Gian Luca Favetto

 Sgambava  Gi.avetto verso la porta
- già si giocava da venti minuti-
che tutta la squadra non s’era accorta
d’esser senza portiere e dei gol ricevuti.

Come un canguro con l’anima in spalle
Gi. balzava tra i pali incontrando il destino
usava il marsupio per salvarsi le palle
e ruotava le mani come fosse un mulino.

Che gli bastasse ruotare le pale
per impedire i gol e le beffe
è cosa triste e dirlo non vale.

Ai suoi compagni Gi. ragliava da mulo
quella parola che inizia per effe
e quasi sempre finisce per ulo.


Carlo D’Amicis

Con un ginocchio d’acqua sale e cemento
tappava le falle del campo lì al centro
chiedeva soltanto che a un certo momento
non fosse lasciato da solo là dentro.

Che a Roma a Torino ed anche a Foggia
qualcuno udisse il suo richiamo
e desse una mano in quella bolgia
per non lasciarlo impiccato ad un ramo.

Ecco com’è il vero gioco di squadra:
ognuno per sé e qualcuno per tutti
e poi succede che il cerchio non quadra.

Lombardi che dorme Longo che arranca
poi tu sbagli un rigore e allora son rutti.
Basta col campo! E’ meglio la panca.

 


Francesco Zardo

Non c’è Big One ci vuole un azzardo
diceva Sollier guardando Santori
tu scaldalo bene ch’in porta va Zardo
ma stia sulla riga e non venga mai fuori.

“Ma come sarebbe che da qui non esco”
gracchiava da terra scaldando lo scatto
“io sono Big Twelve di nome Francesco
non esco alla boia ma salto da gatto”.

Gracchiava da terra provando la presa
“io sono un felino che abbranca la preda
finché tra i miei guanti la palla s’è arresa”.

Era fresco a Torino sul far della sera
”io sono un vampiro che azzanna la preda”
e si mise Santori due tappi di cera.


Francesco Trento

Al terzo gol era proprio contento
per la progressione verso la porta
come se fosse un figlio del vento
che solleva in aria la foglia morta.

Sinistro destro testa e poi tacco
scatto da fermo e corsa mai doma
“nun lo vedete che so’ er centrattacco
gioca’ con voi me manca giù a Roma”.

“Nun vengo a cena, addio rimpatriata”
ci fa nella doccia il figlio del vento
“c’o d’anna’ a casa pe’ ‘na sceneggiata.

Che se voglio campa’ senza fame e spavento”
fa con aria vissuta e ancor più recitata
“c’o da lavora’ dieci ore e  altre cento!


Paolo Sollier

Chi tutto ne sa del cavallo di Troia
lo sa che mangiava panissa a Vercelli?
Mister, sergente ed anche un po’ boia
con pochi capelli ma molti cervelli.

 “In campo e in panca non si fa senza”                         
fa mentre arraffa tuta e calzoni
“di gente con palle e con tanta esperienza
di gente che suoni la viola e i tromboni.”

Si prese la panca il campo e la maglia
ma fa finta di entrare soltanto se serve
e al primo mugugno in faccia ti raglia

urla e comanda da fuori e da dentro
“che me ne faccio di chi non ha verve?”.
A chi ruba il posto è negato il rientro.


Gianluca Lombardi

Chi ha visto le foto ritiene ch’è vero
ma qualche sospetto c’è chi lo nutra:
spiegò a Kakà cosa  fa un brasilero?
Spiegò a Trento cos’è il Kamasutra?

Spiegò al tricheco come farsi la foca?
A Claudio Menni come vendere anelli?
Spiegò alla Bialetti come fare la Moka
e a Mathieu tirare calci e capelli?

Spiegò ad Armani come fare la giacca
e  a Ternavasio cos’è autore e canzoni?
Spiegò alla Gelmini dove fare la cacca?

A Carlo Grande cosa fare in montagna?
Agli italiani come votar Berlusconi
e ai bolognesi come far la lasagna?

 


 

Paolo Verri     

 

L’Italia fu fatta ma non gli Italiani
Benso e Vittorio nonché Paolo Verri
non troppo diverso fu per i Soriani
insieme li metti ma poi non li afferri.

