Tre giorni sul dito

L’inizio non è dei migliori: Susa non vuol lasciarmi partire; sei ore sotto il sole, le macchine unico vento, solo. Digrigno un sorriso a due ragazze appena arrivate; già sospetto la fregatura. Difatti un fottutissimo camionista le raccoglie subito: io impreco e gli auguro che vada buca, con le gomme e con le fanciulle. Che resti tutto il giorno a pensare come farsele e poi se la prenda nel nodo. ”Non dategliela”, gli urlo dietro.
Intanto arriva un marocchino e ci mettiamo insieme, ma inutilmente. Ancora vento di macchine. Stiamo per consegnarci al treno  quando un samaritano francese si ferma. E’ fatta.
Su per il Moncenisio, il confine, giù per la Francia
Con un bel fendente automobilistico: l’osso su cui ci fermiamo è Chambery. Un osso duro, e difatti non ci muoviamo più. Le proviamo tutte, dallo stop duro, senza compromessi, allo stop preghiera, dallo stop incazzato allo stop sorriso fino allo stop-tease:  niente da fare.
Ci cerchiamo un prato e mangiamo. Poche parole e Robert già dorme, con un asciugamano sulla testa. M’infilo nel sacco e comincio a ragionare sulla gente che s’incontra per caso e subito divide il cibo, si dorme vicino, si crede , blowin’ in the wind, hippies di tutto il mondo unitevi: a questo punto dovrei dormire, come tutte le volte che i ragionamenti finiscono in retorica, sentimentalismo e palle varie. Ma non ci riesco. I fari delle macchine screpolano l’alba, la strada è sempre lì a dieci metri, è già ora di alzarsi.
Ci dividiamo quasi subito, perché in due proprio non funziona: un saluto, solito scambio di indirizzi che non serviranno mai e rieccomi da solo. Parto quasi subito: il mio ”autista” è professore di fisica, con la fissazione della fissione. E parla. Mi spiega tutto, fino alla luna: tutta una truffa, dice: ”Tutta politica, tutta propaganda. Non serve a niente; andare a cercar pietre lassù con tutte quelle che abbiamo qui, ma chi ha mai visto?”. Un atomo dopo mi scarica a Lyon; è una città incubo, temuta da tutti gli autostoppisti, una piovra di strade, e devi camminarla tutta. Mi riduco uno straccio ambulante, coi piedi a fette, finchè incontro uno dei dieci francesi che conosco.Un bel culo, niente da dire. Nel colmo del delirio, riesco anche a chiedergli cosa fa lì, lui che è di Lyon, io che non so più di dove sono.
Comunque mi tira fuori e rieccomi a penzolare nella campagna; è di nuovo il tramonto, col sole che pialla l’orizzonte. E di nuovo notte: sotto un lampione e contro un paracarro mi metto Pia in testa. Non c’è motivo, o forse il sentirmi solo, e lei è la prima che mi prende le briglie. Nasce una poesia. L’autostop del sangue.

Vorrei toccarti
i denti coi denti
a far rumore nel sangue.
E il sangue, frustrato
dalla società del benessere,
ricattato
dai globuli rossi
a falce e martello,
il sangue,
costretto a girarmi,
non ripeterà
che lo lascio morire.
Sarà come passasse nei reni
i tuoi
a cercare
pietre d’amore.

