Da Capo a Fiordo

Andare. Viaggiare. Kerouaccarsi in pace le idee e le solitudini. Incontrare gente come acqua tra le pietre.Toccare, sfiorare, inumidire appena labbra di conoscenza, levigare carezze senza memoria.
Senza prima, senza dopo.
Così sono partito con due amici fedeli, un acido e un cocomero, viaggio nel viaggio nel viaggio, cannocchiale curioso a caccia di coscienza.E mi cuocio cipolle a lume di zanzara, inventando l’ora di cena. L’ora di sera, in questa luce continua. La notte è finita da due mesi, la sostituisce un dolce tramonto di due ore. O un’alba consanguinea, a piacere.
Il resto è giorno spudorato, col cielo che cade da tutte le parti. Vedo i bambini uscire all’una del mattino e mettersi a giocare al pallone, chissà la confusione tra colazioni e merende.
E come faranno questi bambini interrogativi, biondi come il vento nel grano, sorriso incorporato, bellissimi, a nascondersi in adulti di giallo sporco, diventare uomini con rughe antipatiche o donne di pelloca, e tanta tristezza?
Questi bambini blocchetto stradale.
Mi fermano, circondano la macchina, gridano “bombo”,”bombo”. Li guardo stupito.
Bombo? Moretti è arrivato fin qui? Poi capisco: ecce wafers, e mi libero.
Per arrivare a questo immenso respiro di roccia seduto nel mare, Capo Nord, dalle parti del Polo. Dopo una Norvegia di torrenti e di verde, valledaosta di 1500 chilometri, fatta di corsa, quasi in apnea. Mi chiedo da dove vengano questa fretta, questa frenesia. E dove vanno.
Domanda retorica: non è il mio modo di viaggiare, ma di vivere. Le cose, i corpi, le emozioni che passano come dal finestrino di un treno. Ogni tanto una stazione mi scioglie in un caffè e mi gira l’anima, poi via ancora, in un vortice di paesaggi mossi, fino alla prossima fermata, o segnale d’allarme.
Come adesso, questo appuntamento con un sole, un cocomero e un grumo di Lsd, addosso a un’isola che mi accompagna da sempre, quasi un muschio sulla schiena dell’ albero genealogico. Cammino su un’erba strana, tundrosa, mangiata da mandrie di freddo. Guardo. Cerco le renne muccose e le foto rennose e i paesaggi fotosi. Trovo l’aviazione beccosa.
Di colpo, l’attacco: mi passa a mezzo metro.
Non faccio in tempo ad avvertirmi, - am veñu adoss -, piemontesizzando l’istinto, che ne arriva un altro, più basso. Due uccellaci tipo gabbiani, più grossi, tozzi, neri. Forse sono vicino al nido.
Nel tempo di pensarlo, rieccoli: mi puntano dritto e deviano all’ultimo istante. Sono velocissimi:
se mi centrassero, mi attraverserebbero la testa. Cerco di difendermi a pietrate, ma è una reazione balisticamente disastrosa. Non li becco. E i becchi, al contrario, sempre più minacciosi.
Grande paura, mi vedo sanguinante e polifemizzato. Gli stukas abbassano i passaggi, mi fanno correre, buttare a terra, rotolare, ansimare. Sembrano il latrare acuminato di un cane da taglio che separa , nel gregge, le bestie da macello. Imperioso desiderio di una mazza da baseball per spedirli in orbita, invece ingloriosa fuga. E loro tornano alla base, leggeri come erano arrivati, io tutto sudato, fifato, contento di non avere un culo di uccello al posto di un occhio.
Mi stendo in riva al sole e mi rilasso. È il momento di rifugiarmi nella mia cuccia chimica. Dicono distrugga le cellule nervose, ma non è certo. E se, per un giorno di gloria, mancheranno all’appello un po’ di reclute cerebrali, pazienza. Tanto, dopo, se le mangia l’arteriosclerosi. Butto giù la stellina. Aspetto tranquillo che ammaestri lo stomaco.
