La Sindrome dei Pronti Al Peggio

di Stefano Sardo

C’è un macchia vistosa sopra il quinto elemento del termosifone di camera mia. E’ di un rosso scuro quasi marrone e ha la forma dell’Australia, con una costellazione vischiosa di minuscole colonie tutt’intorno. In tanti anni non avevo mai pensato che un termosifone potesse far male, e invece eccolo lì, il mio sangue, a documentarne la pericolosità nella più intuitiva delle didattiche. Il Morbido mi ci ha già sbattuto la testa due volte, e da come le sue dita tozze fremono mentre mi stringono i capelli, so che non ha ancora finito. Hanno dell’inventiva, gli esattori di Tony Battaglia, devo riconoscerlo. A me non sarebbe mai venuto in mente, il termosifone. Avrei usato una padella, io, molto probabilmente. O un collo di bottiglia, tutt’al più. Il termosifone, mai. Il Morbido mi sbatte la testa una terza volta, e un raduno di formiche roventi si disperde dal punto dell’impatto, sopra l’arcata sopraccigliare, e si sparpaglia all’impazzata sotto la pelle del viso, per radunarsi con uno schianto sordo in un punto alla stessa altezza dal lato opposto del cranio, appena sopra la nuca.
La voce del Morbido, a questo punto, mi arriva equalizzata tutta sui medi, come nelle intercontinentali di una volta.
“Tony dice che se entro venerdì non paghi tutto mi manda a finire il lavoro”, ringhia, e le sue dita ancora non mollano i capelli. Si mette male davvero, dunque. Il dolore è così intenso e lancinante che mi viene voglia di vomitare. Io credevo che quella frase che si sente nei film, quel ti vedi passare davanti la tua vita quando stai per morire, non fosse che altro un modo di dire, un espediente letterario, ecco. E invece quando la sua mano mi fa arretrare il collo per prendere lo slancio e farmi cozzare l’arcata sopraccigliare un’altra volta contro il quinto elemento del termosifone di camera mia, eccolo che parte, il flash back. Solo che non vedo tutta la mia vita. Non ce ne sarebbe il tempo, in effetti.

Vedo mio padre che mi tiene per mano, mentre gli strappano i biglietti all’ingresso del Comunale. E’ inverno, abbiamo i cappotti pesanti. Io ho i guanti, quelli senza dita, come si chiamano… Vedo lui sugli spalti che tracanna un tubetto di Caffè Sport Borghetti per combattere il freddo, e poi mi stringe la sciarpa granata intorno al collo, e la tira come per impiccarmi per scherzo. Io mostro la lingua e strabuzzo gli occhi, lui ride sotto i baffi e si fa il segno della croce – il boia e l’impiccato, il nostro sketch preferito. Vedo il suo dito calloso, che allora mi sembrava enorme, indicarmi un giocatore con la maglia granata. “Mi’m pias cul lì”, mi dice, mentre la sua falangetta annerita, come la canna di una pistola che ha appena sparato, punta Claudio Sala.

Tutto qui. Non vedo altro. Una domenica allo stadio negli anni settanta, io, mio padre e il Toro dell’ultimo scudetto, quello dei gemelli del goal... Con un occhio dolorosamente inservibile, il gusto amaro del mio sangue in bocca, la faccia riversa sul pavimento, e un formicaio di tungsteno rovente nel cervelletto, osservo il Morbido che senza guardarmi dice: “A venerdì, cazzone”, quindi raccoglie il mezzo croissant che ha poggiato su un tovagliolino di carta sulla credenza prima di volarmi addosso, lo fa sparire in bocca e si chiude la porta dietro le spalle con uno slam!, come nei fumetti.
Quattro secondi prima di svenire e sette ore e undici minuti prima di svegliarmi in un letto d’ospedale sono vittima di quella che – complici le ripetute termosifonate alla mia centrale neurologica - ha tutta l’aria di essere un’esperienza epifanica, una illuminazione in piena regola: “Mi salverà il Toro!”, dico ad alta voce, prima di perdere i sensi in una piccola pozza di saliva e sangue.

Quando riapro l’occhio sinistro – il destro è coperto da una garza montata su una fasciatura da rugbysta – nel bianco panna acida dei neon ospedalieri, e barcollando imbocco un corridoio di lineoleum che odora di disinfettante e minestrone, aggrappato a uno di quegli attaccapanni a rotelle reggi-flebo, per la prima volta da diversi giorni a questa parte so esattamente cosa devo fare per tirarmi fuori da quella che ha tutta l’aria di potersi definire l’ultima situazione di merda della mia vita. Trovo un telefono e mi ci attacco. Chiamo Lorenzo e gli dico spegni-quell’inutile-stupido-reggae e stammi a sentire.

