Calci e Sputi e Colpi di Testa

Calci e Sputi e Colpi di Testa

Nell’ultimo decennio ho ricevuto, da diverse case editrici, gratificanti proposte di riedizione di “Calci, sputi e colpi di testa”: invariabilmente ho risposto di no. La ragione è semplice: considero il testo datato, dunque qualcosa che sta bene ai suoi tempi ma che, ripubblicato  oggi, rischia di fare la fine di una mummia riportata alla luce dopo secoli e immediatamente ridotta in polvere dallo schiaffo chimico di un’atmosfera sconosciuta. Inoltre, sono sempre stato convinto della teoria del colpo solo: le cose si fanno una volta, e replicarle significa rovinarle.
Discutendo poi con alcuni disgraziati dell’ Osvaldo Soriano Football Club (la Nazionale Scrittori), che mi chiedevano perché non farlo uscire con una continuazione fino ai giorni nostri, mi sono accorto di non averne proprio alcuna voglia. Difatti questa prosecuzione ideale è avvenuta sotto altra forma, grazie alla determinazione di Paolo La Bua che, seviziandomi con un’intervista, ha fatto il lavoro sporco, sopportando anche la puntigliosità senile dei ricordi (Spogliatoio, maggio’08).
Perché dunque questa riproposta, se sono convinto del contrario? Forse per un’identificazione col personaggio perplesso di una strepitosa vignetta di Altan che confessava di dissentire spesso dalle proprie opinioni?
In realtà, come tutti i giocatori di una volta, patisco il pressing, soprattutto culturale, per cui non sono attrezzato: e la tattica della Kaos ha costruito una efficace gabbia di persuasione. Il ripasso storico e la scelta di alcuni articoli sembrano una scorta sufficiente a rendere questo racconto meno disperso nel passato.
Non sarebbe comunque bastato senza una piccola riflessione derivante dal clima politico attuale. Secondo alcuni pensatori, anche se il termine può apparire fuori luogo, della destra, i problemi della società odierna vengono dagli anni della contestazione: per i signori Sarkozy, Sacconi, Bondi, e via farneticando, è ora di finirla con l’eredità del ’68. Siccome credo che le aspirazioni, gli ideali, i sogni di allora siano stati da tempo sconfitti, pur se orgogliosamente, da reaganismi, thatcherismi e craxismi di vario taglio, veri brodi di coltura per i furbetti attuali, mi sembra giusto ribadire, con Mario Capanna, che c’è solo una cosa peggiore al celebrare il ’68, e cioè parlarne male. Allora mi sono chiesto se il difetto di “Calci, sputi e colpi di testa”, il suo anacronismo, non potesse esserne la forza, in quanto sguardo diretto: testimonianza, contradditoria e schierata finchè si vuole, di un periodo sotto attacco, e contrabbandato per altro. Una minima, parziale e purtroppo inadeguata risposta a questo colonialismo sulla memoria che troppi fanno passare sotto silenzio. Mi è allora venuto in mente un buffo episodio degli anni ’70. Durante un’ascensione invernale al monte Orsiera, in val di Susa, con Cesare Moglia, dalla vetta avevamo individuato un bel percorso per salire la montagna di fronte, la Rocca Nera. Eravamo però sconfortati perchè privi di carta e penna per tracciarne i riferimenti, a futura escursione, finchè non ci siamo guardati, scoppiando a ridere: avevamo la macchina fotografica per fissare progetti su tutto il panorama!
Ecco, perché affannarsi nella descrizione postuma degli anni del contendere, quando c’è nel cassetto una loro fotografia, anche se impietosamente ingiallita? Forse nel suo residuo erotismo dei bordi, e mi scuso per la citazione colta, è ancora possibile qualche sorpresa.

 

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