Anno 3416:  l’esordio 

La divisa rossoblù in comboprene fermentato è agganciata vicino all’accappatoio, a lato dell’ingresso nel  box doccia. Il ragazzo non ha lo sguardo del veterano, ha lo sguardo estasiato dell’esordiente: è il suo primo spogliatoio personale, con androide massaggiatore e bombola di ossigeno potenziato. A soli diciotto anni è arrivato in prima squadra.
E come un ragazzo di diciotto anni si comporta: accarezza la divisa rossoblù con gli occhi e con le mani. Vuole accertarsi che sia tutto vero, che stia accadendo proprio a lui.
“E’ ora”, gli fa con voce ferma il massaggiatore, mentre lo spinge verso la doccia a ioni antibatterici. Thomasy fa la doccia a occhi chiusi, deve controllare l’euforia e recuperare la concentrazione: “Il calcio è uno sport muscolare, non privo di eleganza e gentilezza. Esso è la metafora più compiuta dell’intelligenza dell’universo.” Così ama ripetere mister Solly Atonai.
Il mister Atonai è un seguace della  SIU (Sofia Intergalattica Universale) e il testo da lui scritto, fondamentale per la formazione professionale di Thomasy, s’intitola “La via teorica e pratica per raggiungere l’arte del 4-4-2”.

Gli Umanosi di Atripay contro gli Asimmetrici di Abexocoa, per la settima di ritorno del Campionato delle Dodici Lune, e, più sotto,  la formazione degli Umanosi con il suo nome.
 A Thomasy sembra già di vederlo l’ologramma colorato che riempirà il teatro e gli occhi degli spettatori presenti. L’idea che ce ne siano altri quattordici miliardi in collegamento con i loro schermi personali da polso gli fa venire i brividi.

Thomasy è sul lettino. Il massaggiatore è pronto con la siringa a inoculazione rapida, per collocare la capsule di azertropina nei quadricipiti e nei polpacci, sei ponfi e si passa all’agopuntura cervicale.  Nel visore monoculare di Thomasy passano in rapidissima frequenza le immagini delle ultime venti partite degli Asimmetrici. Giocano con un tradizionale 4-3-3, hanno attaccanti velocissimi che sanno anche retrocedere sia verso l’alto che verso il basso, togliendo ogni punto di riferimento alla difesa avversaria. I loro centrocampisti sanno indietreggiare per trasformarsi in difensori e i centrali sanno attaccare proiettandosi sia in verticale che muovendosi  ai margini della sfera.
Thomasy ha un attimo di tenerezza pensando alle partite di trecento anni fa, quelle che ha visto nei filmati storici. Ora gli stadi collocati in una bolla con gravità regolata per gli Umani e gli Umanosi  non esistono più. E sono praticamente scomparsi i campi  in matripina elasticizzata a dimensione orizzontale.  Se ne trova ancora qualcuno, per lo più malandato e bisognoso di restauro, in qualche museo.
Dove è più logico che si possa giocare al calcio? In una sfera, “metafora perfetta dell’universo in espansione e del pallone stesso”, scrive il mister Atonai nel primo capitolo.
Il campionato delle Comunità Galattiche Unite è praticato da sedici specie viventi e si gioca in una sfera di poliacrilina estrusa, rinforzata con fibra di vetro. La sfera ha un diametro di 150 metri ed è circondata da un teatro esagonale, dal perimetro di settecento metri, che contiene cinquemila palchi e sessantamila spettatori. L’assenza di gravità terrestre e la miscela di elio, ossigeno e gas inerti garantiscono la fluttuazione a ogni specie senza impedimenti per alcun tipo di esoscheletro.
Ogni specie utilizza miscele artificiali calibrate sulle esigenze del proprio  specifico sistema respiratorio e cardiovascolare. Le protesi di nasaglio e boccaglio, collegate con la bombola del respiratore,  vengono applicate con termo resine che resistono anche agli urti più violenti. Un regolatore igroscopico impedisce l’accumulo di umidità nello spazio chiuso. Le porte sono collocate ai due poli interni della sfera e il vecchio cambio di campo tra il primo e il secondo tempo si traduce nel trasferire una squadra dal polo alto al polo basso.  
Il polo elettrico negativo che riveste la pellicola di poliacrilina estrusa fa sì che il pallone e il calciatore che solo sfiorano la parete vengano respinti all’indietro.  I bravi difensori sono quelli che riescono a far muovere gli attaccanti solo verso l’esterno, in modo da limitare le loro finte. Infatti se solo sfiorassero con una avambraccio la parete creerebbero un campo elettrico che li respingerebbe due o tre metri all’indietro e addio controllo del pallone. Gli attaccanti di valore sono quelli che si infilano tra il difensore e la parete senza sfiorarla oppure quelli che sbilanciano il difensore con una finta facendolo finire sulla parete mentre essi passano all’interno dirigendosi con il pallone verso la porta.
I razzi direzionali, inseriti nella tuta in comboprene per garantire i movimenti in assenza di gravità, sono collegati con i comandi neuromuscolari inseriti chirurgicamente e alimentati con azertropina. L’agilità  di  Thomasy nella gestione dei meccanismi gli ha permesso la realizzazione di un gol straordinario durante la finale del campionato giovanile: capriola all’indietro in fluttuazione rapida e colpo di testa in tuffo verso il basso. Palla vicino al palo e gol.  Mister Solly Atonai poteva essere orgoglioso del suo allievo.

