Sempre in lotta

La competizione inizia sempre prima di noi. Un numero impensabile di spermatozoi si lancia in una turbinosa nuotata per darci origine, conquistando l’ovulo. Tra microscopici colpi di coda e qualche scorrettezza, anche lì ci sarà chi tira il gruppo e chi si mette in scia, chi si coalizza e chi tenta la fuga da un breve lontano. Forse è il primo segno caratteriale, in una gara che non fa prigionieri, dove chi vince è trionfatore e sicario, e questo potrebbe spiegare la precarietà della psiche. Rari ex aequo gemellari testimoniano come la precisione sia nata prima del cronometro; e quanto il legame indissolubile tra i gemelli sia la memoria di un patto allo spasimo rispettato da entrambi, ma anche il terrore di arrivare secondi, un tradimento sul filo da cui guardarsi tutta la vita.
L’agonismo è tornato a farsi vivo verso i dieci anni, in colonia,a Misano Adriatico. Uno dei divertimenti preferiti, anche perché proibito, era fare la lotta.
In tutti i modi possibili, sulla sabbia, in acqua , nelle camerate. Dopo qualche giorno, cominciò a circolare la leggenda: c’era una ragazza che le suonava a tutti, soprattutto ai maschi. Si chiamava Lidia Morino, aveva un viso dolce e dei muscoli dissuasivi. Un pomeriggio, all’ombra della cabina, piazzata curiosamente in mezzo alla spiaggia, le ragazze si divertivano alle pietre, un giochetto abbastanza stupido per cui servivano però rapidità, coordinazione, occhio.
Si raccoglieva una pietra da terra e si lanciava in alto, se ne afferrava un’altra e si riprendeva la prima al volo. Quindi se ne buttavano in alto due, se ne prendeva una terza e si recuperavano le altre, sempre al volo e con una mano sola. E via aumentando il numero delle pietre e delle difficoltà. Era un gioco più da ragazze che però qualcuno di noi praticava di nascosto, rivelando i primi cedimenti sentimentali. Quella volta fu però il pretesto per la sfida.
Ci chiesero di partecipare e rifiutammo.Allora una smorfiosetta che già mostrava i germi di una futura, letale, professoressa di matematica, invitò con aria derisoria uno di noi a battersi con Lidia. Lei si schermì, guardando in basso, e arrossendo pure, ma si indovinava una certa sicurezza. I miei compagni mi guardarono come aspettandomi a un varco. Non ero il più forte, ma per orgoglio mi ero lasciato scappare una di quelle frasi che si dicono incautamente: ”Come si fa ad aver paura di una bambina?”. Perciò, mio malgrado, accettai.
Fu tracciato un precario ring sulla sabbia e ci trovammo di fronte, ignari precursori di future botte d’amore giovanile, tra folgoranti passioni e vili negoziati con la propria solitudine. A quei tempi, però, lei non aveva neanche un’ombra di tette ed io ignoravo le possibili diavolerie del mio aggeggio. Ci si fronteggiava in ginocchio, valeva tutto, esclusi i pugni. Cominciammo a spingerci e compresi perché aveva picchiato tutta la colonia: mettevo tutta la mia forza e lei non sembrava neppure accorgersene. Quando prese l’iniziativa mi sentii perduto: un braccio pitone mi strinse il collo fino a spingermi  la faccia nella sabbia. Con un guizzo, sgusciai fuori dalle spire e provai ad attaccarla con la stessa mossa. Fu così sorpresa che perse l’equilibrio e andò a terra. L’urlo di sostegno dei miei amici, finora rassegnati, richiamò altri spettatori, praticamente tutta la spiaggia assisteva al confronto. Lidia si rialzò incattivita, mi prese le braccia e cominciò a spingermi all’indietro, apparentemente senza sforzo. Sentivo i muscoli cedere ma non mollavo, più che la volontà era la tigna, praticamente mi stavo mummificando nella sofferenza, statua istantanea di una fatica disumana.
Un attimo prima di crollare in briciole, sentii la voce dell’istitutrice, richiamata dal clamore: ”Tutti nel refettorio! Adesso faremo i conti!”
Lidia mollò la presa, ma avevo il sangue così rattrappito che neanche me ne accorsi. Rimasi una attimo ancora in presa, come a difendermi da un incubo, poi sorrisi. Lei mi guardò con un misto tra commiserazione e ammirazione. In fondo ero il primo che le aveva resistito.Vissi di rendita le ultime due settimane di colonia.