Il tempo del secondo appuntamento, sacrificare l’anguria e divorarla a zolle e rumori. Poi, come un amico, nascosto dietro un cespuglio di nervi, che ti sorprende e spaventa, ecco, improvvisi, i primi avvertimenti: stordimenti piacevoli mentre faccio altro.
Quindi la rumba.
Mi sono imposto di scrivere: una razionalizzazione che toglierà qualcosa, ma impedirà anche che tutto scompaia appena la pietra ricadrà sull’immenso labirinto di gioia guizzante e timori striscianti appena scoperchiato. È bello anche pensare, sì l’acido, ma vuoi mettere il cacumber allucinogeno portato fuori latitudine e diventato misterioso pentolone per le streghe?
E poi questo posto, ideale per un viaggio on the mind, mare, cielo, una luce incredibile, tutto quell’azzurro. Comincio a colorarlo. A darmi gomitate di felicità, in un lento vortice di frammenti: il rumore di un portello, una stella nel sole, la scrittura rachitica, una vertigine nell’orecchio, un motore, un sentire frastagliato come un’ala.
Brividi piacevoli al cuore. Come una pulsata di vento in gola e subito un tepore stranito che avanza.
Penso, e di colpo il pensiero rimbalza lontano, fuori del tempo, in un’assenza di coscienza chissà dove. E se viene, ma non viene, la tentazione di liberarsi, è inutile, tanto il mostro, l’amico,
lo sconosciuto sono dentro. Sono io. Ridarola tremens, e irrefrenabile sovrapporsi di fantasie autostimolanti. Le mani, se ne muovi una parte l’altra. Se un muscolo sussulta, è un carnemoto di piacere.
È passata un’ora.
Più cose pensi, più vai via, in un terroristico dimenticarsele, orgasmo di globuli fin nei posteggi più custoditi. Cervello ingovernabile a raffiche. Ogni gesto è orfano di significato ed esplode in echi. Gli occhi si smaterializzano, le pupille si sbarrano, come fare scherzi di abbaglianti a chi ti viene incontro. Lampi incontrollabili.
Bruciano davvero le cellule, mute deflagrazioni nel cervello, esperimenti sotterranei, caverne di memoria, scorie indomabili.Un nemico è lo specchio: vedere la tua faccia uguale, tranquilla, sorridente mentre ti senti allucinato, con gli occhi incrociati e gli arti chissà come. Cosa sono gli arti, poi. Due voci alle spalle mi spaventano.Guardo: due normalissime voci di due. Rido in lingua altromondanea. E traduci tu che sei bravo. Una frustata imbizzarrifica sul collo. Rari istinti di razionalità subito annegati tra gorghi, voragini di stelline e tutto questo sole che viene giù in mille modi.
Sono due ore.
Un suono elettronico progressivo. Stringere forte i denti. Bisognerebbe fare delle cose per valutare appieno lo scambio, l’iperscambio tra realtà e follia, questo traffico di prigionieri che mai più avrebbero pensato di essere liberati, talmente profondi stavano; perché la pazzia dovrebbe essere questi cunicoli, ma la pazzia non esiste, magia allora, fiaba, vele infantili.
Sono circondato da tedeschi. Urlano. Lontano e vicino. Vadano in culo con la loro merda di voce che mi arpiona la polpa del sogno. Ecco un viso amico tra le fantasie, il primo. Scompare subito tra stupende labbra che fanno pompini. E una lettera che si forma al posto di un’altra, una parola che cresce addosso a un’altra e la succhia e diventano due incomprensibili mosche accoppiate, solo delirio o carezze sepolte chissà quando e da chi? Se trovo quella mano e la seguo non finisce certo in un corpo: o un sogno o un arcobaleno.