E’ il momento. Thomasy deve uscire dal suo cubicolo, unirsi ai compagni di squadra e recarsi dal Normatore che dirigerà la partita.  L’inno di Atripay inizia a diffondersi nei cubicoli e un brivido lungo la schiena prende il sopravvento. Nei cinquemila palchi si spengono le luci e gli ologrammi dei calciatori vengono mostrati all’interno della sfera. Thomasy  apre lo sportello del cubicolo e una ventata di aria tiepida gli sfiora la fronte e gli occhi. Entra nel corridoio con la voce di mister Atonai nelle orecchie: “… né timore né tremore. Essere in squadra è un privilegio. Non ci saresti se non ne fossi degno.”  
E’ concentratissimo, il che non gli impedisce di ricevere le strette di mano e le pacche sulle spalle dei compagni di squadra. Serietà, discrezione e concentrazione. Non servono le parole. I gesti parlano da soli: complimenti! Finalmente sei dei nostri.
Il cubicolo del Normatore è molto grande e ci sono anche i suoi otto collaboratori con in mano il dealimentatore per penalizzare. Ogni trasgressione verrà punita con una diminuzione della carica di azertropina a disposizione di ogni atleta.  Il Normatore fa le solite raccomandazioni,  poi inizia a chiamare in ordine alfabetico i nomi degli Umanosi. Quando chiamerà il suo nome, Thomasy accosterà l’occhio destro al lettore ottico per imprimere l’impronta della sua retina sulla scheda di registrazione identitaria e si volterà per mostrare il suo numero di maglia. Poi ripeterà come facevano i calciatori antichi, ma sottovoce nel boccaglio, il suo numero. Nove… nove… nove… nove… nove… nove… nove… nove… nove… nove… nove…

“Tommaso! Ma che nove e nove! Sono le sette e un quarto e non riesci a schiodarti dal letto. Tirati ben su che arriverai a scuola in ritardo anche oggi. Il 13 per portarti in centro non aspetta mica te.”.
Tommaso Marchesini, residente in via della Pietra e iscritto al primo anno dell’istituto Aldrovandi-Rubbiani, ciondola con fatica verso il bagno. Tommaso Marchesini è il centravanti dei Giovanissimi nazionali del Bologna FC 1909. Mentre bagna il pettine per poter districare i capelli arruffati, Tommaso si guarda allo specchio. Si guarda ma non si vede. Ha un pensiero in testa che lo ossessiona: dieci minuti… soltanto dieci minuti… se avessi potuto dormire dieci minuti in più gliela avrei fatta vedere io al portiere degli Asimmetrici.

( racconto della raccolta "10 scrittori per 100 anni" )

 

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