A tempo scaduto
(Carta n° 27)

Magari c’è un modo ancora peggiore di passare il sabato sera, solo che in questo momento, con un paio di calzini usati stipati in bocca, del nastro adesivo sulle labbra e attorno ai polsi e alle caviglie, non me ne viene in mente nessuno.
Uno di questi modi peggiori, per esempio, è che stasera c’è Roma-Juventus e che Roma-Juventus è iniziata da più di un
quarto d’ora.
Un ottimista direbbe: i due ladri che ti stanno svaligiando la casa hanno avuto almeno la premura di sceglierti una sedia davanti al televisore.
Un pessimista incallito come me, quello subito a risponderti che i ladri che gli stanno svaligiando la casa, quei due cazzo di stronzi, quelle sottospecie di Gianni e Pinotto versione Polonia, il televisore l’hanno lasciato spento.
Un altro di quei modi peggiori di passare il sabato sera è che con le mani legate non riesci ad arrivare al telecomando. E un altro ancora è che ogni tuo sforzo in tal senso ti guadagna lo sguardo sempre più severo di Laura, che se ne sta legata e imbavagliata sulla sedia a fianco e si vede chiaramente che pensa: ma che cazzo vuoi fare, farci uccidere tutti e due?

Io e Laura viviamo insieme da troppo tempo perché i suoi pensieri mi rimangano misteriosi per più di un nanosecondo. 
Io e Laura, per l’esattezza, viviamo insieme da sette anni e otto mesi, stiamo insieme da dodici e ci lasceremo precisamente tra quattro settimane, almeno se le cose continuano ad andare in questo modo. Questo è il tempo che ci siamo dati. Prendiamoci un tempo, abbiamo detto. E il tempo scade il 16 maggio alle 14,20. Per l’esattezza.
Laura sostiene che dobbiamo trovare un nuovo inizio. La sua ricetta infallibile è: avere in qualche modo una catarsi e poi trovare un nuovo inizio. La ricerca di questa catarsi e di questo nuovo inizio deve necessariamente avvenire entro e non oltre il 16 maggio alle ore 14,20 in punto. Per l’esattezza. Così, mentre i due ospiti si stanno facendo un panino nella nostra cucina da quindicimila euro, mi capita di guardare Laura per capire se questo, secondo lei, potrebbe essere in qualche modo considerato, ecco, un buon abbozzo di catarsi. La vedo agitarsi sulla sedia e davvero, fidatevi, so cosa sta pensando.
Lo so perché, fidatevi, viviamo insieme da troppo tempo, e quello a cui sta pensando Laura sono le impronte di fango che i ladri stanno lasciando sul nostro tappeto buono, perché Laura è uno di quei tipi che, portami pure via mezzo appartamento ma, ti prego oh ti prego levati le scarpe prima di entrare tu non hai nemmeno un’idea di quanti batteri raccolgano un paio di scarpe sui marciapiedi di questa città. Di quante pipì di cane. Di quanta sporcizia.
Quindi, quello che sta pensando Laura è, più o meno, portatevi via tutto quello che dovete, prendetevi tutti i soldi, ma per favore smettetela di riempirci il tappeto di germi.
Quello che Laura non ha capito, è che il tappeto, quello, può pure dirgli addio.

Siete in autostrada e state guidando la vostra macchinetta in direzione casa. Un Tir salta la corsia proprio davanti a voi e sta per schiantarvisi addosso. Il vostro ultimo pensiero, fidatevi di me, non è lascio una vedova inconsolabile.
Non è, lascio una madre malata che aveva solo me al mondo. Non è, lascio una figlia di tre anni.
Il vostro ultimo pensiero, fidatevi di me, è, lascio un vibratore di trenta centimetri in un cassetto segreto che verrà aperto da
chissà chi.
Il vostro ultimo pensiero è, lascio una catasta di film sadomaso sul fondo di una cassa sopra l’armadio. È, lascio una pila di riviste gay nel garage. Il vostro ultimo pensiero, credetemi, è, lascio una videocassetta con su scritto «Guerre Stellari» nascosta dietro a una fila di documentari di Discovery Channel, e in cui, dal minuto 37 e 26 secondi, Luke Skywalker va a prendersi un caffè e per un’oretta buona ci sono io sedicenne che mi sbatto mia cugina quattordicenne sul letto della casa al mare di mia zia. Il vostro ultimo pensiero, al massimo, ve lo concedo, è, avrei dovuto cancellarla. O cose di questo tipo. Perché è così che è fatto il nostro cervello.
Nel momento stesso in cui vostra moglie vi becca a letto con una cubista piena di piercing, voi non pensate, questo le farà davvero male. Non pensate, venti anni di matrimonio.
Credetemi, la prima cosa che pensate è ancora un quarto d’ora. Pensate, ti prego, torna tra un quarto d’ora.
Non siamo ancora arrivati al sesso anale. Non ho ancora eiaculato. Questa garçonniere mi costa ottocento euro al mese.
Sapete benissimo che è così, e quindi, insomma, adesso cercate di non farla troppo lunga se vi dico che, ora come ora, con questi due stronzi che stanno impacchettando tutti i miei quadri, la mia preoccupazione non è né i quadri né il tappeto né la cassaforte né Laura, ma solo:
se mi concentro sulle voci dei vicini.
Se sto davvero attento ai rumori provenienti dalle altre case.
Se riesco a sintonizzarmi sul ciccione del terzo piano, riuscirò a distinguere le urla per un goal annullato da quelle per un rigore? Riuscirò a capire chi ha segnato? Saprò distinguere un palo da un fuorigioco?