Fissava la gara ma i finanziamenti
volavano come Trento in attacco
veloci promesse con tanti tormenti
che prima di sera ti davano scacco.

Poi anche i Soriani facevan cilecca:
“ci sono al mattino a pranzo di sera
se piove nevica e il Tevere è in secca.”

Dopo tanta fatica e assai tanto rovello
una rondine sola a far primavera.
Cascan le palle e s’ammoscia l’uccello.
Enrico Remmert

Due ernie fistola forse appendice
occhio con cispa e alluce valgo
cose che Enrico dice e non dice:                        
”ginocchio abraso ma le scale salgo”.

Colecistite poi spasmo e acidosi                                                           
tabe e stenosi afta e purulenza
tifo tossine e assai dermatosi
“L’Osvaldo? Non posso far senza”.

Pleurite e prostata e forse cancrena
Tunnel carpale e poi tendinite
“Un tempo lo faccio, di buona lena.”

Il prode Enrico è tosto e gagliardo
a scendere in campo con la vaginite.
Forse sarà ch’è un poco bugiardo?


Marco Bettini

Passando le ore seduto al giornale
si allena assai poco che a volte fa pena
poi dice:”non posso, la vena fa male
non ci sono, ho il bimbo per cena.”

Purtroppo l’Osvaldo è povera squadra
e di un puntero con tanta esperienza
-il centrocampo che spesso non quadra-
con troppa fatica se ne fa senza.

Ma le poche volte che gioca di ruolo
ignora il campo e a volte la porta
e viene il dubbio che sbagli per dolo.

Viene il dubbio che la sua intelligenza
rimanga a Bologna ma a lui non importa.
Peggiore l’assenza o di più la presenza?                                                 


Davide Longo

Alto e confuso, lo chiamavano: il Lungo
si elevava coi piedi e correva di testa
teneva le pietre e cacciava via il fungo
verbi e aggettivi poneva nella cesta.

E ai giovani holdini di primo pelo
-facendo la faccia da rude maestro-
della scrittura insegnava il mistero:
“fai sinestesia poi stoppi di destro

crossi dal fondo e cerchi il pareggio
sul secondo palo fingendo diegesi
confondi il terzino con fabula-intreccio.”

La triste vicenda in cui  fu patetico?
Urlò verso Carlo e fu contro gli inglesi:
“non farmi un lancio omodiegetico!”.


Carlo Grande

C’era una volta un elfo assai Grande
strano il suo nome, c’è chi dice Carletto
con la padella respingeva le ghiande
che gli piovevano in testa e sul tetto.

Infilati i suoi bragoni e calzati gli scarponi
faceva la guida tenendo alto l’ombrello
-di color granata come canotta e  maglioni-
spiegando ai turisti come il bosco sia bello

come natura sia buona bionda e benigna:
“né puzza e motori, né urla e cemento”
nel mentre gli cadde in testa una pigna.

Si smarriva tra i funghi nel bosco verde
travolto da insano umano tormento
soltanto ogni volta che il Toro perde.


Giampaolo Simi, dè

Dè corre in bici per un’estiva avventura
Dè una pedalata e fa ventitre miglia
Dè Homo livorniensis privo di paura
Dè nell’habitat famigliare di Versilia

Dè pedala veloce per qualche bisogna
Dè Homo non teme neppure la scossa
Dè Homo non teme la guerra e la rogna
Dè è stato terzino con Stella Rossa

Dè scatta veloce che nessuno lo nega
Dè Icaro novello che vola verso il sole
Dè Usain Bolt gli fa solo una sega.

Dè sarà un dio cattivo che decide la sorte
Dè a ferire la spalla dove colpo più duole?
Dè no! E’ solo una donna che apre le porte.

    


Emiliano Audisio

Gagliardo tonico e tosto in concerto
gran presenza sul palco e voce un po’ roca
ma sull’erba verde crea solo sconcerto:
dieci metri poi splash, come fosse una foca.

Decibel donne viaggi e ancor Bacco
nulla si trova che gli faccia paura
ma corre a zig zag e cade da pacco
poi esige il cambio perché c’è calura.

