Una partita maschia 

Come spesso accade, la faccenda era nata un po’ per caso e molto per ripicca. Stavano tornando da una trasferta e l’atmosfera, sul pullman, oscillava tra il depresso e l’incazzato: tutta colpa di un gol preso nel finale, figlio di un rimpallo che aveva ipnotizzato il portiere, con palla tra le gambe e risate dei tifosi avversari.
Ecco cosa li  aveva spiazzati: a un coro si può rispondere, uno slogan si può ribaltare, un insulto si ricicla, ma una rista è inattaccabile. Erano scesi dalle gradinate in silenzio, sconfitti e derisi, ammainando anche la fama del loro striscione più conosciuto: “Ed è subito pera”, inteso come gol, anche se i più maliziosi avevano voluto leggerci un’ inesistente vena di eroina. Di colpo, quasi per ribellarsi, saltò su Elena: “Quel pallone l’avrei preso anch’io !”.
“Cosa stai a dire - ribattè Gianni - ti sei già dimenticata del patto ?”.
“Quale patto ?”.
“Non si parla male dei nostri giocatori - sbuffò Gianni - a meno che non manchi l’impegno: allora li si può anche legnare “.
Senza troppo riflettere, Elena fece un altro passo nella discussione, quello decisivo: “E chi parla male ? Se uno fa un errore, devo fare finta di non vederlo ? Mica smetto di fare il tifo, ma quel pallone l’avrei preso anch’io !”.
“Tu ? Ma non sai neppure da che parte stai girata ! Tu non capisci una sega! “, cominciò a sbraitare Gianni.
La scena era curiosa, perché Gianni, presidente del club, era un tipo piccoletto e magro, con la voce tipo megafono, e questa era la ragione per cui era stato eletto, mentre Elena lo sovrastava in chili e statura, ma gli rendeva troppi decibel per potergli tenere testa. E comunque non mollò. “Le seghe sono roba tua! E quel pallone l’avrei preso anche girata al contrario”.
Prima che che Gianni scatenasse le sue corde vocali, intervenne Aldo: “Lascia perdere, l’errore l’abbiamo fatto quando abbiamo aperto alle donne…”.
Non aveva ancora finito la frase che il ciclone Marzia gli stava togliendo la pelle: “Sei un prototipo di somaro, la nostra partecipazione ha dato un senso al gruppo: ci hanno anche chiamato in televisione, per non parlare dell’ispirazione….”.
“Quale ispirazione ? “, disse Roberto, detto Vamos, unica parola spagnola conosciuta, imparata sui fumetti e con la quale  marchiava ogni azione.
“ L’ispirazione, la creatività, la fantasia: prima che entrassimo, l’unico vostro slogan era ‘devi morire’. Vi abbiamo dato la vita !”, concluse accalorata Marzia.
“Calma, calma”, la voce avvolgente di Gianni catturò nuovamente il disordine del gruppo. “Calma. Sapere meglio l’italiano e fare qualche rima non significa capire di calcio: dobbiamo insegnarvi tutto !”.
Non l’avesse mai detto: fu sommerso da un’eco di “Sceeemo, sceeemo”, per poi passare a un ritmatissimo “Essere stupidi è un diritto/ma io me ne approfitto”.
“Volevo dire - continuò Gianni, riemergendo dall’onda sonora - che non avete mai giocato a pallone”.
“Io ho giocato”, disse, quasi sussurrando, Lisa, la strafiga del gruppo, conscia del proprio potere.
“Che giocato e giocato - replicò Vamos - qualche partita per ridere tra scapole e sposate….”.
“Anch’io ho giocato”, se ne uscì Rosanna, finora stranamente silenziosa, nonostante fosse una specie di leader. Il suo prestigio derivava da un incauto incitamento ai giocatori ( “facciamogliela vedere”) che era diventato presto un inno, molto imitato, che veniva danzato con un delicato e ammiccante tocco del pube.
“Anch’io ho giocato - ribadì Rosanna - e sono convinta che possiamo sfidarvi”.
“Sfidarci ? – ridacchiò Peter, l’atleta della compagnia, ex promessa in tutti gli sport, dominio di muscoli su un carattere debole - volete sfidarci a cosa ?”.
“Una partita - spiegò Rosanna - maschi contro femmine, vediamo se siete tanto capaci”.
Fu così che la delusione del pomeriggio si trasformò in una scommessa stuzzicante: i ragazzi erano sicuri di vincere, però erano incuriositi e qualcuno anche preoccupato. Avevano infatti tutto da perdere e, accettando la sfida, sdoganavano le rivali da uno storico stadio di separazione e di inferiorità.
