Gardo Mongardo - recensioni:

01/09/2007 XL - La Repubblica
Qui la disperazione non è tutta finta, di Filippo La Porta

L'avventura principale, nel picaresco-alcolico esordio di Menni, quarantenne ravennate, è la lingua. Subito sei impigliato in una fitta rete di aggettivi e metafore, mentre una nostalgia di donna attraversa il protagonista Gardo come il frullo di un pettirosso. Un romanzo estenuato e barocco che racconta i Sud del mondo con citazioni dantesche, Renato Zero e disperazione non finta. Promettente avvio di una nuova collana Manni.


10/07/2007 Corriere del Mezzogiorno - Bari
Il «punto G» della lettura. Una collana per i nuovi scrittori, di Enzo Mansueto

L’intestazione della collana è spiazzante e, crediamo, ironica, giustificata come è solo dal claim pubblicitario – «accendi il piacere della lettura» – e non da note in copertina. Punto G, lungi dall’essere una incursione del serioso editore nei territori dell’eros o del porno, è invece la giovane creatura di Manni: una collana dedicata alle scritture contemporanee. A occuparsene, ovviamente, la giovane della famiglia, Agnese Manni, col valido Giancarlo Greco e un paio di lettori professionisti, i quali – contro una diffusa tendenza, anche nel mondo editoriale, ad apparire – hanno preferito, al momento, restare nell’anonimato.
Non è stato semplice, ci ha detto la stessa Agnese Manni, dare avvio alla collana. La concorrenza è agguerrita e accaparrarsi tra i nuovi manoscritti quelli più interessanti non è facile, anche per un editore ormai accreditato come Manni, «Abbiamo dato voce in giro, tra i numerosi amici della nostra casa, scrittori, intellettuali, lettori esperti e, tra qualche reticenza e professioni di diplomazia, abbiamo infine strappato dei risultati, che ci hanno convinto a dare avvio a questa ennesima e laboriosa avventura». Il primo titolo in collana è l’antologia «alternativa» sulla pizzica Mordi & Fuggi, una operazione anzitutto «politica», di lancio, come confida la stessa Agnese. Ma è il romanzo di Claudio Menni Gardo Mongardo (Manni, Lecce 2007, pp. 192, euro 13) il vero esordio della collana Punto G.
Claudio Menni, ravennate di provincia (come Cristiano Cavina, di Casola Valsenio), attaccante della Nazionale scrittori, cento mestieri alle spalle, da manovale a bagnino, inseguiva da anni questa pubblicazione, da quanto aveva cominciato a farla circolare in forma autoprodotta con tanto di introduzione di Carlo D’Amicis (che è stato poi il tramite per Manni). Già due pubblicazioni, nel 1996 e 1999, per i tipi di Moby Dick, Menni non era riuscito a pubblicare questo che, viste anche le accanite revisioni, pareva per lui il libro più importante. Un romanzo picaresco, peripezie in prima persona, nelle quali siamo trascinati appunto nella odissea di Mongardo, giovane di provincia che si ritrova sbattuto in mezzo mondo, da Bologna, a Rio, a Cannes – in compagnia dei divi del cinema –, a New York e altrove, per una vorticosa ricerca di identità. Un tòpos classico, dunque, stravolto da una lingua estremamente contemporanea, dalla sintassi violentata e dalla fortissima espressività, espressionismo diremmo, oraleggiante. Un esordio, per la collana, deciso e coraggioso, come deve essere, per posizionarsi credibilmente nel panorama editoriale narrativo nazionale.