E la penna è fuggita e tirava una riga fin fuori dal foglio, sull’astuccio, sulla coperta, sull’erba, sul mondo. Ancora lo specchio: ho visto una faccia felice. L’unica razionalizzazione possibile è separare le cose che riesco a scrivere da quelle che neppure lo specchio delle mie brame riuscirebbe a portarmi di qua. Sono di qua e di là, e sullo spartitraffico del vento.
Tre ore.
Ci si mettono anche i lapponi .Uno capita qui vicino vestito a ghirigori e ricami, una donna, in alto sulla strada, contro il cielo, con una valigia, sembra venga dal passato. Se il mio cervello fosse una macchina fotografica, quante stupendate estrarrei semplicemente dalle mie iridi nello specchio.
Le pupille si stringono e dilatano come lo zoom di un buco nero.
Se fotografo, tecnicamente va tutto bene, anche se non si capisce come. Ma le immagini? Banalità trasformate dagli obiettivi importinfintomatici che mi aggiusto dentro. Dei ragazzi nell’azzurro, rossi e deficienti nel riflesso; un’antenna cretina e americana trasformata nella ragnatela di un ragno pulviscoloso.
Quattro ore.
Dietro gli occhi, orchidee senza fine esplodono amichevolmente. Impediscono di farmi del male.
Serravo le mandibole e andava bene. Con un labbro in mezzo, un segnale come di divieto,
un sorriso stilizzato in mezzo al tondo: attento al pericolo, ferma che ti ferisci. Un’assicurazione antinfortuni, polizza mente.
Il cardine di un’auto di due vecchiacci spioni che cigola sembra la porta di un vecchio galeone spagnolo. Mai saputo che i galeoni avessero le porte. Va e viene un muso simpatico. Di cavalletta.
O di formica. Disegnato a linee sottilissime rossoarancioni. Di sfondo, gli stessi colori variati di tono. O forse lo sfondo sono le mie palpebre chiuse, radiografate dal sole.
Reazioni tecniche ottime anche nella consueta strage di zanzare. Una ventata di aria umida ha traslocato quelle porche fin qui, mi pungono anche il non si sa. Mi cambiano il segno. Momento brutto. Sto male fisicamente. Mi sento debole pappetta invece che freneticamente sparso come prima.
In più, un cazzo di idrovolante che s’imbizzarrisce qui sopra. Vorrei spray anche per lui.
Brontola lo stomaco, sudore colloso. Rigetto?
Continuano visioni stupende in un corpo che le rifiuta. Sono triste, nervoso e paura di non uscirne. Infine un buon segno: un arcobaleno tra due soli.
Cinque ore dalla partenza.
Finito il tunnel. Ho dovuto cambiare posto. Sbattere la coperta piena di pagliuzze di me.
Ho infagottato tutto e sono partito, carico come un marocchino sulla spiaggia. Viene incontro uno, occhio è un nemico. No, un venditore di luce. Sole sette corone per andare sul bordo del roccione
e affacciarsi sulla lama di chiarore freddo che taglia in due il mare. Dopo il turismo chimico, adesso un po’ di quello vero, quale dei due sarà doping? Forse questo sole incredibile che reclama applausi
di scatti dalle macchine fotografiche, pazzesco acrobata che non cade mai oltre l’orizzonte.
E mi accompagna venendo via, costeggiando ancora la solitudine che insegna, e mi fa sentire come quel fiordo così nascosto e rintanato nella montagna che, a forza di non parlare con nessuno era diventato  fiordomuto. Questo sole che mi segna a ditate di luce paesini perduti dove  non cade neanche il pensiero, croste di esistenza seccate lì come i merluzzi appesi, resti di ferite molto più antiche dei  miei perché. Questa scorta luminosa che mi accompagna fuori dal territorio proibito della mente, via dal nord, trappola di ingenue bussole, dalle dormite impossibili, vedove di buio,
via dalle strade sterrate che conservano l’animo delle mulattiere e, all’improvviso, dietro gomiti di betulle, giocano Tir mancini.

(agosto '80)  

 

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