“Che cos’è che vuoi fare?”
Nella pioggia Lorenzo fa zigzagare la sua Uno bordeaux da un marciapiede all’altro, con la sua caratteristica noncuranza nei confronti della linea di mezzeria. Mi guarda come se la mia testa avesse preso fuoco.
“E’ una domanda retorica, Lo, o vuoi davvero che te lo ripeta?”
“Fammi capire”, continua lui, con una canna che gli pende dal labbro come un’escrescenza, “vuoi che ti accompagni ad Amsterdam per giocarti tutto sul Toro, è così?”
“Se ti dicessi che ho avuto un’illuminazione?”
“Cristo santissimo.”
Lorenzo è così sconvolto che s’è messo a guidare diritto. Poi la cosa deve sembrargli insostenibile, perché inchioda di punto in bianco in mezzo alla via, facendomi sbattere il lato sano della faccia contro lo specchietto retrovisore.
“Ma che cazzo!” urlo io.
Nella mia testa qualcuno ha appena rovesciato un gong su un servizio di piatti.
“E’ evidente che stai delirando, Dani”, dice il Lo serio serio, “adesso ti riporto in ospedale.”
Sta per dare seguito al suo proposito quando io sfilo la chiave dal cruscotto, costringendolo ad ascoltarmi.
“Dimentichiamo la faccenda dell’illuminazione, se preferisci…  Sarò oggettivo? Ok allora, oggettivo. Oggettivamente parlando, devo dare 32 milioni a Tony Battaglia entro questo venerdì, altrimenti Pino Morbidelli detto il Morbido tornerà a trovarmi e finirà il lavoretto del quale vedi il trailer sulla mia piratesca faccia…”
“Cristo.”
“Ora, io, quei 32 milioni, sempre per stare su un piano squisitamente oggettivo, non ho la più pallida idea di come recuperarli. Pertanto…”
Allargo le braccia mimando il concetto di “fatalità” senza troppa inventiva. Lorenzo emette un grugnito interlocutorio. So che vorrebbe chiedermi come ho fatto a perdere quei trentadue piccoli amici tutti in una volta, ma si limita a voltarsi e mi guarda alzando un sopracciglio solo, come Celentano.
“Stefy?”, chiede.
Io abbasso l’unico occhio disponibile.
“Le ho detto di prestarmene 10. Non potevo dirle di quanto ero sotto veramente. Le ho giurato che quella era la mia ultima perdita e lei li ha chiesti all’avvocato...”
“Il padre?”
“Una vergogna che non ti dico…”
“Dani, tu non hai intenzione di smettere…”
“Sì, sì che voglio smettere! Questa volta è… è diverso, ecco. Questa volta è l’ultima. Ho avuto una chiamamola-visione, Lo! Vado, vinco, pago Tony Battaglia e la faccio finita con questa merda. Rapido e indolore.”
Lorenzo ha ancora due o tre lettere della parola “visione” incastrate ad altezza pomo-d’adamo. Scuote la testa per provare a buttarle giù.
“Chi ha chiamato l’ambulanza?”
“Che?”
“Hai detto che ti sei svegliato in ospedale…”
“Uh. Certo. Ho fatto un disegno del Morbido e l’ho lasciato in portineria dicendo, se vedete uscire questo brutto tizio da qui, per favore chiamate subito un’ambulanza. Mi hanno preso in parola, evidentemente. Eh, per fortuna sono vittima della S.P.A.P…”
“Quoi?”
“Sindrome dei Pronti Al Peggio”
“Te e i tuoi cazzo di acronimi” sbotta Lorenzo con una nota di sfiducia dolente. Io non demordo. Dopo mesi di inattività, un giovane e robusto criceto sta di nuovo facendo correre la piccola ruota della mia fortuna, lo sento.
“Andrà bene, fidati”, dico.
“Te li darei io, se li avessi.” La sua voce è quasi un sussurro. Il vecchio Lorenzo mi sta facendo commuovere.
“Lo so amico, lo so. Ma sentimi. Io ne ho rimediati solo sette, ok? Con questi arrivo a 17 milioni. E non bastano, come sai, perché è appena la metà di quanto… ma… ma dopodomani c’è Toro-Ajax, e, guarda caso, la mia visione riguardava proprio il Toro…”
“Ho un gran bisogno di dormire, tutt’a un tratto.”
“Ho rivisto mio padre, allo stadio, che mi indicava Claudio Sala. Quello era il Toro del 1976, il Toro dello scudetto. Mi ho padre mi indicava il “Toro” “vincente”, capisci?”
“Mi ridai quella chiave, per favore? Voglio andare a casa.”
Io non considero la mano protesa, quasi implorante, di Lorenzo.
“Senti cosa facciamo. Domani andiamo a comprare due biglietti per Amsterdam, uno per me e uno per te. Poi porto il resto dei soldi da Tony e li punto sul Toro vincente: 2 a 1 la pagherà, no? Dopo il pareggio interno all’andata mi sembra una quota ragion…”
“Vuoi tornare a giocare da Tony?” la faccia di Lorenzo è quella di uno che è stato costretto a ingoiare un ragno e si è appena accorto che la bestia non è completamente morta.
“Lui o un altro è la stessa cosa. Ma se punto con lui, poi non devo neanche più incontrarlo, capisci? Si tiene quello che mi dovrebbe, andiamo pari e patta, e il suo brutto muso non lo rivedo finché campo.”
Lorenzo butta un mozzicone catapultandolo fuori col dito medio, al modo in cui si lanciano le biglie da spiaggia. Non mi guarda, non è un buon segno. Restiamo zitti per una decina di secondi tutta, scandita dal ticchettio ossessivo dei tergicristalli.
“Ok.”, dice alla fine con una voce che non gli conosco, “Ma se perdi?”

