Paolo Sollier -
estratto sulla nazionale scrittori da "Spogliatoio"

Da alcuni anni, fai parte di un’interessante selezione “azzurra”: la Nazionale scrittori.

«L’idea è venuta nel 2001 a due operatrici culturali di Cesena, Silvia Brecciaroli e Paola Cimatti, animatrici dell’associazione “Le civette sul comò”, e a Paolo Verri.
L’obiettivo, semplice e ambizioso, era di giocare al pallone dando corpo alla fisicità repressa degli intellettuali. Scelsero come ispiratore Osvaldo Soriano, il più calciatore
degli scrittori e il più scrittore dei calciatori, e spedirono una quarantina di mail. I primi a rispondere furono Alessandro Baricco (poi definitivo numero 10 e procacciatore di sponsor), Carlo D’Amicis (laziale perso e rigorista infallibile, tranne che nel momento della vita), e Gianluca Favetto (l’unico portiere che riesce, al tempo stesso, a parare e battersi le mani). Di lì sono partiti, senza manifesti ideali o l’alibi di spendersi in iniziative di beneficenza, e hanno attirato nella trappola tutti gli scrittori desiderosi di vendetta verso uno sport che li aveva illusi e abbandonati. Tutto fu pensato in relazione a piccoli progetti collaterali, come dibattiti, iniziative culturali, promozione di libri, letture collettive, purché non mancasse la partita. Io sono salito in corsa, nel 2005, dopo una telefonata di Favetto che mi proponeva questa panchina deviante. Ne fui molto contento, a parte qualche dubbio legato alla parallela attività di allenatore, ma erano così diverse che si integrarono benissimo».

Questa Nazionale scrittori ha dei punti in comune con il calcio che hai giocato da professionista?

«C’è uno spirito tutto particolare, una specie di settore giovanile postdatato cui iscrivere tutte le cose lasciate indietro, e non solo calcistiche. Entusiasmi infantili e grovigli tecnici, abbandono e divertimento, impennate permalose ed evidenti complicità in delittche qualche passaggio giusto.
Siamo diventati una discreta squadra, anche se perdiamo qualche colpo e anche qualche corpo vivo, sotto forma di diserzione agli appuntamenti programmati».

Di questa Nazionale scrittori i media italiani parlano poco, quasi niente.

«Sì, la squadra è in ombra: rispetto alla Nazionale cantanti, siamo degli sconosciuti. Eppure abbiamo ormai una discreta storia alle spalle, e abbiamo partecipato a quattro Writer’s leagues contro squadre di scrittori europei, durante le quali sono stati organizzati eventi molto interessanti sul piano culturale».

Riempiamo la lacuna informativa: spiega questi eventi calcioculturali.

«Abbiamo cominciato a San Casciano Terme, nell’autunno del 2005: esperienza disastrosa sul piano sportivo, quarti su quattro, dietro a Svezia, Germania e Ungheria,
ma molto bella per quella strana comunità che si era creata con i calcioscrittori stranieri. E ricordo che i tavoli per la cena furono apparecchiati lungo i vicoli del paesino, creando un’atmosfera fuori dal tempo, anche se soffiava un vento gelido di ottobre. Risale a quei giorni uno dei tormentoni del nostro gruppo. A un certo punto la squadra subì un contropiede e la difesa era scoperta: vedendo arrivare una caterva di avversari assatanati,
Giampaolo Simi, difensore centrale, in vero panico agonistico cominciò a chiamare: “Peri, Peri, dove sei?”. Peri era Alessandro Perissinotto, esterno destro (la cui fascia
era saldamente in mano al nemico), ma Perissinotto se ne stava in panchina, dato che era stato sostituito da dieci minuti. E quell’urlo disperato a chiedere un aiuto
impossibile è diventato ormai un segno identitario, da praticare in ogni difficoltà: nessuno ti darà una mano, ma potrai riderne.
«La seconda Writer’s League fu in Germania, a Brema,  nell’estate del 2006. Bastonati gli ungheresi, ci presentammo agguerriti alla finale, ma gli svedesi, che già avevano liquidato i tedeschi, non fecero sconti neppure a noi, anche se in realtà giocammo una bella partita.
Qui ci sono stati due momenti unificanti: la serata di presentazione e le letture finali. Nel primo, dopo la cena, giusto per evadere dal cerimoniale, ogni squadra fu invitata a trovarsi un inno anomalo, e a cantarlo. Dopo una breve consultazione sulla memoria comune e la padronanza dei testi, scegliemmo Bella ciao. Fu un’inspiegabile magia: schierati ognuno a stringere le spalle del vicino, e trascinati dalla cadenza della canzone, cominciammo a saltare come un corpo unico, in un rimbalzo emotivo che contagiò tutta la sala. Straordinario gradimento.
Ci riprovammo due giorni dopo, ma il pur notevole miglioramento tecnico ci privò di partecipazione, e fu un fallimento.
«Il secondo appuntamento collettivo è stato allo Schauspiehlehaus, il teatro comunale di Brema, con la lettura pubblica di brani dai libri dei presenti. Una discreta sofferenza, devo confessare, perché non erano previste traduzioni e, nonostante Verri di fianco, artefice fulmineo di versioni comprensibili, fu dura. Il peggio venne quando toccò a una pagina del mio libro Calci e sputi in tedesco (unica lingua in cui, a suo tempo, era stato tradotto): mi trovai a metà tra il basso orgoglio dell’autore che viene riconosciuto anche all’estero, e la vergogna per non sapere neanche di cosa parlasse quel signore sorridente che mi faceva un omaggio».

