Manlio Cancogni, Il Mister, Fazi 2000

Una volta, in un’intervista, il nostro numero uno (nel senso di portiere, socio tra i fondatori, leader carismatico e brontolone a livello del N.1 del Gruppo TNT) dichiarò di non aver mai avuto il coraggio di chiamare mister un allenatore, fino all’incontro con Paolo Sollier. Se sia un titolo di merito per l’attuale guida calcistica dell’Osvaldo Soriano Football Club, non so. Di sicuro l’affermazione di Gianluca Favetto rimanda a una bizzarria: quella cioè di associare una etichetta così british a degli individui che passano la maggior parte del loro tempo a camminare avanti e indietro come pazzi, spesso sotto l’acqua, smadonnando e lanciando fischi alla pecorara.
Basterebbe questo per capire che i mister sono tipi spesso abbastanza letterari: non a caso il primo vero romanzo sul calcio pubblicato in Italia si chiamava proprio “L’allenatore” (lo scrisse Salvatore Bruno, nel 1963). Trentasette anni dopo la casa editrice Fazi mandò in libreria quello che molti recensori classificarono come “il romanzo su Zeman”. Affermazione vera e falsa nello stesso tempo: perché nella versione data alle stampe con il titolo di “Il Mister”, lo scrittore Manlio Cancogni (che nel ’73 vinse il premio Strega con “Allegri, gioventù”, e una dozzina d’anni dopo il Viareggio con “Quella strana felicità”) trasfigura l’avventura calcistica dell’allenatore boemo in quella dello slavo Vector Zoran, ambientando la vicenda nella Roma degli anni Trenta e riadattando l’attitudine anticonformista e renitente al sistema-Moggi di Zeman in chiave antifascista. Insomma, tra Zdenek e Zoran resta poco più di una vaga somiglianza.
Esiste però una stesura originale de “Il Mister” (che risale al 1993) nella quale Cancogni, affascinato dai primi successi ottenuti dal tecnico boemo, si limitò a cambiare qualche dato anagrafici e pochi altri dettagli, mantenendosi fedele al dato storico e raccontando (pressoché in presa diretta) la rivoluzione calcistica provocata dall’avvento di Zeman sulla panchina del Foggia.
Questo prototipo de “Il Mister”, probabilmente, non lo leggeremo mai. Ma a distanza di oltre un decennio incuriosisce la ragione, assolutamente profetica, con la quale, nella postfazione all’edizione pubblicata da Fazi, Cancogni spiega perché decise di riscrivere il romanzo: “Mi fermò uno scrupolo. Io raccontavo una vicenda vera dandole una interpretazione molto allusiva e, se vogliamo, metaforica. E fin qui niente da eccepire. Ogni vero romanzo deve stare sospeso fra la realtà e l’immaginario; avere, oltre la vicenda, un possibile significato riposto, anche rischiando (perché no?) di diventare un apologo. Ma nel mio romanzo davo una conclusione ben diversa da quanto era accaduto in realtà. Per la cronaca Zeman aveva lasciato Foggia dopo averlo salvato tre volte dalla retrocessione, per trasferirsi a Roma. Niente di più normale. Nel romanzo invece il mister, che non ha mai pensato a dimettersi, scompare. Le circostanze della sua scomparsa sono drammatiche. Si suppone che l’abbiano rapito o ucciso; o che lo tengano nascosto. Come potevo dare una tale versione immaginaria a una storia vera che, ben lontana dall’essersi conclusa in maniera così violenta, era ancora in corso con i suoi protagonista in vita e occupati nei loro affari?”.
Ora, speriamo bene che nessuno abbia sequestrato o assassinato Zeman. Ma di fronte alla sua progressiva (e in quest’ultima fase, mi pare, radicale) uscita di scena dal calcio “che conta”, quello degli Special One e degli Spice boys, per intenderci, le parole di Cancogni suonano oggi come una inconsapevole profezia. E, se vogliamo, come un’occasione perduta. Se davvero, come dice lo scrittore versiliese, un romanzo deve muoversi sul filo della metafora, dell’allegoria, della dilatazione immaginaria del reale al fine di evidenziarne il senso riposto, il rapimento o l’omicidio del personaggio romanzesco Zdenek Zeman sarebbero risultati come un vaticinio nemmeno troppo allusivo della sparizione di quello reale. E ci avrebbe aiutato a riflettere in modo ancoras più stringente sulla inattualità di questo Buster Keaton del pallone, e sulla dittatura del nostro show business pallonaro.       
Resta il romanzo, nella versione molto più mimetica che Cancogni ha preferito: bello, nitido e quadrato come la migliore letteratura del nostro Novecento, “Il Mister” restituisce l’epica del calcio stradaiolo (Vector Zoran allena il Malafronte, una delle squadre rionali che all’epoca si scontravano sui campetti della Capitale nel torneo cittadino dell’U.L.I.C.). E ci ricorda che l’epica moderna e la mitografia contemporanea non sono certo categorie nate con i Wu Ming, come loro stessi hanno preteso di affermare in un loreo recente memorandum. Ma tant’è: forse anche questo è marketing, come quello che ha preteso di ridurre nel giro di pochi anni uno dei personaggi più complessi e originali del nostro calcio, come mister Zeman, a macchietta senza panchina, senza titoli, senza voce sui media – e per questo niente più di un ricordo da rimuovere, al massimo da relegare alla letteratura.

recensione di Carlo D'amicis