Questi due sono davvero assurdi. A vederteli davanti, non ci credi che possano essere veri. Nemmeno un genio del casting avrebbe saputo assortirli meglio: uno ha la pancetta da bevitore e lo sguardo bovino e l’altro è terribilmente sottopeso, un fascio di nervi, agitatissimo. Uno goffo e sorridente, l’altro incazzato nero. Il ciccio e lo smilzo. Due ladri da cartolina, da telefilm. Il ciccio non sembra nemmeno che stia svaligiando un appartamento. Tiene aperto il sacco con la mano sinistra, mentre continua a ingozzarsi di cibo e vino con la destra. Guarda le pareti come se stesse valutandone la solidità. Probabilmente, prima di incontrare lo smilzo, faceva il muratore. Mentre l’altro si sta facendo fuori l’argenteria, lui guarda in basso e ha tutta l’aria di pensare: ma chi l’avrà posato questo pavimento? Guarda che fughe sbilenche tra le mattonelle. Se mi chiamavano a me…
Davvero, gli manca solo il cappellino di carta e la cazzuola in mano, per sentirsi a suo agio.
Lo smilzo apre un cassetto dopo l’altro, è metodico anche se si muove a scatti, forse si è fatto di coca. Prende la foto del matrimonio, quella sulla credenza, la guarda con attenzione. Non la foto, è ovvio. La cornice. D’argento. E poi se la imbusta.
Sotto il bavaglio, Laura sbuffa e urla. Posso immaginare cosa ha da dire: la foto del matrimonio no, quella no. Prendetevi soltanto la cornice, brutti stronzi.
Allo smilzo non piace il rumore, quindi eccolo che si avvicina con un coltello in mano. Lo punta verso Laura, si mette il dito indice davanti alle labbra, ringhia rabbioso: shhh.
E proprio in quel momento, come a smentirlo, arriva dalle case vicine, dalle strade, un boato inconfondibile, il suono più dolce che esista. Qui non c’è margine di errore possibile, nessuno l’ha annullato questo goal. Il ciccione del terzo piano grida impazzito di gioia come un telecronista brasiliano.
Mentre esplodo nel mio Maracanà personale, Gianni e Pinotto si guardano perplessi. Lo smilzo ha l’aria di non averci capito niente, il ciccio sorride e mastica un po’ di arrosto. Poi si avvicina al televisore e lo accende. Lo smilzo si batte una mano sulla fronte e, sottovoce, dice qualcosa nella sua lingua che suona molto, molto vicino a «cazzo, la partita!».
Il ciccio gira i canali, finalmente sembra ridestarsi dal torpore. La partita non c’è. Si gratta la testa, rivolge uno sguardo allo smilzo che va ad aiutarlo.
E mentre Laura continua a lamentarsi, io urlo sotto il mio bavaglio per attirare l’attenzione dei due deficienti. Il mio «Dovete accendere il decoder», per via del calzino, diventa qualcosa di molto simile a un barrito. Lo smilzo si gira e ricomincia a schiacciare tasti a caso. Io continuo a barrire, spalanco gli occhi, li punto in direzione del telecomando Sky.
«Sky!», urlo. Ma il calzino, il bavaglio, dicono solo «kkka!».
Come se avesse bisogno di minacciarmi per convincermi a rivelargli il segreto, lo smilzo mi punta il coltello alla gola. Io sbarro gli occhi verso il telecomando, lo smilzo scatta. Forse ha capito. Fisso lo guardo sul televisore. L’insulso tv-movie del sabato sera viene sommerso di bandiere giallorosse. Totti corre verso il centrocampo festeggiato dai compagni. Non vedo nient’altro, non esiste nient’altro. Non vedo Laura, so come mi sta guardando e cosa pensa di me. Non importa. Quel che importa è che il replay mostra il Capitano che prende la rincorsa, punizione da trenta metri, leggermente spostata sulla sinistra. Il tiro è carico d’effetto, aggira la barriera e s’infila all’incrocio dei pali, Buffon nemmeno ci s’avvicina.
Bloccato sulla mia sedia, guardo quel capolavoro di balistica e non posso fare a meno di dire:  GHMNRSH!»
Laura, lei, è ovvio, dice: «mnstk!».
Ma io me ne sbatto, grido: «MGNHFSHC!».
Lo smilzo dev’essere proprio della Juve, perché si rifà sotto col coltello, incazzatissimo. Io rido. Da trenta metri, stronzo. Vattene a piangere da Moggi, stronzo.
Starete a dirmi che non è un atteggiamento sano, che non è sensato. Beh, lasciatevi dire una cosa anche voi, burini laziali del cazzo: da trenta metri. Sotto l’incrocio. Chisseloincula, lo smilzo.
Il coltello mi punge la gola, sotto il nastro adesivo. Laura inizia a urlare, lo smilzo minaccia anche lei. Poi il ciccio gli batte una mano sulla spalla, li sento dialogare svelti alle mie spalle. Lo smilzo alza la voce, poi il ciccio si avvia verso il televisore ed alza il volume al massimo. E io dico, mentalmente: grazie, ciccio.