Poi a letto, anzi,a prato. E’ comodissimo, spesso, con l’erba nuova aggrappata a quella vecchia: sto come un papa. Ecco la bestemmia, ecco il cielo che si vendica, lampi su lampi, gocce. Intorno non c’è un riparo a pagarlo, così raccolgo gli stracci e vado a sdraiarmi di fianco a un garage, nuda terra, puzza di olio, niente di romantico.
Alle sei sto già di nuovo elemosinando un passaggio; mi porta via un riccastro completo di barca a vela. Poi un immenso e caldissimo caffè, tutto acqua e niente caffè. Poi tutto il giorno a fare le corse con un altro autostoppista: passo in macchina e lo vedo fermo ,passa lui e vede me. Cominciamo a salutarci, farci dei segni, incoraggiarci, finchè una macchina ci accoppia e ci porta a Tours. Per oggi sono 450 chilometri, niente male.
A Tours c’è il centro di raccolta: arrivano tutti i volontari che poi vengono spediti ai vari campi di lavoro.
E vado anch’io a farmi destinare: è ora di cena, due panini di fretta. Ci sono altri; ci si ruba i nomi, da dove vieni, hai già fatto i campi, parli inglese, conosco uno di Torino.
C’è una ragazza con gli occhi che tagliano, metallici, fregati a un gatto.   Mi piace senza chiedermelo. E, mentre cerco il modo di parlarle, lei decide di affittarmi per il viaggio: ”Domani sono sola, vuoi venire con me?”.
Se voglio? Faccio un casino della madonna e ottengo di andare in un campo vicino al suo; per domani siamo a posto. E per stanotte? Stanotte impossibile dormire, con lei nella testa, con addosso quei suoi occhi a punta; i seni invece non sono né a punta né rotondi: non ci sono.
Un frettoloso riepilogo dei miei amori mi convince che sia un destino, colmo dei colmi ,io montanaro condannato a ragazze tutta pianura.
Partiamo per primi, al mattino; tra una macchina e l’altra ci raccontiamo un po’. Parliamo di solitudine, unica corda che tiene fino alla fine, di poesia, di sport, lei mi presta Baudelaire, io ricambio con Pavese; scopro che gioca a rugby, mi trovo a chiamarla mia dolce Villepreux, o Bollesan, fioriscono battute, Viviane sei la mia meta, chissà se capiterà una mischia…..
Intanto capita che siamo fermi in mezzo a un rettilineo supersonico, insultati dalla velocità delle macchine. Neanche ci vedono. Non mi spiace troppo: già assaggio la notte con lei, nei prati, far l’autostop ai grilli.
Ma non è destino.
Me lo dicevano, me lo ripetevano, non volevo crederci: attento quando vedi una Prinz verde guidata da uno col cappello, è la macchina più pericolosa in commercio. E difatti, qualcosa lo fulmini, mi rovina la partita. Ai due all’ora, ma ci porta via.
Eccoci a Cognac. Lei deve fermarsi qui. E’ una sera di zanzare, senza un bacio, sgangherata; Viviane dice cose strane. Le pare di essere un’illusa,
un nulla. Di scrivere sulla polvere dei secoli, con tutto il vento che ci sarà ancora.
”Milioni di persone dicono cose, e poi ogni cosa sottoterra, i grandi uomini come i piccoli. Che senso ha essere grandi oppure piccoli?”.
Io la guardo col mio ottimismo impotente. Provo a dirle che lasciamo un’impronta, che tante impronte insieme, eccetera.
I suoi occhi sono un’unghiata amara. Si sputa addosso altre parole: ”Allora sono un segno da poco, niente più di un graffio: come se facessi l’autostop alla vita, o l’avessi fatto. E mi hanno caricato, ma non so dove; e mi hanno lasciato in un prato immenso, senza uomini, e cammino, sempre per sempre, cammino con la mia ombra davanti e l’erba mi inghiotte.E’ il nulla, capisci? Io non spero più”.
“Porco schifo” le ribatto, ”questa è autocommiserazione a poco prezzo, una poltrona mentale, merda nel sangue!”.
Ho la faccia pietrosa, lei gli occhi di lava :non vince nessuno dei due.
Tutta la notte a rotolarmi nelle zanzare, a grattarmi via le sue parole, a pungerla con le mie. Al mattino ci vogliamo bene, quasi avessimo passato la notte nello stesso letto a toglierci le stesse voglie.
E’ il momento giusto per lasciarci alla sportiva; lei ha la faccia di una che è stata placcata sulla linea di meta, a me hanno negato un rigore all’ultimo minuto. Ed è proprio l’ultimo minuto che dura un bacio di mezz’ora, senza parole finalmente, saliva della nostra saliva, al limite del soffocamento.
Si stacca. Negli occhi ha i palloni da rugby sgonfi.
Me ne vado; quello sguardo laser mi accompagna come una rotaia. Alzo il pollice alla prima macchina. Piovischia. Mi sento Pollicino in fuga, con tutte le briciole dirottate da cupidi difettosi.
Non la rivedrò.

(Racconto premiato nel 1976 al concorso dell’Associazione calciatori. In giuria Oreste Del Buono, Virginio Scapin e Gianni Mura.
Motivazione: ”Un originale e zingaresco carnet di viaggio, reso con totale sincerità e incisiva padronanza dei mezzi espressivi”)  
    

 

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