La partita contro la morte

Fronte delle Ardenne, febbraio 1916.
È un'alba grigia e piovosa, che rimbomba dei latrati delle artiglierie dai fronti contrapposti. I fumi sollevati da obici e mortai si mischiano a un odore acre e penetrante, un umore di sangue e di morte. Dell’immensa pianura non si scorge una sola zolla di terra, un solo filo d’erba, nell’alba pesante di destino di questa giornata d’inverno.
Reggimento inglese dell’East Surrey. Il Capitano percorre il buio fangoso delle trincee. Passa in rassegna i volti pallidi e stremati dei ragazzi. Sono come fratelli per lui. Li rivede durante gli anni dei college, sui campi di calcio di tutta l’Inghilterra. Insieme hanno corso e crossato, attaccato e difeso, vinto e perso. Insieme hanno raccolto trionfi e gloria. Insieme hanno amato il pallone.
Ma ora il Capitano sa che il momento è arrivato. I soldati-calciatori, quei volti pallidi di ragazzi, lo fissano intensamente. (Occhi stanchi e preoccupati, taglienti come baionette). Non è il momento di far germogliare nel proprio petto il dubbio. Davanti a lui, in quest’alba pesante di destino, c’è il nemico vero, c’è la partita finale il cui trofeo è la vita. No, non è il tempo del dubbio.
Nella notte ha fatto portare quattro palloni, per i quattro plotoni al suo comando. Guarda in viso i suoi uomini un’ultima volta, come se passasse mentalmente in rassegna la formazione, la disposizione in campo, gli schemi da adottare. E finalmente urla:
— Fuori dalle trincee!
 Dà quell'ordine con un groppo alla gola:
— Dribblate attraverso la terra di nessuno, dribblate fino alle linee nemiche.
Quattro lunghi lanci — come rinvii di portiere — in quella fitta nebbia di guerra. Non c'è bisogno di guardarsi in faccia, di chiedersi ragioni. Sarà così, la loro ultima partita: nel fango di un'alba grigia e piovosa, fra i fumi sollevati da obici e mortai, soffocando in quell'odore acre e penetrante di morte e sangue.
Si passano i palloni, dribblano, scattano, mentre avanzano sotto il fuoco nemico.
Giocheranno, fino all'ultimo respiro.


Il Gigante

La sua voce, superando ogni barriera, percuote i timpani, entra dentro, fa tremare il cuore: quel continuo, sconvolgente ruggito.
Apparirà fra pochi istanti: dopo l’interminabile corridoio.
Non è solo un monumentale spazio, un contenitore enorme in cui decine di migliaia di persone si sono riversate. Le strutture di cemento e metallo, le pareti, le gradinate e tutte quelle anime — uomini e donne, vecchi e bambini — si sono fuse insieme per dare vita a qualcos'altro.
Un Gigante: con un’anima, una memoria, un nome. Un Gigante che, riportato alla vita dopo una settimana di letargo, leva altissimo il suo grido baritonale e, con occhio selvaggio e sovrumano, ti guarda fissamente. Un Gigante che, riscuotendosi alla vita, fa tremare la terra, le case, scuote le viscere alla città, tutt’intorno.
Come il vecchio Wembley — sulla sommità di una collina, a dominare Londra come un tempio che custodisce preziose reliquie (il gol fantasma di Geoffrey Hurst che assegnò l'unico Mondiale all'Inghilterra, il gol storico di Capello che ci consentì per la prima volta di espugnare la Perfida Albione, quelli di Altafini con cui il Milan vinse la prima Coppa dei Campioni italiana contro il Benfica di Eusebio).
Come il Santiago Bernabeu, che paralizza i muscoli di chiunque varchi la sua soglia, se non indossa la camiseta blanca. Il Bernabeu, che il destino decise di inaugurare lo stesso giorno della tragedia di Superga.
Come il Maracanà e la sua “torcida”. Samba e insulti all’avversario. Allegria e disperazione. La pressione festosa, chiassosa, assordante che porta alla confusione fisica e mentale gli avversari di Flamenco e Brasile. La Cattedrale che ospitò il Requiem del Brasile nel 1950 e il gol numero 1000 di Pelé.
Come il “catino” di San Siro, Scala del calcio all'italiana, niente lati, niente settori, solo un'unica impennata verso il cielo, e per arrivarci tre gironi, uno sopra l’altro (come all’Opera: gli algidi, compassati facoltosi sotto, e i ruvidi, rumorosi e vitali popolani in alto, fino all’Inferno del Loggione).
Come il Monumental di Buenos Aires, la “bombonera”. Enorme, pulsante gioiello rococò: fuori nastri e lustrini, con quelle lunghe strisce bianche che scendono dagli spalti e quei minuscoli frammenti bianchi che piovono dal cielo; dentro la passione, la “vida”, il furore. Uno scatolone infiocchettato dove custodire le ceneri di Juan Carlos Lorenzo e le lacrime d’addio di Maradona.
— Dino Zoff, Claudio Gentile, Antonio Cabrini, Gabriele Oriali, Fulvio Collovati, Gaetano Scirea, Bruno Conti, Marco Tardelli, Paolo Rossi, Giancarlo Antognoni, Francesco Graziani: come vissero questo momento, entrando nella pancia del Camp Nou?
— Jongbloed, Suurbier, Krol, Neeskens, Rijsbergen, Hann, Van de Kerkhof, Rep, Cruyff, Van Hanegen, Rensenbrink: provarono le stesse emozioni — la saliva che scompare, sentirsi il cuore in gola, sentirlo battere sempre più veloce, fino a impedirti il respiro — mentre varcavano i cancelli dell’Olympia Stadium? O, all’Azteca, nel ‘70, Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera … che si avviavano ad affrontare il Brasile stellare di Pelé?
Una porta si spalanca. Lascia intravedere il buio ventre del Gigante. C'è tempo solo per un'occhiata al cielo. Per chiedersi se Scorpione, Orse e Lupo saranno benevoli, appena la dea sferica comincerà a roteare nel verde labirinto.

 

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