03/07/2007 www.booksblog.it
Una lingua necessaria, di Rossano Astremo

Il suo nome è Vinicio Mongardo, ma tutti lo chiamano Gardo Mongardo. Il suo nome dà il titolo al romanzo d’esordio di Claudio Menni, appena pubblicato da Manni nella nuova collana Punto G, interamente dedicata alle scritture contemporanee. “Gardo Mongardo” può essere definito un romanzo picaresco, nel quale, come vuole la definizione comune, il protagonista, in genere di bassa estrazione sociale, racconta in prima persona le proprie avventure, un susseguirsi di azioni, alcune riprovevoli, altre meno, che non contaminano la bontà del personaggio. Mongardo è un picaro contemporaneo, quindi, un ragazzo di provincia, le cui giornate, almeno all’inizio della storia, trascorrono tranquillamente, tra lavoro, birre con gli amici e abbordaggi continui a ragazze della più variegata specie. Sarà proprio l’amore nei confronti di una ragazza e la conseguente gelosia di Mongardo, dovuta all’atteggiamento ambiguo della stessa, a far precipitare la situazione. Mongardo si mette nei guai. Devo un sacco dei soldi a dei balordi. L’unica alternativa è lasciare Bologna, la sua città, e partire col primo aereo: destinazione Parigi. Qui comincia il vagabondaggio del nostro protagonista, scandito da cambiamenti spaziali siderali, dalla continua ricerca di alcol e sesso, piccole ancore di salvezza di una vita che lentamente sembra sfuggirgli di mano: “Il mondo rotola, il tempo è l’imbuto che ci inghiotte, e l’oblio è l’eco della perduta fermezza”.
Da Parigi fugge in Brasile, e più precisamente a Rio de Janeiro, dove si accompagna ad una combriccola sfasata di italiani in cerca di donne aitanti, poi è la volta di Bahia, dove la vita costa meno, visto il lento diminuire del credito in suo possesso, poi il ritorno, in uno stato pietoso in Europa, nuovamente a Parigi: “Mi sono diretto deciso all’Air France. Ho mostrato il mio biglietto e ho detto: ‘Devo tornare a casa adesso oppure muoio’”. Da Parigi a Cannes, grazie all’invito di una sua vecchia fiamma, Susanne, nella settimana del Festival del Cinema. Mongardo trova lavoro presso un ricco produttore cinematografico, dove partecipa a party in compagnia di Uma Thurman, Nick Nolte ed un numero di star davvero spropositato. Le pagine più brillanti del libro sono quelle in cui Mongardo scorazza con Nolte per la città alla ricerca di rum e donne con cui intrattenersi.
Gli incontri, però, non finiscono qui. Mongardo conosce Theo, un commerciante di quadri e gioielli di origine greca. Insieme si recano a Barcellona, poi New York, poi accade l’imprevisto e Mongardo resta solo, è costretto nuovamente a fuggire, in compagnia di un grosso diamante che conserva nel più sacro dei buchi, destinazione Città del Messico, dove viene a sapere della morte della madre, per poi giungere a L’Avana. Meno di duecento pagine ricche di colpi di scena, di spostamenti nello spazio, nei quali Mongardo viene travolto dagli eventi, frequenta la gente più disparata, dalle prostitute ai divi di Hollywood, dai poveri disperati delle periferie cubane ai ricchi faccendieri europei.
A questa tribolazione di contenuti corrisponde una parallela effervescenza linguistica. Non c’è spazio in questo libro per artifici letterari, espressionismi ricercati o quant’altro. A tessere il mondo di Mongardo è una lingua viva, calda e necessaria, senza fronzoli, priva di orpelli, che olezza di vita vissuta. Alla fine del viaggio, come è giusto che sia, ci troviamo dinanzi ad un Mongardo diverso, cambiato, perché no, cresciuto. “Sono orfano e uomo”, scrive Mongardo a conclusione delle sue peripezie. Sintesi perfetta dell’avvenuto mutamento.


