Dopo il dramma di Catania
Dopo il dramma di Catania, il calcio ha perso l’ennesima occasione per invertire un percorso sempre più pericolosamente fuori rotta. I provvedimenti adottati in fretta e furia hanno innescato ulteriori polemiche, ultima una minaccia di serrata da parte dei presidenti, a dimostrazione di quanta ipocrisia emotiva sia circolata in questi giorni , e di quale miopia progettuale sia affetta la nostra società. Si pensa di arginare un fenomeno ormai incancrenito con banali interventi di chirurgia estetica e scontata frenesia repressiva.Bisogna ricominciare a giocare, così suggerisce la razionalità imprenditoriale, sono in ballo un sacco di quattrini.Sarebbe curioso chiedersi dov’era questa dirigenza illuminata quando si truccavano bilanci e passaporti, e si accumulavano debiti da fallimento, tuttora presenti e arginati da artifici contabili, retti da demenziali e provvidenziali plusvalenze. Oppure dove fossero i saggi imprenditori quando si radicava quel reticolo di complicità e arroganze svelato dalle intercettazioni.
E quale sia la loro responsabilità sul dubbio che ha incrinato irrimediabilmente il desiderio della partita, quella crudele incertezza che impedisce ormai di appassionarsi totalmente, e interroga sulla credibilità dei risultati. E’ una tortura senza risposta che dovrebbe far riflettere.
Questa era l’occasione per lanciare un new- deal pallonaro di portata epocale.
La nazione campione del mondo che si ferma per tre mesi, ad esempio, ed usa questo tempo per mettersi veramente in gioco. Pensa che messaggio sarebbe per il linguaggio globale rappresentato oggi dal calcio, e quale forza ideale partirebbe dalle nostre colpevoli sgrammaticature.
Perchè questo adesso dovremmo fare: fermarci per capire e capire per agire.
Capire da quale distorta cultura viene l’aggressività che trasforma le partite di settore giovanile in un frantoio di insulti paranoici e furberie violente. Capire come l’educazione allo sport sia l’atto fondante per uscire da questa mediocre palude che scarica la responsabilità trasmettendo il mito infausto della mentalità vincente.
E allora manderei i giocatori nelle scuole, per contratto,a confrontarsi coi ragazzi, e chissà che lo spirito di lealtà viaggi anche in senso inverso, in un reciproco aprirsi lo sguardo e la mente. Chiederei ai campioni di sacrificare qualche briciola del loro tempo per rincorrere l’infanzia dei loro primi calci,
portandola nei settori giovanili a svelare l’uguale dignità tra vittoria e sconfitta.
Per quanto riguarda le società, visto che esistono un’infinità di ruoli, alcuni con funzioni misteriose, proporrei di crearne uno essenziale, quello del mediatore culturale, per reinventare il rapporto coi gruppi ultras. Dovrà snidare tutte le energie positive che ogni aggregazione sociale contiene, lavorando sulla ricerca di interessi comuni, non per rimasticare una sociologia da rimedio, ma per esplorare un fenomeno nuovo, dunque affascinante e coinvolgente.
Se esistono,ed esistono, gruppi di tifosi che si impegnano nel sociale, forse l’orizzonte futuro della tifoseria cosiddetta estrema non è così fosco e minaccioso come l’attuale, ed i loro componenti potrebbero diventare protagonisti di un’inversione di comportamenti oggi impensabile. Dovranno riscrivere parole d’ordine e cori, sparigliare il loro mazzo di amici e nemici, insomma, sciegliersi una strada diversa, ma provocarli su questa sfida di maturità dev’essere un imperativo categorico.
Una proposta dei tifosi giallorossi che si riconoscono nel quotidiano “Il Romanista”, rivolta ai tifosi del Parma per andare insieme allo stadio, potrebbe essere il primo esempio di una frequentazione nuova per coraggiose e leali contrapposizioni.
Se avessero veramente capito la reale portata di quello che è successo, la Federazione, la Lega, l’Associazione Calciatori, l’Associazione Allenatori, tutte le componenti del calcio, dovrebbero, ognuna per la loro parte, perseguire questo obiettivo, cercare cioè una via d’uscita su fronti fino ad ora ignorati, o colpevolmente minimizzati.
Se partisse questo coinvolgimento complessivo, anche il tema della repressione assumerebbe connotati diversi.Evitato che l’aspetto punitivo sia l’unico versante frequentato, creando ulteriore emarginazione e spirito di rivalsa da tribù assediata, proporrei alcuni drastici provvedimenti.
Intanto, nello stadio non deve entrare più nulla, dal petardo allo striscione, dal fumogeno alla bandierina, dal megafono al mazzo di fiori. Ognuno guarda la sua partita senza impedirla agli altri. Chi contravviene alla regola, sta fuori per tre anni; alla seconda infrazione, inibito per sempre, senza sconti. Qualche ergastolo alla possibilità di tifare farebbe molto male alla machistica leadership di qualche signore della guerra.
Per quanto riguarda i danni provocati, certezza della pena, null’altro. Non una linea dura, ma una linea giusta, anche se il rapporto tra reato e pena, in Italia, richiederebbe altre , e amare, considerazioni.
Detto questo, mi sembra che il punto di arrivo cui sembrano focalizzate tutte le decisioni finora prese sia quello di avere più controlli, più separazioni, più gimcane perquisitive, più reti. Arriveremo ad una sorta di blindatura avvilente, e lo steward che ci accompagnerà al posto, così gentile nella fiammante divisa sociale, sarà uno dei capi ultrà che ci rovinava la domenica.
Credo che invece la linea guida, l’approdo mirato, dovrebbe essere quell’immagine del pubblico che può toccare il giocatore e, proprio per questo, neanche lo sfiora, se non in un abbraccio liberatorio.
Infine, il discorso che mi sembra più difficile è quello che riguarda un cambiamento sostanziale dell’indotto mediatico, dove il biscardismo invece di attenuarsi si è addirittura incarognito, esportando il suo modello fanculista nelle trasmissioni extrasportive, col rincorrersi esaltato a sniffare audience.
E’ difficile perché gli attori di queste emissioni nocive tendono a non riconoscere il loro ruolo negativo. Dalle radio a onda monocromatica alle grandi sedute televisive di commento, tutti tendono a sminuire l’effetto detonante delle chiacchiere da bar consumate nell’etere. Si può anche capire. Sono tutti adulti, alcuni molto adulti, ammettere di avere una qualche funzione disgregatrice, di essere, insomma, i fiancheggiatori di questo degrado, potrebbe mettere in crisi qualche coscienza, e anche molti portafogli. Dunque, su questo fronte, mi aspetto poco, salvo la scandalizzata, e possibilmente veloce, partecipazione al dolore prossimo venturo.
(articolo uscito su Liberazione – Febbraio 2007)