Un paio d’anni dopo, con mio cugino Sergio, trovammo il modo di trasformare un lavoro in un divertimento che lasciava il segno.A Chiomonte, nonni e genitori ci mandavano a bagnare i prati. Si trattava di deviare il flusso del ruscello, con l’uso di sassi e zolle d’erba, per farlo arrivare ai fossi, nei quali poi piantare delle lame di metallo a mezzaluna, affinché l’acqua si spandesse tra l’erba. Facile ma noioso, almeno finchè non pensammo alle barchette. Così un passatempo innocuo divenne uno sport quasi estremo.L’inizio fu buttare nel ruscello due pezzi di legno e vedere quello che arrivava prima, ma con una certa noncuranza. Poi si accese la competizione, divisa in due fasi. La prima, con una sconosciuta eccitazione da creativi, era preparare la barchetta, cercando il legno adatto, levigandolo e dandogli la forma più efficace per galleggiare nei gorghi .Imparammo subito che doveva essere poco stagionato, perché quello secco era troppo leggero e non prendeva la corrente, mentre quello fresco tendeva ad affondare.Un aspetto negativo era che, tra la resina degli abeti e la linfa del castagno, le nostre mani erano sempre nere e di un nero inattaccabile dall’acqua e sapone.
Ricordo disperati interventi al succo di limone per evitare di arrivare a cena con le mani lerce e conseguenti ritorsioni. Messi a punto i natanti e scelto il posto adatto, iniziava la seconda fase,vincere o perdere. Per cui si vedevano due invasati correre lungo il torrente facendo il tifo a squarciagola, saccheggiando l’ancora insufficiente bagaglio di parolacce. L’atmosfera  era tale  che una dolorosa identificazione ci faceva sentire nella carne i colpi delle barche sulle pietre, mentre un crudeltà sconosciuta ci faceva invocare un reciproco naufragio. Scommettevamo intere generazioni dell’Intrepido, branchi di biglie, orde di figurine. Avevamo anche battezzato i nostri legni, usando i nomi di due ciclisti del Tour, abbastanza gregari da non vincere mai. Sergio aveva Thomin, io ribattevo con Thielin. Dopo un periodo di vittorie alterne, decidemmo di alzare la posta: lui mise in palio il pallone di cuoio con la stringa, io risposi con la mia infallibile cerbottana. E decidemmo di sfidare la cascata, il posto più proibito della nostra fantasia .Affrontarne i bordi non era facile, tra rocce umide e muschio, ma cosa poteva fermare due ragazzi scatenati? Segnato il traguardo dove il torrente tornava a calmarsi, risalimmo il dirupo fino al pianoro soprastante: un albero caduto sembrava un bel punto di partenza. Con la pancia sul tronco e le braccia allungate a sfiorare l’acqua, tenevamo le orecchie aperte. Il segnale l’avrebbe dato, in distanza, il primo rintocco del campanile. Sussurravamo nel frattempo le ultime raccomandazioni alle nostre creature, in una vertigine di gioia e paura. Al suono ovattato della campana, lasciammo le barche, rubando entrambi una spinta vietata. Poi via a rincorrerle tra le rocce.
La mia prese la testa e arrivò al salto con un bel vantaggio, ma, alla base della cascata, cominciò a girare in tondo. Sotto il mio sguardo atterrito, la barchetta di Sergio cadde di punta, affondò e riemerse fuori dai mulinelli, puntando il traguardo. ”Bastarda” urlai alla mia, ”questa è la volta che ti brucio!”. Fu una sconfitta pesante, attenuata dalla soddisfazione di vedere Sergio non riuscire a riprendersi Thomin che continuò a correre, seguita dalle mie maledizioni. Quanto a me, raccolsi quell’infame simulacro di natante e, con pazienza, lo misi al sole. Più tardi, mentre la mia cerbottana si concedeva a labbra nemiche, lo bruciai davvero, incenerendo la delusione e la fine del mio gioco preferito. Da quella sorta di improvvisato voodoo non risultarono danni su Thomin, che corse ancora qualche Tour senza vincere mai.
Qualcuno pensa che il vero agonismo non può prescindere da una qualche fisicità, sia pure senza contatto diretto, come avviene in molte discipline. Credo invece sia una misura della coscienza ed essenzialmente un prodotto mentale. L’ho sperimentato attraverso uno dei giochi più idioti che esistano. Se due si siedono per giocare a scacchi, pensavo, è logico attendersi un cozzare di cervelli, una raffinata psicologia, una spietata strategia. Ma con il punto o croce, detto volgarmente filotto? Consiste nel mettere in fila, su un foglio a quadretti, cinque croci o cinque punti, in verticale, orizzontale e diagonale. Semplice e banale. Com’è allora che con Tony Marcolungo questo appuntamento è stato, per un periodo, quasi la ragione di intere giornate, con l’euforia di cominciare, l’ansia del confronto, la paura di perdere? Il fatto è che la competizione replica se stessa e l’oggetto del contendere è solo un dettaglio. Per noi, quel foglio protocollo era la pagina bianca del poeta, l’ignoto dell’esploratore, il mistero del labirinto mentale. Mentre la penna tracciava il segno, cominciava il tortuoso percorso della previsione, tra la spudorata ricerca dell’inganno, le finte rese con trappola e indegni diversivi. Si tendevano agguati allusivi, preferibilmente amorosi, per distrarre l’altro, e si inventavano contestazioni sul segno troppo marcato o troppo allungato pur di arraffare una prescrizione oraria. I punteggi erano allucinanti ed echeggiavano quelli del basket: 83 a 75, 102  a 97, medie assurde che presentavano, a fine partita, un intero foglio protocollo crivellato di colpi, quasi una cartina geografica del delirio e, sulla rètina, per ore, uno sfondo di pitture rupestri in fuga da stupri archeologici. Alla lunga, però, con nessuno a condividere quell’entusiasmo, ci sembrava di essere gli ultimi interpreti di una lingua morta. Parlarla solo tra noi ci faceva sentire ridicolmente patetici, per cui  decidemmo un’estinzione creativa: sui protocolli cominciarono le incerte traiettorie, non diversamente scontate, delle prime poesie.