Le ragazze erano elettrizzate, più che per la legittimazione, perché sentivano il richiamo stimolante della difficoltà: ridendo e scherzando, un agonismo secolare si giocava in un piccolo duello.
Si stabilì che l’arbitro sarebbe stato una donna, con guardalinee maschi. Il quarto uomo, ovviamente, non era previsto. Le squadre cominciarono ad allenarsi, tra le reciproche e scontate prese in giro. I maschi volevano tutti, indistintamente, una marcatura fissa e stretta su Lisa; le femmine invitavano gli avversari a imparare le zone erogene e a migliorare sulle ripartenze. Le donne avevano un problema che divenne la loro fortuna: non erano abbastanza. Partì così una rudimentale campagna acquisti che aveva un solo vincolo: le prescelte non dovevano essere tesserate per nessuna società calcistica che avesse una regolare attività. L’idea venne ad Elena, che frequentava una palestra per transennare di muscoli il grasso superfluo: “Cerchiamo negli altri sport: se troviamo qualche ragazza ben preparata, possiamo anche metterla sul piano fisico”.
“Ci penso io”, disse Marzia, che col suo senso prtaico aveva assunto il ruolo di direttrice sportiva.
“Pensiamoci tutte – tagliò corto Rosanna – e questa settimana a letto presto. Da sole”.
La ricerca fu proficua. Dopo due giorni, l’organigramma era completato e i ragazzi guardavano sospettosi quella misteriosa euforia che aveva contagiato le loro amiche.
“Cosa ne pensi ?”, chiese Gianni a Sandro, il più dotato del gruppo, capace di infiniti palleggi e libero docente in cattiveria a gioco fermo.
“Penso - rispose Sandro - che abbiano un asso nella manica: quelle stronze ci stanno fregando”.
Aveva ragione: le sorprese erano cinque. La prima, Raffaella, una tracagnotta mezzofondista che sembrava caricata a molla ed era una genialoide incompresa; poi Marcella, getto del peso, il fascino di Burgnich e la stessa forza; quindi Jenny, freccia degli ostacoli, un’ala come non ce ne sono più; e infine le due straniere: Tilly, olandese, campionessa dell’hockey su prato, bravissima in tutti ruoli , ma soprattutto in porta, e Flavia, brasiliana, beach-vollista di alto livello, attaccante col senso della rete.
Il giorno della partita, i ragazzi si sentivano strani: da una parte non volevano infierire, dall’altra avvertivano la minaccia incombente della brutta figura. Naturalmente non avevano rinunciato al ruolo di tifosi, seppure di sé stessi, e avevano preparato lo striscione: “Le donne sono buone, basta il bastone”. In risposta, le ragazze  stesero il loro: “Maschio è bello, se ci fosse il cervello”.
Sul campo, l’atteggiamento era decisamente più prudente: le squadre si studiavano, con prevalenza maschile e morbido contropiede femminile.Tutto cambiò alla mezz’ora: su una palla alta, Marcella rifilò una gomitata a Sandro, accendendo gli animi. Diventò partita vera, cattiva: nessuno risparmiava nessuno. Toccati nell’orgoglio, gli uomini andarono all’assalto, soprattutto all’inizio del secondo tempo, dopo che negli spogliatoi si erano guardati, terrorizzati, negli occhi.
Ma niente da fare: Tilly parava anche le mosche. A un quarto d’ora dalla fine, Flavia anticipò tutti di testa, schiacciando in rete su un’uscita sbagliata di Peter. Panico maschile, tripudio femminile ai confini dello spogliarello. Ci pensò Roberto a caricare i suoi, ringhiando:”Vamos a pareggiar”. L’attacco si trasformò in assedio, ma, più che la generosità, fu premiata la perfidia di Sandro: in una mischia, pestò un piede a Marcella e cacciò dentro il pallone della disperazione, proprio al fischio finale.
Tutti si arresero con sollievo alla stanchezza. Felice per lo scampato pericolo, Gianni abbracciò Rosanna: “ E’ stata una bella partita”. E lei, con un filo di sadismo: “Ve l’abbiamo fatta vedere”.

( Pubblicato su Tuttosport - martedì 31 dicembre ’96 )

 

Torna alla pagina di Paolo Sollier