Questi incontri dei calcioscrittori innescano anche un agonismo culturale?

«Forse è un risultato che è stato raggiunto a Firenze, nel settembre del 2006. In realtà, come è noto, ogni scrittore si sente sempre il più bravo di tutti, e vorrebbe che gli altri lo ammettessero. Salvo questo piccolo particolare, nell’edizione fiorentina della Writer’s League siamo andati  molto vicini a un torneo parallelo, giocato sulla scrittura. L’idea è stata di Carlo D’Amicis che poi l’ha coordinata e realizzata, insieme a Flaminia Zezza.
Con largo anticipo, fu chiesto a tutti i partecipanti di mandare delle invettive, genere letterario assai legato alla tradizione toscana. I testi stranieri sono poi stati tradotti in italiano e i nostri in inglese, così da poterli proiettare sullo schermo durante la lettura evitando l’effetto Brema. Ne furono scelti una trentina, e il 16 settembre 2006, sabato, vennero letti dagli autori al teatro La Pergola, che forse non si riprenderà mai dalla
contaminazione».

Perché? Letteratura e palcoscenico non sono parenti stretti?

«Certo, solo che mancavano gli attori. A parte l’emozione di camminare su quelle tavole, spesso gli scrittori che leggono se stessi fanno cagare. Anche se, a ripensarci, quello fu uno dei segreti di una serata straordinaria: si avvertiva lo spirito dell’esperimento e l’esposizione del disagio ne era parte fondamentale. Il tema era libero, dunque si è sfrondato un po’ dappertutto».

Qualche esempio delle invettive dei calcioscrittori?

«Endre Kukorelly, ungherese, aveva scritto un’invettiva contro quello che uno si perde invecchiando, questa accelerazione di cose da fare, da godere, da guardare e la diminuzione delle possibilità. Giampaolo Simi aveva scritto contro lo spauracchio dei bambini del Biafra, quando, da bambino, il ricatto per fargli mangiare l’orrendo pollo lesso era ricordargli le sofferenze di chi pativa la fame. Tobias Jones, inglese, se l’era presa coi tavolini traballanti e tutto il disfacimento che provocano, aggiungendo una perorazione ad adottare per legge solo tavoli a tre gambe, più stabili e filosoficamente inattaccabili.
Fredrik Ekelund, bomber della Svezia, si lamentava delle partite di allenamento in febbraio, quando “il pallone non coopera e le finte sono ironici scarabocchi fisici che rammentano ciò che fu”. Haydn Middleton si era scagliato contro il traffico di Oxford, compresi i ciclisti, veri nemici dei pedoni. Sandro Santori invitava le madri dei suoi allievi a non mandarli più da lui a risolvere problemi che loro, le mamme, contribuivano a creare. Peter Zilhay ce l’aveva con l’oracolo programmato dei notiziari, funesta magia delle bufale, dove “il buono è come la pubblicità in mezzo ai film: un minuto di pausa in mezzo a due omicidi. Un’interruzione dell’azione”. Claudio Menni era piuttosto incazzato coi turisti in sandali nelle città d’arte, cui requisire i panini al tonno, e contro la letteratura inutile: “Penso da tanto e non lo dovrei dire, va bè, lo dico: mi fa cagare Moretti più di ogni cosa, e Benigni e Cerami e il maestro Fellini e, per gli stranieri, che sia chiaro anche a loro, pure Woody Woody Allen Woody!”. Tony Samuelsson si scontrava col mare ghiacciato e “la codardia mia / Guantanamo bay / le persone dominanti impotenti”. Cristiano Cavina si batteva contro il fair play, del resto da lui ignorato coscienziosamente in ogni partita, visto che uno dei primi insegnamenti del suo vecchio allenatore, Maurizio Giordani detto Brustolo, era stato: “Che nessuno si azzardi a vincere il premio disciplina!”. Marco Bettini faceva le pulci all’ossimoro e per evitare che i cicli inquinanti si chiamino cieli puliti o ci siano i truffatori galantuomini pensava che servirebbero molti più cretini intelligenti. Infine c’era stata la trasfigurazione di Davide Pinardi, che ci riscattò tutti dall’imbarazzo del palcoscenico. Una persona gentile e tranquilla, che non alza mai la voce, e dal sorriso
dolce, quella sera si è presentata con la giuliva cattiveria di “un’invettiva contro me stesso”, il rappresentante dell’umanità più a portata di mano: accompagnamento rap, cappello d’ordinanza con visiera, linguaggio corporeo da bullo di strada; ipnosi collettiva e trionfo, e segnato per sempre il già popolato immaginario dell’Osvaldo Soriano Football Club».