Reykjavik – Torino:  0-2. Torino - Reykjavik: 6-1. Torino - Boavista: 2-0. Boavista - Torino: 0-0. AEK Atene - Torino: 2-2. Torino - AEK Atene: 1-0. B1903 Copenaghen - Torino: 0-2. Torino - B1903 Copenaghen: 1-0. Real Madrid (Spa) - Torino: 2-1. Torino - Real Madrid: 2-0. Torino - Ajax: 2-2…

Mentre l’ascensore in ferro battuto mi solleva cigolando verso casa di Stefy recito tra me il cammino del Toro in Coppa Uefa… Sono nervoso, e questo mantra serve a calmarmi. So che Stefy non la prenderà affatto bene, questa faccenda della finale, ne sono pressoché certo. Se solo riuscissi a farle vedere le cose dal mio punto di vista, penso, mentre affondo il dito nel suo campanello liberty in ceramica. “Se è rinato il Toro”, le dirò, “posso farcela anch’io”. Una cosa del genere, ecco.

Stefy apre la porta. La sua prima dolcissima espressione di sollievo – deve essersi preoccupata per me, convengo, quando le ho chiesto tutti quei soldi e sono sparito per 24 ore – svanisce non appena i suoi occhi si soffermano sulla fasciatura vistosa che mi copre l’occhio destro e capisce – non è stupida – che i problemi non sono ancora finiti. Conta i miei lividi a uno a uno, come un patologo che mandi a memoria i risultati di un’autopsia, con la stessa assenza di partecipazione. Io le sorrido incoraggiante, e trovo finalmente il coraggio per aprire bocca.
“Non è ancora risolta, Stefy. Ma è tutto a posto, dico davvero. Ho un piano.”
Lei si porta una mano alla bocca. Non riesco esattamente a decifrare il senso di questo suo tremito improvviso.
“Se mi fai entrare ti spiego t…”
“Non ti voglio vedere mai più”, dice lei interrompendomi, con una voce metallica, un attimo prima di chiudermi la porta in faccia.
Le mie ginocchia improvvisamente vacillano. La ferita si mette a pulsare freneticamente, come il woofer degli altoparlanti sulle auto dei tamarri. Ho la nausea e la forza di gravità, tutt’a un tratto, mi attira irresistibilmente a sé.
“Ti restituirò tutto” urlo, in lacrime, la faccia affidata alla carezza ruvida dello zerbino, con l’occhio vuoto dello spioncino come unico, impietoso spettatore.

