Sport e solidarietà

Un ricordo, ormai cristallizzato nella memoria , mi riporta a una partita della mia infanzia. Era Juventus-Atalanta, risultato dimenticato, e anche chi giocava. Resta viva, invece, l’immagine di alcune carrozzelle allineate sulla pista, da cui alcuni ragazzi handicappati seguivano l’incontro. Quella scena mi turbò, innescando una serie di domande sul rapporto tra chi faceva sport e chi ne era escluso. Mi chiedevo, e mi chiedo, cosa mai compenserà un ragazzo o una ragazza dal non poter correre in un prato? La risposta non l’ho ancora trovata, al contrario, nel corso degli anni sono fioriti altri dubbi. Ho incontrato ancora disabili ai bordi del campo, a volte stringendo loro la mano, scambiando parole affettuose e anche scherzando con sincera partecipazione. Ma oggi sono convinto che, pur con tutte le migliori intenzioni, quelli erano, e sono, ghetti in prima fila. E incarnano l’immagine di come lo sport si confronta con la solidarietà. Credo  infatti che una persona in carrozzella dovrebbe avere il diritto di assistere a una partita come gli altri e insieme agli altri. Questo significherebbe però adeguare le strutture e modificare radicalmente una mentalità sociale che ancora oggi tende alla separazione e all’esclusione invece che all’abbraccio liberatorio dell’integrazione. Forse mai come in questi tempi il mondo dello sport assume iniziative per i meno fortunati. Sono frequenti le giornate, nelle varie discipline, dedicate ai purtroppo  numerosi temi della sofferenza. Maliziosamente, si potrebbe osservare che questa proliferazione va di pari passo con la copertura televisiva che, se da una parte assicura un maggiore impatto per raccogliere denaro o dare visibilità a un problema, dall’altro mette in risalto la disponibilità dei protagonisti, atleti o società, che ne ricavano un’immagine positiva da benefattori, sempre buona da esibire. E la sostanza del discorso è proprio tutta qui. L’atteggiamento del mondo dello sport verso il disagio sembra a una sorta di adozione a distanza, iniziativa nobile e pratica, ma che delega ad altri la quotidianità. E se, per intervenire in altri paesi, questo è assolutamente inevitabile, da noi si sconta una distanza che non è geografica, ma di sensibiltà che, pur essendo scalfita, conserva un’estraneità di fondo. Mi piacerebbe che qualcuno dei protagonisti della domenica, dopo aver portato in campo una casacca-vessillo ne indossasse un’altra nella vita di tutti i giorni, clamorosamente anonima, per affrontare il nemico più pericoloso di chi soffre: il minuto per minuto della giornata, quando più c’è bisogno di una mano amica, di uno sguardo, di un sorriso, della presenza assidua che stempera la solitudine.
I pochi che lo fanno sanno anche quanti invece se ne tengano prudentemente, e colpevolmente , lontani.E quanto potrebbero contribuire le società sportive a un cambio di prospettiva, di rotta,e quindi di comportamento. Basterebbe adottare sul serio una battaglia e darle la continuità che richiede l’impegno agonistico. Avremmo un parallelo educativo e pedagogico che, anziché disperdere energie, ne otterrebbe una sintesi addirittura più efficace. Il primo risultato positivo sarebbe per gli atleti che capirebbero senza tanti giri di parole l’insensatezza dei mille finti problemi che li assillano. Il secondo porterebbe la sofferenza in una dimensione condivisa, eliminando l’angosciosa sensazione del rifiuto.Lo sport, anche se molti sembrano dimenticarlo, non è fatto solo di forza e di muscoli. Nasce dalla passione, si nutre, almeno in partenza, di ideali. Quale migliore sfida allora del mettersi in gioco, chiamando in campo coloro che la sorte cerca di escludere e che noi possiamo riportare in partita?

(Pubblicato su “Oltre la rete”  - dicembre 2003

 

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