianco, doppia laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche, giornalista sportivo di discreto successo, ex tenente partigiano doc con tanto di nome in codice per sfuggire ai tedeschi (da Castagnoli era stato trasformato in Marroni, che fantasia anche a quei tempi...), era appassionatissimo di calcio e scrisse per tutta la vita, anche dopo la pensione, sagaci articoli sul Livorno Calcio, tanto che la odierna sala stampa dello stadio Armando Picchi gli fu intitolata, anni fa, con cerimonia solenne.
Lui aveva seguito in prima linea, più che i Mondiali, le storiche Olimpiadi del '60 a Roma, delle quali mi parlava spesso, quelle in cui aveva avuto modo di conoscere, seppur di sfuggita, il mitico Gianni Brera. Lui aveva sofferto nel vedere il suo Livorno, un tempo quasi glorioso (perse un campionato all'ultima giornata con il blasonato Toro), sprofondare in C2, e poi ancora più giù, ma non aveva mai perso le staffe, né la fede negli amaranto; era un signore raffinato e onesto, binomio assai arduo della modernità.
Lui aveva una moglie, mia nonna, della quale mi sono state narrate le gesta da mia mamma (poiché morì che avevo appena un anno), che viveva il calcio da appassionata cronica, della Juventus e del Livorno insieme. Si aggirava negli stadi, in compagnia di qualche amica “bene”, vestita di tutto punto, da nobil donna di origini abruzzesi qual era, facendo gli scongiuri “scaramanzia la torcia nera, scaramanzia la torcia nera”, ripeteva invasata e superstiziosa a livello tale da maledire a più riprese l'arbitro e i giocatori avversari fino ad attirarsi gli insulti dell'opposta tifoseria, incredula di fronte a tanta animosità.
Lui mi venne a veder giocare una sola volta e, da uomo irreprensibile qual era, mai si sarebbe sognato di mettere una buona parola sul nipote, magari a qualche dirigente del Livorno, per avviarmi a una carriera che non avrei affatto meritato. Me la ricordo ancora quella occasione, perché io, nel mio massimo periodo di forma, quando addirittura qualche osservatore si presentava al campo e mi strizzava l'occhio, feci una partita pessima, irrigidito ed intimorito da quella presenza, alla quale tenevo particolarmente. Anche di lì capii che non sarei mai stato un giocatore vero, ero tutto cuore ma non avevo alcuna capacità di gestire l'emozione.
Il nonno nero, nato e vissuto in Borgo Cappuccini, forse il quartiere popolare di Livorno per antonomasia, non aveva studiato, ma si diceva avesse gestito, prima che io nascessi, uno storico bar nel quale tante volte ho sognato di entrare a bermi un bel ponce caldo a bollore.
Anche lui aveva fatto la guerra, anzi era stato a lungo in Marina, imbarcato su una nave che ricordo, dalle foto in bianco e nero, come un immenso bestione dal quale lui e i compagni si gettavano in mare esibendosi nei tuffi più disparati.
Lui, durante la seconda guerra, era “sfollato” nelle campagne di Santa Luce Orciano insieme alla mia nonna, che avrebbe dato alla luce il mio babbo il 26 di Giugno del 1944, in una macchina coperta di foglie nel bel mezzo dei bombardamenti, tanto che all'anagrafe mio padre risulta ancora essere nato diversi giorni dopo, il 17 di Luglio.
Lui, il nonno un po' mignotto, amava la boxe ma, da buon italiano, non poteva che essere appassionato anche di pallone.
Lui mi venne a veder giocare più volte, insieme a mia nonna che si preoccupava più che altro di quanto mangiassi e del fatto che non sudassi troppo; neanche lui urlava, a dire il vero, ma i commenti tecnici e non che tirava fuori a fine partita erano intrisi di labronicità.
