SANDRO SANTORI

RACCONTI BOLOGNESI

Le quarantasei storie che compongono questo libro si svolgono tutte nell’arco di un solo anno: dalla notte di Halloween del 1999 alla  notte di Halloween del 2000. Storie intense, ritratti brevi capaci di raccontare, anche nello spazio di una sola pagina, un’intera città e la sua gente. Gli strumenti che ho utilizzato per scrivere questi racconti sono stati l’immaginazione e i cinque sensi (la vista, l’udito, l’odorato, il gusto, il tatto) . Ho girato a piedi per Bologna, mi sono guardato intorno con attenzione, ho controllato i nomi delle vie, ho verificato i vestiti delle persone, ho ascoltato i linguaggi, ho assaggiato il caffè nei diversi bar. Mi sono poste le domande e ho lasciato all’immaginazione il compito di fornire le risposte. Ho osservato, ho immaginato, ho scritto.

 

Il signor Frabetti

Non si poteva fare a meno della giacca. Più che uno stile aziendale era una necessità connessa all’aria condizionata. Se fosse un privilegio o una condanna non gli era, dopo anni di lavoro in quella filiale della Rolo Banca, ancora riuscito di capirlo.

Quel mercoledì sei Giugno si presentava come uno di quei giorni in cui, giacca o non giacca, la calda vertigine che si prova sotto lo sterno si fa decisamente sentire. E se fosse piovuto?

Il fresco avrebbe favorito la respirazione e i tacchetti da sei una buona stabilità. Pioggia sì ma non un temporale estivo. Gli scrosci finiscono sempre per creare delle pozze e per rovinare il campo.
Una squadra, come la loro, che faceva della velocità e del contropiede un’arma importante sarebbe stata danneggiata.

“E’ inutile rimuginare sul Bologna! Che ci vuol fare, va come deve andare.” Lo risvegliò un impiegato della Saracchi Profilati Metallici, che doveva effettuare alcuni bonifici. Scambiò con lui due frasi di circostanza e tornò a rimuginare sui suoi problemi.
Se quel tontolone di Mario non fosse caduto dalla bici rompendosi un braccio, avrebbero avuto più possibilità. Un centravanti della stazza di Mario è il terrore di ogni difesa. Telefonò il direttore.
”Allora Frabetti, per quell’ora di permesso siamo a posto. Oggi può uscire alle 16.00 e domani me la recupera.” 

Una semifinale secca è sempre un problema, soprattutto per una squadra giovane. Se fosse finita in un pareggio, l’eventualità dei calci di rigore si sarebbe presentata piena d’incognite. Sentì una mano sulla spalla, era Benuzzi.
“Va là  va là  Frabetti. Non è mica la Champions League! E‘ un torneo da bar. Muovi il culo che mi serve la stampante.”

In difesa erano forti, non c’era che dire. Sarebbe bastato un tiro da lontano e poi tutti indietro a difendere. Si fa presto a parlare di calcio spettacolo, quello che conta è sempre il risultato. Tra le 14.00 e le 16.00 si affacciò cinque volte al portoncino del cortile interno. Cielo bianco e afa. Capì che sarebbe stata dura.

I semafori di via Murri si comportavano da tifosi avversari, tutti con il rosso e nessuno che gli mostrasse un sorridente verde.

Certo che l’idea di una divisa biancoverde a bande orizzontali si era rivelata ottima. Pantaloncini bianchi e numeri in verde, come giocare a Glasgow. Si sa, quando si è in fila sui viali davanti alla stazione ferroviaria, la fantasia del patito da calcio vola lontano mentre l’auto è ferma. L’aria densa e calda che entrava dal finestrino gli ricordò ch’era a Bologna e non in  Scozia.

Doveva fare attenzione alle moto. Zigzagavano da destra a sinistra per potersi incuneare negli spazi vuoti. Il traffico non si muoveva e la sensazione di essere in ritardo lo angustiava. Il tunnel che conduceva fuori Zanardi si presentava, come sempre, intasato. Si spostò sulla corsia di sinistra, poi un po’ più in là, poi ancora un po’ più in là e iniziò a lampeggiare. Procedette con cautela ma con decisione. Sapeva di fare una cosa sbagliata, non poteva, però, arrivare a partita iniziata.

Parcheggiò, con una manovra audace, vicino all’ingresso atleti e mentre si avviò vide che le squadre erano già in campo per il riscaldamento. Si mise la giacca sul braccio e si avvicinò al numero sei. I calzoncini bianchi gli coprivano il ginocchio e la maglia gli cadeva sulle spalle.

“Ci sono Federico.” fece agitando la mano. Il ragazzo, non più di dieci anni, si voltò e gli venne incontro. “Lo sai che se andiamo in finale ci danno il gelato gratis per tutta la settimana?”
“Ricordati quello che ti ho detto. Se viene in avanti uno solo che lo devi affrontare, non metterti di fronte ma di fianco. Io vado a sedermi in panchina.”

Il ragazzo fece un cenno di assenso e tornò a palleggiare con altri tre. Due in divisa biancoverde che, vicino alla porta, facevano il solletico al portiere furono rimproverati dal mister. Anche il portiere di riserva e il numero quattordici, che si rotolavano nell’erba dietro la panchina, vennero aspramente richiamati all’ordine. “Non siamo qui per giocare! Questo è un campo di calcio.”

Il signor Frabetti si accese una sigaretta, prese il cellulare e chiamò sua moglie.
“Sono io. Sto al campo. L’ho visto tonico nel riscaldamento. Secondo me in finale ci andiamo. Ti richiamo.”

Il signor Frabetti telefonò altre due volte a sua moglie. Quando Federico fece un autogol e alla fine del primo tempo. Quando presero il secondo gol ripose il cellulare.

Mentre tornava a casa con il figlio, al signor Frabetti venne un’idea. Si fermò ad una baracchina di gelati e prese una confezione da un chilo: cioccolato, nocciola e caffè.

 

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