Colpa vostra, nostra e di tutti loro
Quel che stupisce nel dibattito sulla violenza negli stadi è la ricerca di sempre nuovi perché, scordando quelli vecchi, quasi fosse un modo di esorcizzarli, ritenerli frusti, superati e risolti. C’è addirittura il duello “all’ultima spiegazione”: chi scomoda Freud, chi la razza, chi l’immoralità, chi la giustizia; chi la differenza tra tifosi di sport diversi, chi il vittimismo dei giocatori, chi, autocriticamente, il pompaggio giornalistico del calcio.
Tutto giusto, o quasi: alla condizione di accorgersi che si discute sulla punta affiorante dell’iceberg, cioè sulla sua parte terminale, la più piccola, mentre il grosso del problema sta sotto e presenta principalmente
due facce: il problema politico e la pratica sportiva.
Problema politico. Più nessuno nega che il tifo ha funzionato per lungo tempo e in gran parte funziona ancora, da valvola di sfogo sociale.
La gente che va allo stadio è una miscela esplosiva: quanti fanno un lavoro che non li interessa? E quanti vivono in quei casoni-alveare senza neppure conoscere l’ape, operaia o impiegata, dellaporta di fronte?
E quante famiglie sono in crisi di chiusura su se stesse? E quanti si sentono spolpati di sentimenti, inariditi? E quanti pensano che nulla funziona, e che si sta male, e si vive non si sa bene per cosa?
A questo punto due soluzioni: o il salto in avanti, la presa di coscienza politica, l’accorgersi che le cose cambiano solo se le cambiamo, se ci impegniamo, se ci muoviamo; e allora ecco la risposta positiva, che socializza, che mette la gente insieme, che la fa crescere.
Oppure ecco lo stadio, grande siringata nella vena e droga, sfogo, non pensiamoci più. Se le cose vanno bene, finisce tutto in osanna, applausi, ovazioni, come sono bravi. Se va male, ecco laviolenza. Aspetti tutta la settimana, discuti con gli amici, ti scaldi, scommetti, amoreggi con la schedina, paghi il biglietto salato e poi quegli stronzi ti giocano male e ti perdono la partita. Colpa loro o dell’arbitro cornuto o del segnalinee finocchio, chi se ne frega, se ho una bottiglietta la tiro, se un pugno mi parte non lo tengo. In questa situazione detonante una scintilla arriva sempre: o isolata e casuale come lo spettatore kamikaze che va a caccia di Ciacci, oppure organizzata e voluta come i pestatori fascisti o dubbi gruppi di sinistra.
La pratica sportiva. Di massa. Che manca. Mentre il nostro vero e unico sport nazionale è fare il tifo; la mancanza di impianti e il campionato hanno quasi espropriato la gente del proprio sudore, della voglia di farsi una nuotata, della soddisfazione del fiato lungo. D’altra parte, dove andrebbero? Due bracciate nell’olio del Po non è che facciano troppo bene, e neppure rintronarsi in mezzo ai tubi discappamento.
Allora? La scuola, suggerisce qualcuno... Sì, la scuola sarebbe il posto giusto per cominciare e continuare, ma qualcosa si sta muovendo solo ora. Ci sono decine di anni da recuperare, infinite ore di ginnastica fatte a barzelletta, con studenti e professori a cercarsi un buco di palestra, spogliarsi, fare l’appello e rivestirsi; col professore a scegliersi i pulcini migliori e allevarseli sperando che almeno uno gli diventasse un campione. Certo, adesso sta un po’ cambiando, poi ci sono i giochi della gioventù, ma tutti questi anni si pagano: e ci vuole tempo prima che la pratica sportiva diventi un fatto quotidiano, acquisito, normale come il pane. Anche le famose marcelonghe marcecorte e giridicittà, che sono in sé fatti positivi, rischiano di diventare una scusa, un cerotto, una supplenza: primo perché continuano a stupire e fare notizia, perciò sono ancora “cose strane”, disancorate dalla vita di tutti i giorni; secondo perché svicolano dal problema degli impianti, dell’organizzazione, dello sport un po’ meno alla speraindio. Perché spendere soldi, può pensare qualcuno, se questi corrono per le strade e sono anche contenti? E si continua nell’arrangiarsi, nel fare sport di contrabbando, nell’accontentarsi. Se qualcuno finisce l’allenamento sotto un’ auto, pazienza, disgrazie ne capitano tante.
