TUTTI CONTRO TUTTI, PORTIERI VOLANTI

Io il gol di Tardelli ai mondiali dell’82 l’avevo già visto due anni prima.
O meglio, non proprio il gol, che neanche lo ricordo bene, ma quello che è successo subito dopo e che la televisione ha riproposto migliaia di volte: cioè l’entusiasmo di Tardelli subito dopo quel gol. Tardelli che squarcia l’aria e urla gioia - la gioia irrefrenabile di un calciatore che segna un gol nella finale più importante che esista. Tardelli che corre lungo il bordo del campo in preda a una frenesia incontrollabile, guardando con occhi spiritati qualcosa che lui solo vede, mulinando le braccia, la bocca tesa in una smorfia violenta che esplode improvvisamente in un urlo da pelle d’oca
gol,
gol,
gol.
Un delirio.
Ecco: io tutto questo ce l’ho avuto negli occhi due anni prima, quando la vita mi ha concesso l’alta esperienza di assistere al gran gol di Brunetto, ai mondiali del Fante del 1980.
L’unica differenza con l’esplosione di gioia di Tardelli è che Brunetto era assai più piccolo di corporatura, per cui bisogna ridurre visivamente la faccenda di circa un trenta per cento. E poi – be’, è ovvio - per Brunetto non c’era la televisione, né milioni di telespettatori collegati da tutto il mondo, non c’erano Pertini né Juan Carlos, non c’erano Rossi né Altobelli né Breitner, né gli inni nazionali, e così via. Ma questi sono dettagli, non lasciatevi trarre in inganno: perché lì c’ero io.