Fuga da Bologna nel mondo, di Alfio Siracusano

L’uomo, qualsiasi uomo, non è solo l’esito del capriccio dei suoi geni, ma è anche il frutto dei tempi nei quali si forma. Dei quali ascolta le voci, sconta i fallimenti, accetta o respinge le speranze, le illusioni, piangendo ne irride le utopie, nei casi migliori ne denuncia le magagne. Spesso ne viene travolto, e la deriva lo porta via. Con in più, quando la sorte è particolarmente avversa, il peso della coscienza: che sa e non si oppone, sente ma non comprende, capisce e finge di non capire. Fa come il giunco che si piega alla corrente, ma lo fa per debolezza di resa, senza calcolo di riemersione, sapendo che non si rialzerà più, come pago dell’amara dulcedo che trova nel degrado al quale si è condannato.
Il Gardo protagonista di questo romanzo (o meglio, lungo, lunghissimo racconto) di Claudio Menni appartiene a questa tipologia di uomini del nostro tempo: zavorra ai margini della corrente, fiore di forma mostruosa ad onta del suo metro e ottanta di normalità biologica, che vive e misura la vita coi parametri dell’alcool e del sesso, in perenne ricerca di come ingurgitare birra o rhum e di come espellere sperma dovunque l’occasione gli fornisca un ricettacolo più o meno disponibile.
La trama della vita gli si fa deriva narrativa: da una Bologna periferica e degradata (dove un incontro casuale con la sua ex donna si è risolto nel solito congiungimento carnale cui è seguito uno sgarro agli attuali amici della donna, consistente nella dispersione di una bella quantità di droga) si trova costretto a fuggire per evitare le rappresaglie della legge, visto che la donna minaccia di accusarlo di stupro, e quelle degli spacciatori che certo andrebbero per le spicce. Ed è fuga nel vasto mondo, che per una serie imprevedibile di casi lo sbalestra a Parigi, a Rio, a Bahia, nelle favelas messicane, e poi a New York e a Cannes e a Cuba, e poi…
Mentre lo accompagna l’ossessiva presenza dell’alcool, la ricerca continua del sesso, il dilatarsi di un’umanità non meno di lui immersa nel nulla di una provvisorietà fatta di espedienti per rimediare la dose momentanea di piacere fisico: sia la sbornia dell’istante che dura o l’orgasmo continuato di organi genitali che si cercano, si incontrano, si riempiono gli uni degli altri, in una fisicità dell’essere che va anche oltre la naturalità, per farsi abbrutimento consapevole. Che è appunto la coscienza di cui si diceva sopra. Ma è anche spietata lucidità di giudizio, che smonta le apparenze della ricchezza patinata sotto cui brulica la verminosa cancrena del vizio non meno di quelle della miseria che si nutre non più che di sesso (offerto, esibito, venduto), solo di rado disponibile a un ripensamento di sé, a una qualche volontà di superamento che sia anche fuoriuscita.
Rimane, a testimonianza di ciò che abbiamo chiamato coscienza, la vibrazione di uno stile che la disperazione, forse, impreziosisce, come straniando il mefitico da se stesso. «E Susanne insiste, nonostante il buridone, che a zio Paperone cado bene, e io taccio che spero che non sia finocchio, che se mano nel pacco il vecchio ponendomi, una carriera nel cinema o un biglietto da diecimila pali giurasse per marcare con lui spruzzi e saliva, sarebbe immorale dire no». Ed è così quasi dovunque: giochi di variazioni, fiorire di metafore, poesia di inversioni che separa le parole-segno dalla corposità oscena del raccontato, come nella trasparenza metaforica di quella perla che a lungo Gardo si porta appresso nascosta nel buco dell’ano e che alla fine, non riuscendo a venderla, donerà a una ragazzina nei pressi di Guantanamo.
Dove finisce il viaggio e si spegne la prospettiva delle cose: «Mi lascio galleggiare bocconi con la faccia sotto. Poi mi giro a braccia e a gambe larghe con il petto al sole. Chiudo gli occhi e galleggio così. Mentre il sole a picco uccide il passato, la corrente lentamente mi trascina a valle».


16/08/2007 www.lapoesiaelospirito.wordpress.com
Gardo Mongardo, un Ulisse dei nostri tempi, di Antonio Celano