Così la gente si ritrova a usare lo stadio dall’unica parte che gli è concessa, cioè le gradinate. E nasce il tifo pericoloso, stupido, incontrollabile. Qui la soluzione è insieme semplice e difficile: c’è da aspettare che si formi, attraverso lo sport vissuto sulla propria pelle, una coscienza sportiva. Ci vogliono anni. Ma che sia una soluzione alla lunga non significa che ce la dobbiamo dimenticare; oltretutto, aspettando, possiamo cominciare a eliminare i tumori diciamo benigni, come il giornalismo di parrocchia, come il vittimismo dei giocatori, come le moviolate all’arbitro (facendo vedere quando ci prendono, oltre che quando sbagliano). E ricordando che la crescita sociale e sportiva di tutti si costruisce usando tutto, le Regioni, i Comuni, i comitati di quartiere, le riunioni di condominio, la messa, l’assemblea, l’aborto e il compromesso storico, tutti quei momenti, posti e occasioni che chiamano le persone a decidere. Così eviteremo ogni volta di stupirci e ricominciare le inchieste, i perché e i percome dei guai da stadio. Così, chissà, tra qualche anno accadrà come per Olanda - Italia, stadio semi vuoto, ma tutti a farsi sport e salute per conto loro. Queste le radici del problema: avendole sempre in mente possiamo pensare al sopra: capire, per cominciare, le colpe dei giornalisti e dei calciatori. I giornalisti: quattro quotidiani sportivi che per tutta la settimana contano le pulci a Rivera, ricamano le mutande a Bettega, rincorrono i fischi a Chinaglia. E i quotidiani politici che trattano i lettori da minorati mentali, dando più spazio a un mal di pancia di Riva che a un record mondiale di atletica; inoltre, il lunedì, volete lo sport?, eccovelo, metà giornale, tutte le cronache di tutte le partite di tutti i campionati. Quel che non è cronaca sportiva, confinato, confezionato di fretta nell’altra metà del giornale, quasi a scusarsi di avercelo messo, di aver disturbato il lettore che “cerca” lo sport. Una settimana di pagine, articoli, polemiche: un carico abbastanza pesante quando arriva la domenica. E chi dice che i giornalisti non hanno colpa delle violenze domenicali è davvero fuori misura. Poi i calciatori: il vittimismo, i doppi e tripli avvitamenti a ogni sgambetto, i “ ti faccio mangiare le scarpe”. Tutta spazzatura. Io penso che se uno resta a terra si è veramente fatto male. Se invece dopo un po’ si rialza e riprende a sgambettare, allora ammonizione e poi espulsione. Non c’è niente che spieghi le resurrezioni dopo due o tre minuti, né esistono miracoli o spugne magiche. Significa che era tutta scena. Forse bisognerebbe allenare i barellieri sullo scatto: che dopo dieci secondi siano già lì. Scomparirebbero i mutilatini di convenienza o forse, chi lo sa, ci ritroveremmo con qualche centometrista in più... Ma perché, chiede su “Tuttosport” Mazzocchi, certe cose capitano solo nel calcio? E ipotizza che sia colpa proprio di questo sport, con le sue emozioni, la sua ingiustizia, a volte, la sua imprevedibilità. È in parte vero: tante volte i risultati, e il modo, sono strani, inaspettati, clamorosi: c’è la partita rubata, quella regalata, quella scippata dall’arbitro. E in queste situazioni è più facile perdere il controllo. Ma è altrettanto vero, come dice sempre su “Tuttosport” Cerri, che il calcio tocca, o ha toccato, quasi tutti. Si gioca da tutte le parti, in cortile, nel prato, per strada; possono entrarci tutti, anche il più brocco, le regole sono semplici, non ci vuole specializzazione. Per cui allo stadio, quasi tutti sono coinvolti, sentono i calci sulle loro caviglie, i fischi dell’arbitro rigargli i timpani, la partita persa come frustate addosso. Questa identificazione attacca gli stessi nervi messi a nudo dalla partita aziendale o dell’oratorio e ne amplifica le conseguenze. Tutti quelli che hanno tirato i classici due calci ne sanno abbastanza solo per mandare alla malora l’arbitro e discutere sere intere su un fuorigioco, ma non per avere coscienza sportiva: sono praticanti non praticanti, cioè solo tifosi. Non è così nella pallacanestro, pallavolo, rugby, baseball. Sono già sport specializzati, più difficili da seguire, che già selezionano i propri spettatori. Di fatto, chi li ha scelti si è già ribellato al dio calcio, ne ha lasciato il solco obbligato, ha operato una scelta diversa, e ogni scelta dà coscienza. Se aggiungiamo che questi sport sono più esatti, cioè vince chi gioca meglio, ecco che la spiegazione si completa: questi sport, oltre ad avere tifosi già formati sportivamente, non danno loro occasione di peccato. Infine gli avvoltoi: quelli che a ogni nuova violenza si stupiscono, non si sa bene con quale diritto. Quello della memoria corta, forse. In ogni modo è uno stupore colpevole, un paraocchi irresponsabile, un falso. È così difficile ricordarsi che siamo in un Paese sgangherato, col record mondiale di crisi di governo, pieno di nodi e tumori sempre più vecchi e mai affrontati? E se lo sport qualche volta li ha nascosti (è troppo distante Bartali 1948?...) ora contribuisce a denunciarli. È un sintomo di qualcosa che cambia. Non farà piacere a chi pensa che i mali si risolvano con la struzzaggine, nascondendo la testa e tutto. Ma mica gli deve far piacere, no?
Tuttosport 3 febbraio ‘76