Quel che succede dopo, è molto semplice: la Roma attacca, la Juve non striscia un pallone. Mancini e De Rossi sono scatenati, Totti ha il piede caldo. Lo smilzo e il ciccio sono spariti di là, stanno svaligiando la camera, evidentemente. Sento Laura che si contorce, si divincola, chissà che s’è messa in testa di fare. Dal mio punto di vista, ci starebbe bene una birra, ma a parte questo è quasi il mio sabato sera ideale.
Per trenta minuti, schiacciamo la Juve nella sua area. Ci sta un rigore netto su Tommasi, ma l’arbitro fa finta di niente. Il condominio urla a lungo, distinguo nettamente una serie interminabile di bestemmie provenienti dal terzo piano. Lo smilzo sbuca fuori dalla porta, correndo. Tenendo qualcosa dietro la schiena si affaccia davanti al televisore per vedere cosa sia successo. Quando vede che il risultato è ancora fermo sull’uno a zero, ci rimane come uno stronzo. Mi strizza un’orecchio, fa un male di merda. E poi mi butta in faccia la mia maglia della Roma. Quella vecchia, del secondo scudetto. Quella di Falcao. L’avrà trovata di là, nel primo cassetto. Lo smilzo indica la maglia e continua a tentare di svitarmi un lobo. Con un accento che nemmeno nelle barzellette, dice «fafanculo». «Juve, thebest!», dice. E poi, puntandomi l’indice in petto, «Tu, merda». Si sta scaldando, per fortuna il ciccio viene a portarselo via. Con la coda dell’occhio, guardo Laura che sembra essersi calmata. Non sta più tentando di divincolarsi. Meglio, così posso godermi in pace
l’ultimo quarto d’ora.
Al quarantaduesimo Montella becca un palo, poi Mancini da un metro manda fuori. Peccato, perché il due a zero ci stava tutto. Comunque ormai è andata, manca poco.
Sulla mia sinistra, Laura è di nuovo molto tesa. Si agita sulla sua sedia quasi come Giraudo in tribuna. Il quarto uomo mostra i minuti di recupero decisi dall’arbitro: sette.
Queste sono le cose che mi fanno davvero andare fuori di testa. Non c’è nessun motivo al mondo per dare sette minuti di recupero, tranne che quei bastardi stanno perdendo. Ci sono state solo tre sostituzioni, e fanno un minuto e mezzo. Un altro minuto per il goal, proprio a voler esagerare. Non c’è stato nessun infortunio. Adesso da dove cazzo sbucano sette minuti di recupero?
Intanto sono tornati a farci compagnia Gianni e Pinotto, coi loro sacchi belli pieni. Rimangono per un attimo a seguire la partita, lo smilzo ride quando un difensore della Juve lascia Totti spaccato in due a centrocampo. Nemmeno ammonito, ovviamente.
Al quarantanovesimo c’è un corner per la Juventus. Gianni e Pinotto guardano l’orologio. Il ciccio si carica in spalla quasi tutto il bottino, poi stacca la spina del televisore e fa per portarselo dietro, ma lo smilzo glielo strappa di mano e lo riaccende. Il calcio d’angolo non ha portato pericoli, la palla ce l’abbiamo noi. Meno 90 secondi. Lo smilzo e il ciccio iniziano a litigare: il buon muratore convertitosi al crimine ha giustamente fretta d’andarsene durante gli ultimi secondi di gioco, in modo da non trovare nessuno per le scale o in giro. Lo juventino, invece, povero stronzo illuso, crede ancora nel pareggio. Intanto Mancini tiene palla sulla trequarti. Meno settanta secondi. Il ciccio spegne di nuovo il televisore, lo smilzo gli  punta contro il coltello e indica la spina. Per una volta, mi trova perfettamente d’accordo.