        Lasciatemi inquadrare meglio le cose; e, per farlo, devo tornare un po’ indietro nel tempo, devo tornare alla strada, all’asfalto, al posto dove calcisticamente siamo nati tutti.
Noi - io e mio fratello Renato, s’intende - giocavamo nei giardinetti del Fante, di fronte al Politecnico. Il Fante era l’enorme statua in bronzo, alta tre o quattro metri, che raffigurava un soldato con cappotto, elmo e fucile e sormontava un basamento di pietra che a noi bambini sembrava una montagna.
Chiamarli giardinetti, a ripensarci, è l’espressione sbagliata, perché a dirla tutta si trattava di un’area di parcheggio trasformata in isola pedonale: perciò solo intorno al basamento della statua c’era un po’ d’erba – con parecchi cartelli che vietavano di calpestarla – mentre tutt’intorno si spiegava una enorme distesa di asfalto e cemento punteggiata qua e là da panchine, alberi e radi cespugli.
Alla sinistra del Fante c’era uno spiazzo di cemento triangolare, chiuso ad un lato da una fila di ippocastani che proteggevano le cancellate di una serie di villette: questo era il teatro in cui andavano in scena le nostre epiche sfide. Il Fante era il nostro Wembley, era il nostro Maracanà: lì passavamo intere giornate a correre dietro un pallone, esultando o dolendoci; lì sognavamo e sudavamo, subendo e segnando decine di minuscoli gol, lì consumavamo al contempo anima e ginocchia.
Noi amavamo il Fante esattamente per quello che era: uno spazio ritagliato fra mamme e carrozzine, sottratto a babysitter furiose, circondato in lontananza da decine di bambine e dai loro giri di corda - e già capivamo quanto maschi e femmine fossero distanti perché, fin da allora, nessuno capiva che gusto ci fosse nel gioco dell’altro. Noi amavamo il Fante, esattamente per quello che era: un mondo di pomeriggi assolati e senza fine, di vecchi urlanti alla finestra e palloni bucati all’improvviso o persi dietro le cancellate.
Il sabato correvamo fuori casa appena finito di pranzare e ci si trovava con gli amici: i fratelli Riccardo e Andrea Dimperio, i fratelli Michele e Giorgio Balboni, poi Luca e Marco, e Brunetto, e Governa e il terribile Zara, che scartava meglio di Causio e averlo in squadra significava vincere sempre.
Il pallone lo portava sempre Brunetto che era figlio unico e la madre lo coccolava più di chiunque; quando arrivavamo al Fante lui era sempre già lì, che palleggiava da solo e aveva la sfida negli occhi, anche se sapeva che come sempre sarebbe finito in porta.
A quei tempi le partite avevano una durata illimitata: fino a quando il pallone si perdeva o si bucava oppure fino al tramonto; solo allora si tornava a casa da madri urlanti e preoccupate, con le strade buie ma con in corpo quella strana contentezza che si ha solo quando si è sfiniti. Il pallone lo portava sempre Brunetto, e anche se ne perdevamo uno ogni sabato ecco che la volta successiva la mamma l’aveva già ricomprato: era il leggendario Supertele, di prezzo bassissimo e di qualità infima, reperibile presso qualunque cartoleria. Il Supertele era leggero come una nuvola e quando veniva calciato con forza seguiva leggi dinamiche del tutto particolari: schizzava a razzo per qualche metro, dopodiché si bloccava improvvisamente in aria e planava a terra come un aeroplanino di carta; e poteva esplodere o implodere senza motivo in un qualunque momento (e una volta, lo giuro, ci capitò di vederlo sparire nel nulla dopo un tiro, senza che nessuno fosse in grado di dire bene cosa fosse successo). Gli unici ad amare il Supertele erano gli abitanti delle case vicine, perché mai quel pallone avrebbe potuto rompere un vetro, neanche se calciato da due metri contro la  finestra del piano terreno. Perciò i pensionati più scaltri davano un’occhiata in strada e quando vedevano che si stava giocando con il Supertele si rimettevano tranquilli a dormire.
Già molto tempo prima dell’episodio del gol di Brunetto avevo intuito quanti insegnamenti celava il gioco del pallone di strada, e uno dei principali era la capacità di adattamento. La panchina che usavamo come porta di gioco era occupata da una coppia di fidanzati? Nessun problema: il tempo di un paio di azioni e sparivano verso lidi più quieti… Gruppi di rompiscatole in bicicletta ci ronzavano intorno alla ricerca di rissa? Era subito guerra per difendere il nostro territorio, botte o pallonate, a seconda dell’umore e della giornata... Non c’erano più panchine per fare le porte? Nessun problema: si appallottolavano immediatamente i maglioni oppure si raccoglievano rami di legno o buste di plastica, qualunque cosa fosse utile a creare due pali virtuali… Sì, è vero, non c’era la traversa: ma nel pallone di strada la traversa era una linea puramente immaginaria, nella maggior parte dei casi direttamente proporzionale all’altezza del portiere.
Questo va rapportato ad un’altra consuetudine del calcio di strada: cioè il fatto che in porta finisse sempre il più piccolo, nel nostro caso Brunetto, il che comportava di dover porre la traversa virtuale a circa un metro di altezza.  Stranamente questo fatto che, unito alla ovvia mancanza di un arbitro, avrebbe potuto generare infinite discussioni su ogni tiro, era invece controbilanciato da un’altra consuetudine del calcio di strada: la legge del “o è gol o è rigore”, che prevedeva, in caso di contestazioni su un gol, che il bomber potesse farsi confermare la segnatura da una sorta di giudizio divino, tramite il tiro di un calcio di rigore. Così se il rigore veniva trasformato ecco che il bomber allargava le mani, come a sottolineare l’evidenza della prova, e se ne usciva con il celebre "San Giovanni non fa inganni”.
        Ma il massimo dell’adattamento si manifestava nelle combinazioni di gioco che s’inventavano a seconda del numero di giocatori a disposizione.
In due era già una partita: s’iniziava con i classici “rigori a turno” che in genere - estenuati da punteggi del tipo 106 a 120 - diventavano poi un “uno contro uno” con porta impossibile (esempio tipico: il cilindro portaimmondizie). In quattro si era già due squadre bell’e fatte e dai sei in su era una partita con la P maiuscola: e in questo caso si davano alle squadre nomi precisi - che davano vita a improbabili partite del tipo Aston Villa-Brasile o Finlandia-Penarol - oppure nomi più buffi nati da storpiature delle squadre di coppa (io e mio fratello, quando giocavamo insieme, davamo vita al magico Queens Park Remmert).
Ma le partite più belle erano altre: ad esempio quelle che nascevano quando si era in numero dispari. Allora si doveva giocare a porta unica e uno dei cinque era destinato a fare il portiere per tutto il pomeriggio (fatto che nella consuetudine del pallone da strada era una vera e propria vergogna). Certe volte in queste partite, contrariamente a ogni regola del calcio, i rigori si tiravano all’inizio, per decidere chi dovesse subire l’onta della porta. Più spesso la scelta del portiere cadeva ferocemente sul più piccolo e debole del gruppo, Brunetto appunto, oppure si ricorreva a metodi altrettanto arbitrari come “bim bum bam”, morra cinese (carta, pietra, forbice), “mamasciola” o la classica conta (del genere: Cicciobomba cannoniere fa la cacca nel bicchiere, la fa dura dura dura, il dottore la misura, la misura a centotrè, un due tre, fuori sotto) e lì chi era abile faceva sempre in modo di far andare in porta un altro.
        Ma le partite che mi affascinavano di più sottostavano ad un’altra regola del calcio da strada, la più barbara e al contempo la più vicina alla natura umana, la non-regola per definizione: il “tutti contro tutti, portieri volanti”. Allora la partita smetteva di essere un gioco per diventare una seducente forma di proto-anarchia.
E qui arriviamo al gol di Tardelli.
        Brunetto, come ho già spiegato, era il più piccolo e debole del gruppo, perciò giocava perennemente in porta. Benché tutte le volte provasse a ridiscutere la sua destinazione, Brunetto non riusciva mai a coinvolgere nessuno, perché le energie di tutti erano già concentrate nella lotta per non essere il portiere della squadra avversaria. Alcune rare volte, aiutato da piccole faide, Brunetto riusciva a convincere tutti a decidere la designazione dei portieri con una conta o una serie di rigori: allora veniva fuori l’immancabile sadismo del gruppo nel “truccare” la conta o nel tirare rigori fiacchi a tutti e bordate imparabili a Brunetto.
        Nelle partite “tutti contro tutti, portieri volanti” gli unici due ruoli fissi erano proprio i due portieri - tutti gli altri giocatori erano avversari - e anche in questi casi Brunetto finiva sempre per occupare una delle due porte. Immancabilmente, appena avviato il gioco, il portiere volante della squadra avversaria si buttava nella mischia e il baricentro del gioco si spostava tutto sotto la porta difesa da Brunetto, che aveva un gran da fare, giocava praticamente solo contro tutti, ma era felice perché il fatto di essere “volante” gli permetteva comunque, in qualche frangente, di poter partecipare alle azioni, di rubare palloni, di provare a scartare e, soprattutto, di provare a tirare.
Ebbene, nel corso di tutti gli anni di partite al Fante, Brunetto non riuscì mai a segnare un gol. Ma nell’estate del 1980, avevo allora quattordici anni, in una di queste sfide “tutti contro tutti”... ecco...
        Saranno state le due e mezza del pomeriggio, avevamo appena iniziato a giocare e l’asfalto in certi punti era addirittura molle per il caldo, e in giro non c’era quasi nessuno e quei pochi si godevano l’ombra degli alberi. Eravamo in sei ma aspettavamo ancora l’arrivo dei fratelli Dimperio e dei fratelli Balboni per cui avevamo deciso, cosa rara, di iniziare il pomeriggio con un bel “tutti contro tutti, portieri volanti”, in attesa dei quattro amici. Giocavamo svogliatamente, come succedeva per tutte quelle partite iniziali, una sorta di riscaldamento in cui le energie si risparmiavano per il pomeriggio inoltrato... Be’, nel caldo asfissiante, lo ricordo come se fosse capitato ieri, ci fu una mischia fra tutti ed a un certo punto il pallone sgusciò fuori verso la porta e finì tra i piedi di Brunetto. In questi casi Brunetto cominciava subito a correre verso la porta avversaria, palla al piede, finché non gli si andava tutti addosso e qualcuno rubava la palla, nel più classico del “tutti contro tutti”. Ma quella volta lì Brunetto, invece di incominciare a correre, diede al pallone una gran botta, come per liberarsene in fretta, il classico rinvio del portiere, e il Supertele partì dritto e rapido come non aveva mai fatto, preciso come una pallina da golf sul green, e rotolò rasoterra verso la porta lontana fino a entrare tra i pali-maglioni, senza che né io nè mio fratello riuscissimo a raggiungerla.
E fu subito dopo quel gol che Brunetto esplose.
Cominciò a correre come un fulmine lungo l’asfalto, in preda a una frenesia incontrollabile, guardando con occhi spiritati qualcosa che lui solo vedeva, mulinando le braccia, la bocca tesa in una smorfia violenta che esplose improvvisamente in un urlo da pelle d’oca
gol,
gol,
gol.
Un delirio. Un delirio che ci lasciò tutti a bocca aperta e prima portò Brunetto urlante fuori dalle linee immaginarie del nostro campo, poi fuori dall’area del Fante e infine fuori dalla nostra vista. Dopodiché Brunetto - come un eroe che si ritira dopo aver compiuto una prodezza che sente irripetibile - sparì per sempre dalle nostre vite e non ne sapemmo più nulla.

