Si tratta di undici storie, di undici calciatori famosi e non, gente come Garrincha, Eusebio, Puskas.

Schianchi racconta la vita attraverso il calcio. Ci racconta la ricchezza di significati che si trova nella pratica del calcio.

La sua scrittura mette in luce quella densità di senso che può esserci nel correre per il campo o nel calciare il pallone.

es: c’è un giornalista spagnolo che per riscattarsi dalle umiliazioni e dalle sconfitte della politica e della storia, tifa disperatamente per il portiere dell’Unione Sovietica.

es: c’è la lettera di calciatore cileno a Pablo Neruda, che confessa la sua vigliaccheria di fronte ai mitra dei militari golpisti.

Non ci sono solo le storie personali, ma le storie personali che s’incrociano con la Storia con la esse grande.

E’ come se Schianchi avesse puntato il cannocchiale a rovescio: anziché puntarlo sul pallone calciato,  ha puntato sul piede di chi lo calciava o sugli occhi di chi lo vedeva calciare dalla tribuna.

Spostando la centralità del pallone non gli diminuisce l’importanza, anzi gliela rende.
Elimina soltanto la banalità degli aggettivi iperbolici usati dai cronisti: mitico, straordinario, eccezionale, ecc.

Schianchi non fa diventare il gioco del calcio il centro della vita, per lui è solo l’inizio o la fine di un gomitolo della storia raccontata. Inizio o fine costituiscono però sempre un momento magico: il momento in cui emozioni e consapevolezze lavorano all’unisono e producono senso.

Può essere il pentimento, la disperazione, un amore smisurato, il tradimento, un assassinio e così via.

Recensione-intervista di Sandro Santori  su Radio Popolare del 2001