David Peace, Il Maledetto United (Il Saggiatore, 2009)
David Peace, The Damned Utd (Faber and Faber, 2007)  

Ci sono momenti, nella vita di un difensore, in cui rimpiangi davvero di non esser nato con il fiuto del gol. Di non avere piedi buoni per giocare in un'altra parte del campo. In una qualsiasi, ma non lì dietro. Non lì dietro, mentre i tuoi compagni di squadra sono tutti davanti. Troppo davanti. Manca un minuto alla fine, i centrocampisti sono ormai sfiancati. S'è aperto un buco, una palla persa per un balordo effetto flipper fra stinchi e caviglie. Davanti a te, in quel buco s'è guadacaso lanciato proprio l'unico attaccante degli avversari che ha ancora della birra. Alle tue spalle c'è campo deserto a sufficienza per dimostrare che i suoi dieci anni di meno significheranno dieci metri secchi su trenta di scatto.
Un momento così io l'ho vissuto a Malmoe, nel 2007, all'ultimo minuto della partita contro gli scrittori inglesi.
Stavamo 2-2.
Mi ricordo quei trenta metri corsi con il gomito piantato nella milza dell'avversario. Mi ricordo una miracolosa uscita a valanga di Gianluca Favetto. Mi ricordo di aver pensato: be', abbiamo salvato il pareggio. Mentre, da difensivista compulsivo, pensavo al pareggio salvato, Cristiano Cavina si faceva dar palla e indovinava un lancio per Francesco Trento. Riprendendo fiato ho visto Graham Joyce, il portiere degli inglesi, uscire alla disperata e ho pensato: ora Francesco gli fa un pallonetto, e Francesco di rado sbaglia un pallonetto così.
E infatti. Detto in inglese, I know my chickens.
3-2 per noi e fischio finale. Solo trenta secondi prima poteva finire 3-2 per i nostri avversari. Già. E loro? Come se niente fosse: strette di mano, parastinchi slacciati e via a farsi la doccia. It's only a game.
Proprio ciò che ti aspetti da quelli che il calcio l'hanno inventato. Quelli che un tempo non giocavano i campionati mondiali per "manifesta superiorità", hanno nel frattempo dovuto imparare a perdere e lo sanno fare meglio di tutti gli altri. Con "manifesta superiorità".
Aggiungeteci anche la mia naturale simpatia per i difensori britannici lunghi, legnosi e con i piedi a tombino, e capite quale posto occupa il calcio inglese nel mio immaginario.
Per questo ho divorato e amato "Il maledetto United" di David Peace, la storia dei quarantaquatto giorni passati da Brian Clough alla guida del Leeds.
Coordinate principali: David Peace è uno dei più potenti scrittori di noir contemporanei. Scrittura tambureggiante, fisica, ossuta. Leggere almeno “1974” e “1977” per credere. Brian Clough è stato l'allenatore del Nottingham Forest capace di passare in quattro anni dalla Seconda Divisione inglese a una vittoria nella Coppa dei Campioni nel 78-79, bissata nel 79-80. Fantacalcio, insomma. Il Leeds United era, all'inizio degli anni '70, la squadra più forte e più potente della Premiership inglese. Vincevano perché erano forti, perché erano furbi, perché mettevano in soggezione gli arbitri. Almeno in Inghilterra. In Europa trovarono pagnotte dure anche per i loro denti: il Milan e un arbitro greco che negò loro tre rigori a dir poco monumentali, lasciando per altro che i rossoneri scalciassero come cavalli imbizzarriti per tutta la partita.
Brian Clough aveva appena vinto il campionato inglese con il neopromosso Derby County, un'impresa che equivale allo scudetto del Verona di Osvaldo Bagnoli. Cose che succedevano nel calcio italiano di qualche anno fa. All'estero succedono ancora, se è vero come è vero che quest'anno la Bundesliga l'ha vinta il Wolfsburg.
Con il Derby, Clough era arrivato anche alle semifinali di Coppa dei Campioni contro la Juve. Anche quella volta non mancarono recriminazioni e accuse nei confronti dell'arbitro e dei giocatori italiani, definiti da Clough "bastardi imbroglioni".
Peace sceglie di raccontarci i quarantaquattro giorni di Brian Clough da allenatore del Leeds United. Non ci racconta quindi i successi, bensì il suo errore più grande: l'ambizione di dominare uno spogliatoio di primedonne viziate, essendo lui stesso, inguaribilmente, una primadonna. Magari rude e leale, ma sempre primadonna.
È riportato fedelmente da Peace un memorabile faccia a faccia televisivo. Da una parte Don Revie, il santone del calcio inglese di quegli anni, uno che sembrava sempre uscito da un campo di golf più che da una panchina infossata fra gli spalti, appena nominato ct della Nazionale. Dall'altra Clough, il naso puntuto, lo sguardo sbieco alla Robert Mitchum, la pitta imbrillantinata da faina gentile, che ha appena preso il posto di Revie al Leeds. A un certo punto Clough dice a Revie, con la massima calma, in faccia e di fronte a tutta l'Inghilterra: tu con il Leeds hai vinto il titolo inglese, io cosa posso fare di più, se non vincerlo, ma senza imbrogliare?
Non ci riuscirà. Lui odia il Leeds, odia i suoi giocatori e odia il calcio che il Leeds United rappresenta in quegli anni. Viene ricambiato con gli interessi e cacciato dopo poche giornate. Ma perché aveva accettato, allora? La sua risposta, diretta e candida, è: perché era un posto di lavoro strapagato. La verità, forse, è più profonda: perché Clough voleva cambiare il sistema di potere calcistico entrando nella stanza dei bottoni, imporre il suo modello ruspante non come alternativo, ma come dominante.
Un'utopia. Un fallimento. Un inferno. Quarantaquattro giorni di sigarette e birra, di riunioni furibonde e di stadi deserti, il giorno dopo l'ennesima sconfitta.
Gli riuscirà invece di vincere titolo inglese, la coppa di Lega, due Coppe dei Campioni e una Supercoppa con una squadra che porta la maglia rossa in omaggio alle camicie dei garibaldini, la squadra dei luoghi cari a Robin Hood: il Nottingham Forest di Shilton, Robertson, Anderson e Francis. Che adesso, a vent'anni da quei giorni gloriosi e a cinque dalla morte di Brian Clough, tenta con difficoltà di riaffacciarsi almeno in Championship, la nostra serie B.

 

recensione di Giampaolo Simi