Adesso sono passati tanti anni, ma io ricordo ancora con gioia le partite “tutti contro tutti, portieri volanti”, perché solo in queste bizzarre e indimenticabili sfide io avevo finalmente la possibilità di osservare i miei compagni svelare la loro vera personalità: vedevo Zara ingobbirsi sulla palla e scartare tutti finché la perdeva; vedevo i fratelli Balboni che non rispettavano molto il tutti contro tutti e in qualche modo cercavano di favorirsi a vicenda, perdendo o vincendo i palloni in modo sospetto; vedevo mio fratello Renato dare il meglio come difensore, con un ideale morale incontrista che ancora oggi gli invidio; vedevo Marco che, forte del suo scatto, buttava sempre il pallone lontanissimo su una fascia e iniziava a correre come un forsennato e ci arrivava per primo e di nuovo buttava il pallone lontanissimo ma nessuno accettava la sfida, lo aspettavano tutti vicino alle porte e lui non segnava mai.
E’ in queste partite in cui io mi sono reso conto per la prima volta che ruolo mi piaceva giocare in campo. Né attaccante né difensore, ma osservatore. E’ in queste partite che il calcio mi ha fatto intuire la mia natura di cercatore minuzioso di quel che non si vede, perché tentavo sempre di rimanere un po’ in disparte e osservavo e mi sforzavo di capire qualcosa in più dei miei compagni e della vita. E il calcio era lì per parlarmi di loro, di pomeriggi assolati e interminabili, di vecchietti urlanti alle finestre, di palloni bucati, di cose che sono lontane ma si assomigliano, del mistero della vita e del tempo che passa, e di quanto poco ne sappiamo noi di tutto questo.

(da Schema Libero, ed. Gazzetta dello Sport, 2003)

 

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