Il veterano

In tutti i campi, il veterano impersonifica l’esperienza, la guida, la saggezza. In medicina è il guru con la pazienza come unica malattia, o magari il barone che ha contratto tutti i bacilli del potere; nel giornalismo, è il padrone di ogni situazione, pronto a intervenire con un consiglio, un aggettivo o un numerodi telefono; in economia, è la mente rugosa scavata dal fiume carsico dei segreti bancari, e plasmata dall’arroganza del denaro; persino il terrorismo ha sempre, da qualche misteriosa parte, un Grande Vecchio che ispira e acceca.
Nello sport, e particolarmente nel calcio, il termine veterano ha invece significato diverso, addirittura opposto: l’ex calciatore che scende in campo si trasforma in una figura problematica che del suo passato salva solo l’istintivo, magari difficile, rapporto col pallone: il resto è cancellato in un turbinio di trasformazioni che ha come base la carenza di ossigeno.
Non contano più la famiglia, il lavoro, la posizione sociale: azzerati i progetti, gli impegni ed i buoni propositi, il veterano rincorre invano un sé stesso che non c’è più, facendo la guerra con un avversario immerso nella medesima, trafelata, illusione. Il risultato è qualcosa di poetico e patetico allo stesso tempo: ognuno diventa il proprio fachiro, in un divertimento di sofferenza, mentre mutano le percezioni, in preda alla droga casereccia dell’agonismo.
Così il pallone diventa sempre più indomabile, mentre le misure del campo si dilatano crudelmente ed il gioco scorre in una dimensione diversa, lenta, come viaggiasse nell’acqua della memoria.
Quello che però qualifica gli incontri dei veterani, rendendo il senso inequivocabile della sfida, è il litigio.
Non risparmia nessuno, neppure l’arbitro, anzi: si litiga per un fallo, per un calcio, per una parola, ma soprattutto si litiga per litigare, in un pericoloso, e magari liberatorio, gonfiarsi di vene.
E’ probabilmente il nascosto e intimamente negato desiderio di poter fare ancora i capricci e pestare i piedi, prendendosela con qualcuno.
Si litiga con gli avversari, e la rissa è in agguato; e si litiga coi compagni, mettendo a rischio rapporti trentennali. Poi, mentre l’organismo ricerca faticosamente la linea di galleggiamento, anche la mente ritrova, in un ripostiglio che sembrava chiuso per sempre, un residuo di ragionevolezza.
Si trattano paci storiche, sancite da retoriche strette di mano e da utilissime amnesie. Si è già pronti al prossimo appuntamento, all’eterna rivincita.
Ma c’è ancora uno stadio, per gli ex calciatori in fuga disperata dall’età: approdare al Club dei Ciaparat. Qui, la rincorsa all’infanzia del gioco subisce la conclusiva accelerazione.
Nulla sarà più come prima: l’adesione diventa appartenenza e tatuaggio mentale, coscienza e peccato definitivo.
I Ciaparat riescono a non avere confini, e a essere terribilmente esclusivi.
Escludono infatti totalmente ogni tipo di maturità e, se un po’ di razionalità sopravvive, arriva solo ai bordi del campo, o del tavolo. Quanto alle frontiere da attraversare, resiste solo quella che gli spostati spostano continuamente: tornare tanto bambini da non ricordarsene più.
Il Ciaparattismo è ambizioso e vuole diventare una corrente di pensiero: questo è il segnale, dalla sua allegra e magica marginalità. Si identifica nello slogan inventato da Franco Toso: quando dalla porta urla: “ripristiniamoci !”; nessuno di noi sa bene cosa deve fare, ma in qualche modo lo farà. 

(Opuscolo monografico “I Ciaparat raccontano” - 1998)

 

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