Le scarpe di Lippi
Lettura in occasione di Libri in Campo, Bellinzona, giugno 2008

Una domenica mattina di sole di qualche anno fa, Marcello Lippi ha tagliato il nastro di un polveroso campetto della periferia della mia città, Viareggio. Non era per inaugurarlo, quel campo sta lì da almeno trent’anni, forse di più. Da come me lo ricordo io è sempre stato, fra tutti i campi da gioco della città, il più arido e sabbioso – fatta eccezione per le bandierine dei corner, regolarmente ingoiate da una vegetazione amazzonica. Sono certo che il calcio italiano ha perso ogni notizia di diverse giovani promesse avviatesi a battere un calcio d'angolo al dodicesimo di un secondo tempo.

Quella domenica mattina non si trattava di un’inaugurazione. Il campo veniva intitolato a Ilario Niccoli detto il ‘Carrara’,  fondatore, presidente, allenatore e magazziniere della Stella Rossa, nelle quale hanno militato futuri calciatori di successo come Marcello Lippi e numerosi brocchi come il sottoscritto.
Ilario Niccoli era un tipo nervoso e filiforme. Aveva la mano destra mutilata di tre dita dall'esplosione di una mina americana rimasta sepolta sulla spiaggia o, come qualcun altro sosteneva, da una partita di caccia di frodo finita male.
La Stella Rossa – già dal nome programmaticamente antagonista, ma a Viareggio c’era per esempio anche una squadra chiamata V2 –, è stata una società forte e rispettata. Alla fine degli anni Settanta ha avuto un’annata di Allievi capace di segnare in un campionato centoventiquattro goal subendone due (io ero ovviamente in quella successiva). La leggenda voleva che il portiere di quella squadra entrasse in campo con qualche albo di Alan Ford da tenere accanto al palo, per superare i momenti di solitudine più duri.
Penso però ancora oggi che Ilario Niccoli coltivasse un feeling speciale e una sorta di sconsolata simpatia per noi brocchi. Anche quando, come faceva con me, ti urlava smanaccando dalla panchina “sei lento come la fame!”, un'informazione decisamente sensibile che l'ala sinistra, a mio modesto parere, avrebbe dovuto apprendere il più tardi possibile.
Ne ho visti anche di più lenti di me, nei quattro anni in cui ho giocato nella Stella Rossa. “Macchinosi” come direbbe Pizzul, nel suo eufemismo preferito. Ma la terapia d’urto di Ilario Niccoli “Caràra” era semplice ed efficace: un’estate di lunghissimi allenamenti pomeridiani, nelle pinete di Viareggio. Lo ricordo bene, seduto di sbieco sul sellino del suo “Ciao”, che sgassava e ci gridava di allungare la progressione.
Quelli bravi, invece, Ilario Niccoli li aveva sullo stomaco. Un po’ perché, si sa, chi ha il dono gratuito e immeritato del talento non lo sfrutta mai abbastanza. Un po’ perché tendevano a cazzeggiare agli allenamenti, a darsi delle arie, e in genere andavano molto male a scuola (succedeva invece che brocchi come me studiassero greco e latino, con sgomenta incredulità del resto della squadra).
Una volta mi avvicinò prima di un allenamento e mi additò un nuovo arrivato, un tipo con la zazzera bionda, il vespino azzurro truccato e un piedino niente male. “Tu copri quello lì”, mi disse, “e lo picchi forte. Così impara subito che qui non si dribbla.” Un’altra volta per un tunnel di troppo l’ho visto saltare su inviperito al raggelante grido di “Sivori è morto! Dài quella palla!”
La metafora, ancorché jettatoria per l'indimenticabile fuoriclasse argentino, era comunque chiara: se sei brocco, l’unica speranza è arrivare sulla palla prima di quello bravo. Se sei bravo e non corri, la palla non la vedrai mai.

Certo, essere brocco aveva anche i suoi svantaggi. Oggi sento parlare di scooter regalati dalle società giovanili ai ragazzini talentuosi. Vent’anni fa ai talentuosi andavano i buoni per comprare gli scarpini, ai brocchi qualche volta le scarpe usate.
Fu così che un giorno il “Caràra”, dovendo rifilarmi un paio di Puma non esattamente di primo piede, mi disse che erano state appena smesse da Marcello Lippi. Forse era vero, forse era una bugia per non umiliarmi.
Io, ovviamente, non misi in dubbio la parola del mister. Altro che un paio di banali scarpe nuove. Io pensavo a tutti i campi importanti che avevano calcato, mi chiedevo se quei tacchetti avessero massaggiato anche la caviglia di Bettega o di Paolino Pulici. Mi sembravano comodissime, non avevano bisogno neanche di essere ingrassate ogni sabato.
Con quelle realizzai l’unico goal della mia carriera di terzino con visto di espatrio fino alla metà campo. Uno di quei goal che facevano i difensori di una volta. Si entrava in area avversaria di soppiatto, come in un salotto buono senza le pattine e, con l’aria di chi passa di lì per caso, si tentava la legnata di prima, senza cincischiare, con la fretta di uno che è uscito di casa senza aver chiuso a chiave la porta.
Erano i primi anni Ottanta. Il calcio di Sivori era morto, come diceva Ilario Niccoli, ma stava nascendo quello dei Cabrini e dei Maldini, terzini belli e fluidificanti, non più cani ringhiosi con la catena legata al palo.
Una sera di pioggia riportai borsa e divisa alla sede della Stella Rossa, nient'altro che uno stanzino fumoso ricavato nel retro di un bar del centro. Per quattro anni ero rientrato presto il sabato sera perché la domenica mattina si giocava, spesso in orari che dovrebbero essere espressamente vietati alla dichiarazione dei diritti universali dell'uomo. Sentivo che il sabato sera preferivo marcare stretto le mie compagne di Liceo, creature assai più imprevedibili di qualsiasi trequartista.
Quanto a Ilario Niccoli, un giorno arrivò, seduto di sbieco sulla sella del suo Ciao, davanti a un passaggio a livello. Dietro di lui sedeva un giovane portiere di dodici anni.
Il passaggio a livello era chiuso, ma lui volle passare lo stesso. Ancora oggi mi chiedo perché. E, purtroppo, non credo di essere il solo.
Qualcuno ha detto che non ci vedeva più da un occhio e che era diventato sordo.
Di sicuro quel treno gli arrivò addosso velocissimo. Non lento come certi terzini brocchi a cui solo lui era capace di insegnare come si sta dignitosamente in campo.

Giampaolo Simi

 

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