Ma siamo in inverno, caro Emiliano
c’è  neve in città e il campo è ben fatto
sintetica è l’erba,  né pioggia o pantano.

La voglia di panca sa un po’ di nevrotico
forse  l’Osvaldo per te non è adatto
a causa del ritmo ch’è troppo melodico.


Luigi Sardiello

Lui fa difesa tosta risoluta e dura
dove in campo non si recita una parte
lì è vita vera e non sceneggiatura
ci regna un dio che si chiama Marte.

L’abbiamo scelto non perch’era bello
né perché avesse un viso che ci piace
di lui ci garba come rotea il randello
di come affronta sia Ettore che Aiace.

La faccia altera da vero professore
di lato o al centro, ad uomo oppure a zona
il naso ad aquila da strenuo difensore.

Se nella vita poi è mastro di scrittura
-e lo ricorda bene il Turky a Bellinzona-
in campo lui diventa esperto in falciatura.


Claudio Menni

In autostrada sempre faccio il pieno:
penne tortelli pici oppur spaghetti
al burro al ragù o paglia e fieno
il grana poi se c’è lo metto ad etti.

Senza la pasta proprio io non rendo
io sono atleta da complessi carboidrati
io corro ancora e certo non mi arrendo
mentre che gli altri sono già scoppiati.

Ho la fisicità nervosa del gran maratoneta
datemi un po’di pasta lungo la mia strada
ch’io vi raggiungo qualsivoglia meta.

Ed ogni volta che non vado a tutta
c’è che nell’autogrill dell’autostrada
c’era un panino e non la pastasciutta.


Fabio Geda

L’intenso lavoro da blogger e scrittore
tastiera sintassi e ogni tanto una birra
lo accompagna asciugando il sudore
mentre impasta farina inchiostro e la mirra.

Inforna e sforna un libro e un panino
fa l’idraulico il postino di certo ebanista
pota siepi diserba ed impianta un giardino
se c’è neve a Torino poi fa l’apripista.

Un sorso d’Ichnusa e giù nel freddo che regna
con la bici da corsa e la mazza da polo
lui s’inoltra nel bosco a raccogliere legna.

Cantante naif e pittore dal tratto ribaldo
barista o facchino non è mai fuori ruolo:
“Mi basta una maglia e sarò nell’Osvaldo”.


Stefano Sardo

In piedi sul palco cantava da bardo
i piedi sul campo sembrava Ronaldo:
movenze corpose da can san bernardo
e liscia pelata da braidese ribaldo.

E’ la nostra squadra che paga le spese
di birra e fagioli per ogni serata
girarsi sul fianco gli vuole un mese
e la loro difesa s’è già tutta piazzata.

Più spesso distratto dal cortometraggio
dello SLOW SLOW fa il bel referente:
scatta ad aprile e in area c’è a maggio.

Ma se verità molto spesso si nega
direi che in tal caso sia troppo evidente:
lui come puntero è proprio una sega.


Marco Boccia  
 
Prima la sveglia poi dopo la doccia
non è ancora l’alba e si guarda le mani
dentro il caffè del latte una goccia
poi avvia la Focus, va verso Forlani.

Vispo è  Furlen che arrota il palato:
“Irpinia, la pioggia, il mare e Zilahy
nuove ho le scarpe, Juary e il creato”.
Lui stringe il volante e pronostica guai.

Mentre Furlen si cimenta col canto
sa d’essere stanco e poco allenato
gli sale la colpa e pure il rimpianto:      

Se oggi sto fermo e faccio la roccia
del campo io copro un metro quadrato
Santori o Sollier, qualcuno si scoccia.”


Francesco Forlani  

Partire all’alba e salire in romagna
raccontare futuro presente e vissuto
chi guida è educato e non se ne lagna
francesismi ossimori in più anacoluto

lacerti di frasi e un ardito costrutto
blogger e refusi poi nazione indiana
chi guida è educato ma quasi distrutto
dall’esuberanza lessical forlaniana.

Fabula e intreccio nel campo di Borgo
Furlen senza fiato che parla lo stesso
“Se a volte muoio di certo risorgo

ma il mio tallone s’è  proprio rotto
je vais à la douche e quindi nel cesso.
Scusa, per caso c’avessi un cerotto?”

 

 

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