 E la tua invettiva, di cosa trattava?

«Era un pezzo contro il fondamentalismo, sia religioso che economico e politico. Insomma, falsi sacerdoti e nuovi preti delle banche, insieme ai torturatori, di uomini e di senso, e ai bombardatori umanitari. Ne avevo anche un altro sul mito fasullo della mentalità vincente, ma ce ne toccava solo uno a testa».

Ma avete anche giocato al pallone?

«Certo, sul sintetico di Coverciano. Nelle eliminatorie, fuori gli ungheresi, contro gli scandinavi, e fuori gli inglesi contro di noi: seconda finale con la Svezia, che ci ha rimontato il gol di Sardo. Dopo i tempi supplementari, sfida decisa ai rigori, e sconfitta amarissima. Se ricordo bene, è stata l’ultima apparizione agonistica di Baricco, entrato nel secondo tempo, e autore, insieme a Trento, di uno dei rigori buoni. Quelli finti furono invece di D’Amicis (la famosa occasione irripetibile), Cavina e Grande».

C’è qualche altra partita della Nazionale scrittori da ricordare?

«Una, molto combattuta, giocata a Roma il 21 ottobre 2006, contro il Gabbiano (una squadra formata da un gruppo di ragazzi con problemi psichici che svolgono attività sportiva come intervento terapeutico, e su cui è stato girato un bellissimo documentario di Volfango De Biasi e Francesco Trento: Matti per il calcio, appunto). La partita finì 2 a 2, ma l’episodio più gustoso avvenne nell’intervallo.
Marco Mathieu, il nostro roccioso stopper, aveva l’aria furiosa: “Quello stronzo del centroavanti, sempre a sgomitare e spingere, volevo sistemarlo, poi ho pensato che ha già i suoi problemi...”. Trento scoppiò a ridere: “Ma guarda che quello è il responsabile del Dipartimento di Sanità mentale, quello che li cura”. In effetti, il numero 9 era Mauro Raffaeli, uno dei fondatori di questo percorso riabilitativo basato sul calcio. L’espressione di Mathieu sembrò un’eclisse istantanea: dal furore represso  alla sorpresa, illuminandosi all’idea di avere il secondo tempo a disposizione, e poter aggiungere un illustre psichiatra alla sua collezione di vittime».

E l’ultima uscita della Nazionale scrittori, in casa del lupo, in Svezia?