Del nonno bianco, in relazione ai Mondiali, ricordo quelli del 1982. Io, già aspirante calciatore (facevo parte della scuola calcio Masi “Rummenigge”, in qualche modo, infatti, legata all'Inter) me li vidi quasi tutti sul terrazzo, non perché facesse caldo, ma perché, soprattutto nella partita contro il Brasile, me la facevo sotto ad ogni attacco di Zico e compagni e fuggivo dalla fumosa stanza in cui la famiglia seguiva l'evento, per poi esser richiamato da mia mamma quando Paolo Rossi e gli azzurri tornavano in avanti.
La finale, poi, ce la guardammo tutti insieme nel tinello (la classica stanza che non ha più senso nelle case moderne, tutte costruite con soluzioni open space), e dico tutti insieme perché c'era pure mio “Zio Pinuccio”, da anni residente a Bologna (fu Direttore del Guerrin Sportivo, per un breve lasso di tempo), che aveva portato la famiglia a Livorno a trascorrere un po' di ferie in riva ad un mare che continua, giustamente, a sentire anche un po' suo.
Del nonno nero ricordo, invece, la finale del 1986 tra Argentina e Germania vista a casa sua (sempre in Borgo Cappuccini!) poiché i miei erano in vacanza e io e mia sorella andavamo a cibarci dalla mia nonnina che tentava di farci scoppiare a suon di “topini” al ragù fatti in casa (speciali, ne sento ancora nitido il sapore in bocca, quando ci penso) e altri piatti di indubbia bontà ma dal contenuto colesterolemico fuori dall normale.
Ricordo di aver tifato per tutto il tempo Argentina, insieme a mio nonno che non poteva non avercela a morte coi tedescacci e che continuava a versarsi bicchieri di vino rosso dal fiasco del contadino, per poi scoppiarseli in santa pace, tra un'azione e l'altra, finendo per assopirsi, come gli capitava spesso, con il gomito piantato sul tavolino e il pugno a sorreggergli la faccia, in un'espressione serena.
Questo del 2010, invece, sarà il primo Mondiale per la mia nipotina, nel senso che nel 2006 era troppo piccola e che adesso comincia a capire che cosa sia il calcio e come funzioni, sebbene probabilmente non gliene freghi un fico secco. Lei è una raffinata tennista e si interesserà, piuttosto, degli articoli eleganti di Clerici; del pallone, per adesso, sa solo che si gioca coi piedi e che il migliore calciatore del mondo è Cristiano, non Ronaldo però, ma Lucarelli!
Chissà che un domani non si ricordi anch'essa di questi primi mondiali africani, già storici da un certo punta di vista, vissuti accanto a nonno Massimo e nonna Lalla. O allo Zio Emi, perché no.
Senza scadere nel patetico, dunque, un omaggio ai miei nonni, attraverso la poesia che gli scrissi qualche tempo fa:
“Ombre che solo io vedo,
mi accompagnano i miei due nonni”.
L'uno bianco, colto e responsabile.
L'altro nero, gentiluomo e un po' mignotto.
Il bianco gioca con le parole, soppesandole e ricamando frasi ad effetto, raffinate ed argute.
Il nero impreca o sorride a difesa dei suoi valori genuini, biascicando frasi dal suono impastato di un buon fiasco di vino paglioso.
Il bianco si schiera dalla parte dei giusti e lotta con dedizione per la causa, ma rimane nell'ombra, in disparte, pur avendo ruoli di primo piano.
Il nero gonfia il petto e mostra la pelle lucida, cerca rifugio per i suoi cari e cibo per la sua gente. Non ha paura delle bombe, molto più dei terremoti, casomai, perché “non ci puoi far niente”.
Il bianco stimola il mio cervello di continuo e porta consigli, ponderato.
Il nero alimenta il mio cuore ballerino e mi induce a qualche sbaglio, che mai rinnegherò, però.
“Ombre che io solo vedo”, mi accompagnano dall'alto, ma anche da dentro.