Accade a volte che uno sport ne nasconda una altro, come per i Tir. A Rimini, alla fine degli anni 70, gran parte di una squadra di calcio si perse nel calcio-tennis, disciplina non riconosciuta e non riconoscibile da nessuna federazione. Per certi versi, è un gioco addirittura inconfessabile, se praticato da professionisti, perché porta a un coinvolgimento totale, tra il fanciullesco e l’incarognito. Le regole sono un misto tra  calcio, tennis e pallavolo: non si possono usare le mani, il pallone può battere solo una volta per terra e sono consentiti tre tocchi al volo. Le dimensioni del campo possono variare, le squadre sono di quattro o cinque giocatori, anche se si può decidere a piacimento. Fondamentale è l’altezza della rete, l’ideale è intorno al metro e sessanta. A prima vista, sembrerebbe un gioco istruttivo e oxfordiano, ma, al contrario, l’inevitabile ricorso alla slealtà lo trasformava in una rancorosa palestra di scorrettezze. Si mentiva sulla palla fuori o dentro, si disturbavano, con la presa in giro, gli avversari, si rifiutavano (una delle poche concessioni al fair play) servizi eseguiti a regola d’arte, si contestava l’arbitro a ogni decisione per alzare la temperatura della partita. Ma, soprattutto, era consentito, addirittura indispensabile, il contatto sotto rete, fonte inesauribile di dispute e invasioni piratesche: cercare il punto significava infilarsi in una trincea aerea di aggressioni e furbate, con l’incolumità in bilico tra astuzia e colpi proibiti. Quell’anno , a Rimini, ci eravamo talmente appassionati da trovarci allo stadio due ore prima del dovuto, pronti a scannarci, tanto che, quando poi dovevamo affrontare l’allenamento, eravamo spompati, svuotati fin dentro l’anima da quell’agonismo esaperato e contagioso. Non durò molto: tollerata un’epidemia di lividi, alcuni nasi sanguinanti lanciarono l’allarme, e Tedoldi fece il resto. Dopo una piramide rugbistica, nuotando a gomitate sopra due avversari, atterrò dall’altra parte, fratturandosi l’avambraccio. Multa per tutti e gioco vietato: la sublime ferocia del lasciarsi andare non si addiceva al professionismo.
Ne faceva parte invece l’indolenza calcolatrice di Dave Wottle atleta statunitense ai giochi olimpici di Monaco 72. Correva gli 800 metri ed era uno spettacolo di bruttezza: stortignaccolo, spalle strette e ingobbite, occhiali da terza età, radi capelli in caduta libera, senza culo. Si presentava con un berretto bianco floscio, sorta di Woody Allen in maglietta e calzoncini, portatore sano di caricatura.       La sua gara era il capolavoro dell’attesa: si piazzava in coda quasi disinteressandosi del gruppo, fuori dalla lotta per la corda e al riparo da chiodate assassine. Ai duecento metri, semplicemente, rimontava tutti, addirittura in scioltezza. Stessa tattica nelle eliminatorie ed in semifinale, con una sfrontatezza ai limiti dell’autolesionismo, vista l’antipatia generata. Nella finale, proprio per questa esibizione di superiorità, gli avversari si organizzarono, disponendosi, all’approssimarsi dell’ultima curva, con una specie di ventaglio, come fanno i ciclisti contro vento per attenuarne l’impatto. Solo che, questa volta, il vento veniva da dietro. Wottle cominciò la rimonta allargandosi continuamente e arrivando al rettifilo in sesta corsia. Sembrò, per un attimo, in difficoltà, poi, cedendo a una smorfia di sofferenza, li infilò tutti, nutrendosi della loro agonia. Ancora oggi, quella figura invendibile, antitesi del vincitore, resta l’emblema dell’esplorazione di se stessi e dimostra quanti percorsi siano possibili tra una linea di partenza e un traguardo.

 

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