«È stata a giugno 2007, a Malmö. Là, tra la torre di Kalatrava, grattacielo elicoidale avvitato nel panorama, e una stupenda biblioteca a cielo aperto (pareti di cristallo a catturare ogni briciola di luce), fra una torma di ragazze in tanga importate direttamente da Rimini, e un piccolo stadio bellissimo piuttosto affollato, si è consumato il nostro psicodramma. Era la prima edizione a sei squadre e, nelle eliminatorie, abbiamo battuto Inghilterrra e Ungheria, mentre la Svezia aveva rullato la Danimarca e spazzato la Germania. Nella finale, concentratissimi, abbiamo fatto un primo tempo che sembrava
l’esaltazione del vecchio gioco all’italiana: difesa senza vergogna e contropiede spietato. All’intervallo, 2 a 0 per noi, con reti di Audisio e Trento. Siamo tornati campo nel secondo tempo, senza cambiare nessuno, e tutto era diverso. Sembrava avessimo premura di prendere un gol: al primo affondo, metà squadra si fermò su una palla che sembrava fuori e ce lo fecero. Morti. Era come se qualcosa avesse colpito un nervo di fragilità, liberando
tutte le schegge dello sbriciolamento. Appena dopo, su un possibile ribaltamento mancato d’un soffio (controllo sporco di Audisio), ci segnarono ancora, con un mezzo mani, ma sono dettagli. Allora decisi di togliere Grande, un pochino frullato, e inserire Bosonetto. E fu la fine. Alla prima palla, Bosonetto sbucciò il rinvio, innescando l’azione del loro terzo gol, un pallonetto con una qualche complicità da scoramento di Favetto. A quel punto, Francesco Trento corse verso la panchina, accusandomi di cambio criminoso, e travolgendomi con una serie di vaffanculo che neanche Beppe Grillo in overdose di mutui subprime si sarebbe sognato.
Com’è ovvio la mia risposta trattò gli stessi temi, solo con la voce più gracchiante (come documentato dal filmato della partita) contribuendo al definitivo affondamento: ognuno
mandava affanculo qualcun altro, e chi non lo faceva di certo lo pensava. Abbiamo infine preso il quarto gol, sconfitti malamente proprio quando eravamo più vicini al clamoroso successo, sciolti e precipitati dopo aver puntato il sole. Delusione quasi depressiva, in seguito, ma questo episodio fu l’ennesima dimostrazione di come gli ingorghi emotivi e l’intorbidirsi dell’ossigeno possano portare al delirio agonistico, e all’istinto della giugulare.
In quel momento, Francesco e io avremmo potuto addirittura picchiarci: eppure eravamo molto legati, e lo siamo tuttora, forse di più, una volta metabolizzati i veleni. D’altra parte, è la vecchia regola: chiunque tu sia, sul campo sei solo un giocatore e, se vuoi divertirti, devi
sfidare la follia».

Ti sarai pur preoccupato di scoprire le ragioni di quel crollo dei tuoi calcioscrittori.

«Ah, certo che ho fatto delle indagini, e ho capito perché.
Dopo le due partite vittoriose, nello spogliatoio si discusse se mettere, l’indomani, le maglie di ricambio, quelle pulite: rispose un coro di no. Ma, con l’esperienza accumulata, chiesi di non lavarle, se volevamo che funzionasse.
Paolo Verri, con tutta la sua autorevolezza, appoggiò la mia posizione, mentre il presidente, Carlo D’Amicis, si astenne. Nella notte, qualcuno tradì il patto, portando al collasso il sortilegio. Non ci saranno mai le prove, ma è certa l’attività di una cellula lavante, i teodenim, fondamentalisti igienici cui sono sospetti di appartenere Gianpaolo Simi, Valerio Aiolli, Stefano Sardo (punito anche da un infortunio dopo pochi attimi di partita), e Carlo Grande, mentre Favetto è solo indiziato.
Prosciolti per non aver sudato Ternavasio (in campo pochi minuti) e Rufini (mai in campo). Forse un giorno lontano, pubblicando un vecchio diario, qualcuno di loro confesserà quel pavido delitto di leso senso del sudore.
A Malmö ci fu anche una bella serata al Victoriateatern, allietata (!) da un tizio, pare campione del mondo in carica, che palleggiò due ore di seguito sul palco, incurante di letture e ottime canzoni. Confesso che mi procurò una certa angoscia, perché non smise un attimo: destro, sinistro, testa, coscia, destro, sinistro. Speravo proprio che il pallone cadesse per regalargli l’umanità di un applauso, salvandolo dall’insopportabile effetto metronomo. Comunque, l’omaggio per noi italiani fu una versione di O’ sole mio, in svedese, prima che Favetto salisse sul palco con la poesia di Saba, “Il portiere caduto alla difesa, ultima vana...”, e l’aria del domatore, per andare oltre tutte le lingue con la forza dei gesti».

Tutta questa effervescenza che descrivi non si riscontra però nel sito Internet della Nazionale scrittori.

«È vero: negli ultimi tempi abbiamo avuto una specie di caduta del desiderio. Abbiamo ancora giocato e cercato confronti culturali, ma con una certa stanchezza. E nella
nostra mailing list, per esempio, dopo la trasferta in Svezia pochi di noi hanno contribuito con le loro impressioni. Mi aspettavo, come in altre occasioni, la descrizione della stessa avventura con lo sguardo narrante delle diverse scritture. Invece ho come avuto la sensazione di un ritrarsi, di un tenersi per sé percezioni e sensazioni, da spendersi in un altrove di pagina. Il sito, poi, è al momento impresentabile, addirittura una negazione d’identità, visto che rappresenta scrittori che non ci scrivono.
Stiamo pensando a una stagione di rilancio, con qualche innesto che bilanci questo invecchiamento d’identità. Se non ci riusciremo, inventeremo le “ultimarie”, qualcosa
di conclusivo che non ci faccia morire in silenzio».

 

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