Mio padre e mia madre litigano furiosamente. Io sono rannicchiato sotto le scale di legno, con le palme delle mani sulle orecchie, per non sentirli. Un pallone rotola fino davanti ai miei occhi. Io lo raccolgo incredulo e lo porto in cucina, dove i miei devono aver fatto pace, perché si stanno baciando, stretti stretti, come nei film. Io sorrido raggiante e porgo il pallone a mio padre, le braccia tese, tutto fiero. Lui si stacca da mia madre con uno schiocco e mi sorride. E’ strano. Ha i baffi. Ha la faccia di Claudio Sala. Poi, con un brivido di paura, mi accorgo che qualcosa nella faccia di mio padre sta cambiando. E’ in corso una specie di trasformazione. I baffi gli si staccano da sotto il naso e volano via, come una rondine, i capelli e il naso si allungano, trasformando il suo viso in un modo terrificante e familiare al contempo, che mi costringe a urlare…

Mi sveglia il tintinnio del ghiaccio nel bicchiere di Lorenzo, cui la hostess ha versato il quarto Bloody Mary. Dev’essere un record, questo, per la traversata Torino-Amsterdam, mi dice lui gongolando. Io per svegliarmi mi stropiccio la faccia come per levarmi una maschera: non ho tenuto conto della ferita e devo mordermi le labbra per non cacciare un urlo che faccia rabbrividire l’intero equipaggio. Lo mi fa notare, con il sorriso beato degli ubriachi, che oggi è il 13 maggio. “Il 13”, sottolinea. “Porta bene”, dico io, arrotolando una copia di Repubblica sulla quale ho sbavato nel sonno. Mancheranno i gladiatori Annoni e Bruno, dice un articolo. Ma io ho fiducia in Casagrande. Il testone sulle spalle strette e curve, i fianchi larghi, i capelli neri, ricci e lucidi come quelli di mia madre, le movenze da pivot che ha sbagliato sport, le sue collane improbabili… Sì. Sento che sarà proprio Casagrande a tagliare il nastro alla cerimonia di inaugurazione del Nuovo Corso della Mia Vita.
Sono passato da Tony Battaglia, questa mattina. Ho poggiato tutte e due le mani sul suo bancone in formica e l’ho fissato dritto in quegli occhi cirrotici. “16 milioni sul Toro vincente”, gli ho detto, con un tono sorridente da speaker pubblcitario, privo di esitazioni. Senza dargli il tempo di reagire ho tirato fuori i miei bigliettoni, solennemente, e mi sono messo ad accatastarli l’uno sull’altro, in due mazzi tipo carte da poker, gustandomi il suo stupore a piccoli sorsi, come un vino da meditazione. Il Morbido ha accennato a farmisi sotto, ma Tony l’ha paralizzato con un’occhiata, come si fa coi cani, intimandogli di lasciarmi fare, mentre la sua dentatura giallognola si scopriva in un sorriso maligno. Ride bene chi ride ultimo, ho pensato, prima di produrmi in un inchino plateale e uscire rinculando come un gambero dalla sua tabaccheria puzzolente.
La hostess mi picchietta sulla spalla, facendomi trasalire. Il suo viso rubizzo da Miss Piggy si contrae in un sorriso tirato, mentre mi fa cenno di allacciarmi le cinture per l’atterraggio. La fibbia fa clack. Mi turo il naso e soffio, gonfiando le guance come uno scoiattolo. Serro le dita sui braccioli fino a farle diventare rosse. Chiudo l’occhio buono e inspiro con forza.