Sulla sua sedia, Laura si agita e sbuffa e spalanca gli occhi in direzione dei due ladri. Il ciccio guarda il suo socio, scuote la testa sorridendo e riattacca la spina. Dallo schermo torna la voce dei telecronisti, mentre lo smilzo è di nuovo libero di urlare qualcosa al suo compare. Meno ventotto secondi. Perdiamo palla a centrocampo. Emerson, quel traditore schifoso pieno di pus, lancia lungo per Del Piero che per fortuna è in fuorigioco di almeno quattro metri. Lo smilzo si agita mentre Del Piero stoppa il pallone, ma tanto è in fuorigioco, non è un problema, solo che quel pezzo di merda dribbla Pellizzoli e mette in rete ma è fuorigioco, arbitro, fuorigioco di cinque metri buoni, quando cazzo fischi? Del Piero esulta come se avesse segnato davvero, lo smilzo si mette a ballare davanti a me,  io cerco di vedere che cosa succede sullo schermo. I giocatori della Roma protestano, l’arbitro va dal guardalinee che finalmente gli spiegherà che cosa è successo, intanto parte il replay di Sky, fuorigioco di quattro o cinque metri, i telecronisti se la ridono. Anche lo smilzo se la ride, povero stronzo, vedrai adesso quando il guardalinee te lo annulla, il tuo goal di merda. Io mi rilasso, lo schermo non riesco più a vederlo, lo smilzo s’è portato le mani davanti al pacco ed esegue una serie di movimenti pelvici a pochi centimetri dal mio naso. Abbasso la testa per non entrare in contatto con i suoi genitali, davvero non è il mio tipo e poi, come dire, ho bisogno di un po’ di intimità per carburare, non sono il tipo che fa un pompino al primo appuntamento. Guardando fisso il pavimento tra le mie ginocchia, sento Laura che grida sotto il bavaglio, Gianni e Pinotto che urlano anche loro, ma soprattutto sento il telecronista dire: «È incredibile », dire «ha convalidato», e altre terribili frasi di questo tenore.
Lo smilzo mi prende per i capelli e mi strattona, obbligandomi a guardare lo schermo. I giocatori della Juve che si abbracciano, un’orgia di mani che si battono il cinque nel cerchio di centrocampo, lo stadio che vomita urla e fumogeni all’indirizzo del guardalinee. Ci gode, lo smilzo. Ride. «Juve, thebest!», dice, tirando in terra la maglia di Falcao. Dice: «Tu, merda».
Il ciccio tenta di portarlo via, la partita ormai è finita. Ma lo smilzo ha il suo ultimo lampo di genio: si sbottona la patta, tira fuori il suo cazzetto moscio e inizia a pisciare sulla maglia della Roma,
sul pavimento, sul nostro parquet rilamato solo due settimane fa. Laura comincia a gridare forte, dice «mghts!». 
Urla: «gghhts!».
Come se a questo punto facesse qualche differenza, Laura grida: «sstrz!».

E quando i due stronzissimi ladri se ne sono andati, quando questi rapinatori del cazzo hanno finalmente portato via tutto, c’è Laura che singhiozza tra le mie braccia e dice «stringimi». Dice: «ho avuto tanta paura». Dice: «perché?».
E anche un cieco come me, anche un pessimista incallito come me non riesce a non vedere che, nonostante tutto, Laura è di nuovo tra le mie braccia. Che, nonostante tutto, ecco il nostro nuovo inizio. Per la prima volta da tanto tempo, riesco a dimenticare ogni cosa, riesco a pensare soltanto a Laura che piange e mi abbraccia e mi chiede «perché».
La stringo e la accarezzo e la bacio e le dico: «coraggio ». Dico: «ce la faremo». E, credetemi, so che davvero questo è il nostro nuovo inizio quando sento la voce di Laura che singhiozza e grida: «quei bastardi».
Grida: «quegli schifosi bastardi».
Grida: «un fuorigioco di almeno quattro metri».

 

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