Il giallo fra romanzo e cartellino
(ovvero la dottrina Montero spiegata ai non difensori)

In quanto difensore, io mi occupo di attaccanti. Li studio, li detesto, li invidio. In quanto scrittore di gialli, li sorveglio, li pedino e, se proprio il mio uomo insiste nel dare fastidio, ricorro alla violenza.
Fallo tattico, ginocchiata maligna nel quadricipite, gomito nel fegato. L’importante però viene dopo il fallo. Bisogna sorridere subito e allontanarsi raccogliendo la palla per indicare il vero obiettivo dell’intervento, in un certo senso la responsabile, mancata solo per una manciata di centimetri. Maestro di questa gestione del dopo-fallo rimane ancora oggi, insuperato, Paolo Montero.
Ma torniamo agli attaccanti. Il più forte che mi è toccato di marcare, capirai, è Ruggero Rizzitelli, in un match contro gli ex del Cesena. A uno così, solo agguantargli la maglia durante un corner, mi sarei sentito onorato. Ma non mi sono permesso. E lui, da gran signore, mi ha lasciato un paio di anticipi che racconterò ai miei nipoti.
Un altro attaccante davvero bravo è Federico Pocci Pollini, della band di Ligabue. Se corresse sul manico della chitarra quanto in campo sarebbe Malmsteen. Dopo pochi minuti, ligio alla dottrina Montero, devo avergli messo due dita negli occhi o qualcosa del genere. Mi ha fatto una mezza scenata, e mi rendo conto che ho sbagliato. Lui va su un palcoscenico, con la faccia ci lavora, era meglio optare per un artistico calco dei tacchetti nel tendine di Achille.
Voglio però concludere con una vibrante denuncia: anche i difensori prendono le botte. Ma siccome i rigori si danno nell’altra area, questa violenza si consuma, sorda, nella complice omertà delle moviole. Se poi provi a lamentarti, l’arbitro ti guarda come a dire “da che pulpito”. E mentre si allontana senza estrarre il cartellino, nel suo sorriso qualcosa di inquietante ti ricorda inevitabilmente Paolo Montero.

(da GQ, 2006)