Casagrandecasagrandecasagrande... Con uno dei suoi colpi di testa in area piccola ha preso un palo secco, il brasiliano, e io e Lo ci siamo guardati. Ho sentito un brivido di freddo lungo la schiena, lì per lì, ma poi mi sono detto c’è tutto il tempo, ho lanciato uno sguardo sugli spalti e ho visto le facce amiche – irrigidite dal freddo e dalla tensione, certo, ma ancora piene di speranza - e mi sono sentito tranquillo, a casa. Poi Cravero è stato atterrato in area ma l’arbitro niente, non ha fischiato, Mondonico ha alzato la sedia in segno di protesta, mezzo stadio gli ha fatto eco con un boato pieno di frustrazione, e io e Lo ci siamo guardati di nuovo, senza riuscire a parlare. Nel secondo tempo, poi, è stata la volta di Mussi a prendere il palo, ancora, tirando da fuori. Mussi si è messo le mani nei capelli rossi e anch’io mi sono messo le mani nei capelli, solo che le mie ci sono rimaste, da quel momento in poi, e non sono più letteralmente riuscito a muoverle da lì. Ho divorato due spanne di Toblerone, triangolo dopo triangolo, per tenere occupata la bocca e non spaccarmi i denti a furia di serrar le mandibole, e adesso ho voglia di andare in bagno, ma non riesco a muovermi, sono paralizzato. I minuti sono corsi via come gli studenti dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola, e la partita mi sta finendo sotto gli occhi, senza che quello stupido brasiliano sgraziato sia ancora riuscito a salvarmi la vita con uno dei suoi tocchi svirgoli. Sento gli occhi di Lo fissi su di me, e potrei trascrivere i suoi pensieri, tanto sono forti e nitidi. Sta maledicendo la mia strepitosa dabbenaggine, sta maledicendo la mia suicida sospensione dell’incredulità, sta maledicendo la mia ossessiva mania per le scommesse e sta maledicendo perfino mio padre, che è sempre stato un perdente e un pessimo esempio, finché era in vita e perfino ora che è morto, nei sogni.
E’ l’ottantottesimo minuto e ancora lo zero a zero non si sblocca.
Ciò significa due cose: coppa UEFA all’Ajax e fine-della-breve-vita-di-Daniele-DiGiovanni.
Come ho potuto avere fiducia nel Toro, mi domando con la morte nel cuore, a due minuti dalla fine: Gesù Cristo, quale altra squadra di calcio nel mondo ha dato nel corso della sua storia tali e tanti segnali di una clamorosa predispozione alla sventura? Come ho potuto fare affidamento – per salvare la mia unica preziosissima vita - su un’insignificante esperienza onirica derivante con ogni evidenza da una forma grave di commozione cerebrale conseguente a percosse ripetute? Come ho…
Un refolo di vento tiepido nel gelo di Amsterdam interrompe con un fremito quasi sensuale il flusso dei miei lamenti e mi fa spalancare l’occhio buono sull’azione, con un’attenzione sovrumana, al limite della telecinesi. C’è un cross dalla mediana, uno di quei cross alla disperata che si fanno a fine partita. Martin Vasquez, sul vertice sinistro dell’area, la gira di testa, a campanile, verso il dischetto del rigore. Casagrandecasagrande… Mi alzo in piedi. A un tratto, tutto mi è chiaro, e lo scroto mi vibra su una nota alta come la corda di un bouzouki. Ecco, chi era, il volto terrificante e familiare del sogno in aereo! Sordo! Merda santa! Non era Casagrande l’uomo predestinato a salvarmi la vita! Non l’esperto bomber brasiliano, non il rapace predatore dell’area piccola, bensì – e a un tratto ammiro la sottigliezza dei disegni celesti – un rude e anonimo faticatore di centrocampo, Gianluca Sordo, l’amico di Lentini, naso a punta e taglio di capelli da profugo albanese, piede rude e polmoni generosi. Gianluca Sordo, l’eterna riserva, entrato per uno sconsolato capitan Cravero al decimo del secondo tempo, quando Mondonico ha deciso di mischiare le carte. E’ proprio lui, Sordo, l’uomo del sogno che mi ha fatto spaventare. La parentesi tonda di un sorriso mi si disegna in faccia, le mani mi si disincastrano e cadono molli lungo i fianchi, come due ciondoli.
Scocca l’ultimo minuto di gioco.
Ci alziamo in piedi, io, Lo e tutto lo stadio, mentre Sordo, il mio Sordo, spalle alla porta, difende la palla col corpo e la lascia rimbalzare davanti a sé, pregustando il proprio passaggio alla storia. Nel silenzio di un’apnea collettiva, il pallone tocca l’erba con il tonfo languido del cuoio e si alza di tre spanne, giusto l’altezza che consente a lui di ruotare il busto, di buttare indietro la schiena e, facendo perno sulla gamba sinistra, di colpirla di collo pieno col destro. L’impatto sulla palla gli fa guizzare il muscolo della coscia, mentre i capelli sulla nuca si muovono da sinistra verso destra all’unisono, come una tovaglia stesa al vento. Blind gli è addosso ma la mossa lo ha colto di sorpresa: alza la gamba piegata, come si fa in riscaldamento, solo che la palla si infilia nell’angolo acuto sotto il suo ginocchio, e lo scavalca.

Mentre sta viaggiando, lucida e dritta, verso la porta di Menzo, che non l’ha vista partire e appare goffamente in ritardo, io chiudo gli occhi, spalanco le narici e tiro dentro quanta più aria mi è possibile, nella calma di un silenzio perfetto. La sento percorrermi la trachea diretta in polmoni e sotto la lingua, dopo il suo passaggio, avverto – ancorché impercettibile - un sapore dolcissimo.

E’ il gusto della mia vita che ricomincia.

(da Schema Libero, ed. Gazzetta dello Sport, 2003)

 

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