Qualcuno ha scritto che questo libro è antilirico. Non è vero: non solo è lirico, ma pure epico; anche se è l’epica di un Ulisse, la poetica a volte un po’ cupa di un uomo solo.
Gardo Mongardo è un Odisseo lanciato ormai oltre le Colonne d’Ercole, che cambia pelle al cambiar dei contesti (ricco tra i ricchi, povero tra i poveri, umano tra gli umani, mostro con i mostri; e poi ancora clochard a Parigi, ridotto alla nuda vita in Brasile, brillante sulla Croisette di Cannes, abile giocatore, spiantato peone e molto altro ancora): un accorto flâneur che rovista e abbandona i cul-de-sac della vita brusco e disilluso. Perché, in fondo, quest’uomo ha delle regole: stordirsi e lasciarsi andare – naufragare più volte, addirittura – ma perdersi mai, ché nel suo io restano fermi alcuni punti, pochi ma forti come acciaio. Dunque deriva solo apparente (perché è la corrente della vita che porta via il recalcitrante, non il suo volontario abbandono), e invece presenza e fedeltà a se stesso, a un io che sa resistere come il migliore degli amici nei momenti peggiori. Ulisse, del resto, non era così? E l’Odissea non è ancor oggi l’accattivante sceneggiatura di un viaggio tra isole abitate da maghe ammaliatrici che tutto trasformano in sesso e in porci, ma pure di finte Venezie e autobus transamazzonici e angoli di Cuba dove ci si può imbattere in un amore intenso e brevissimo? Non è il romanzato multiverso popolato da sparuti ciclopi, da divinità umanizzate (amici o nemici, certo), da mille altri naufraghi che per la strada s’acquistano e si perdono? E questi attracchi, al tempo della globalizzazione cos’altro sono se non il mondo di un’impossibile medietà, montagne russe che possono ribaltarsi soltanto nel senso verticale delle condizioni materiali di vita, cielo e fango?
E dire che un sussulto, all’inizio, l’ho avuto, quasi un moto di indignazione: ché mi era parso – ecco, ci risiamo, mi sono detto – il solito libro del cinicone che sembra abbia tanto vissuto e invece non ha visto una mazza, e che gioca pure a far lo sbandato. Insomma, se un libro ha uno stile bello e accattivante ma si mette a infilare cliché (la discesa agli inferi nell’ospedale militare dello Smipar di Pisa? scontatissima, pensavo) la tentazione di defenestrarlo è sempre forte. Perché non è accaduto, allora? Perché, innanzitutto, in questo benedetto libro non c’è solo uno stile scostante e lacerato, irridente eppure singhiozzante. C’è pure qualcosa che profonde dalle parole, e il significante, per una volta, finalmente condensa il significato: ovvero un atteggiamento umano di empatia verso il mondo e le persone, e i bisogni del protagonista e quelli altrui. Attraverso ciò il libro si rilancia: come nella pagina dell’artista di circo incontrato a Las Vegas, il cliché sa sciogliersi nella riedizione del topos letterario, nella sua reinvenzione e rivisitazione: arte/amore/malattia/morte (e a Venezia, seppure una Venezia delocalizzata e desiderosa di radici amorose, una riproduzione farlocca eppure più struggente di quella vera, che alla fine si scopre più farlocca di quella finta).
Insomma, se quella sorta di carta d’identità del protagonista (Ulisse prima della guerra, Ulisse che si finge pazzo, Ulisse che deve partire giocato dagli eventi) corrispondente alla lunga introduzione all’inizio infastidisce, subito dopo viene il dubbio che sia giusto così: che il libro sia tanto più epico e lirico quanto continuamente può opporsi a quelle prime battute, che avrebbero ritagliato un personaggio e una vita altrimenti provinciale e statica e buzzurra. Un eroe che all’improvviso, scaraventato via dalla sua Itaca per le strade del mondo, si fa apolide e a flessibilità totale, senza nemmeno la speranza di una Penelope che sappia aspettarlo paziente; perché intanto pure l’amore s’è infranto in un sesso da paraninfo e anche le madri - l’amore incondizionato delle madri, è morto. E dunque sesso, solitudine, alcol. E dappertutto il dio danaro e del bisogno. Un dio vetero-testamentario duro e feroce che ti costringe a fuggire di continuo tra gli eletti e i diseredati della terra.
Non resta, allora, forse, che un’ultima utopia,: una nuova Itaca lontana, più lontana possibile, sia dagli occidenti a capitalismo avanzato sia dalle alternative anticapitaliste e antioccidentali (ormai altrettanto bollite e flosce). Un mondo radicalmente periferico dove sia possibile perdere le residue incrostazioni e ridursi all’essenziale, dove sia possibile fare dono delle cose ritenute fino a quel momento più preziose. Ogni valore-passaporto che assicuri il ritorno, ogni ritenzione di merce-feci (si sarebbe detto in altra congerie culturale, ma qui il recupero del concetto ha nel romanzo un suo senso stringente). Mongardo, ovviamente, per questo baratto sceglie una donna e in cambio il suo sorriso. E la sceglie forse perché nel suo nome si nasconde un’altra meta, un altro continente verso cui farsi scivolare dalla corrente.


02/09/2007 Gazzetta del Mezzogiorno
Un uomo in fuga, di Michele Trecca

Ci sono anime perse, alla deriva di storie impossibili, il cuore sballottolato di qua e di là, un giorno dopo l’altro, senza soluzione di continuità. Gardo Mongardo (protagonista dell’omonimo romanzo di Claudio Menni) – uno così. Per stizza (o per amore) un giorno a Bologna butta al vento un panetto da ottantamila euro di “roba” buona che la sua ex gli sventolava sotto il naso come il marchio di qualità del nuovo compagno. Gardo, quindi, è costretto a scappare per evitare ritorsioni. Gira per il mondo: Sudamerica, New York, Las Vegas, Costa Azzurra. Finisce a Cannes, fra “nani e ballerine” del “rutilante” mondo del cinema. Dovunque vada, però, Gardo si porta appresso come un’ombra quel certo romanticismo bukowskiano, carnale e sbevazzone, sempre sopra le righe che fa di lui un perdente, ma vitale, avventuroso e ironico. Un po’ di maniera, però.
Gardo Mongardo è il secondo titolo (il primo è stato l’antologia Mordi & Fuggi, sedici racconti per evadere dalla taranta) della nuova collana “Punto G” con la quale l’editore leccese Manni intende valorizzare scritture nuove, coraggiose e di ricerca (in continuità con quella tradizione che lo vede da sempre “fiancheggiatore” delle avanguardie storiche del Gruppo ’63). Claudio Menni (quarantacinquenne di Ravenna) è stato manovale, bagnino, insegnante di nuoto, netturbino, bracciante agricolo e tante altre cose: ora è agente di commercio. In passato ha pubblicato due libri con le edizioni Moby Dick.


autore sconosciuto

(…) Aggiungo solo che il libro è scritto con uno stile magnifico e contesto solo il fatto, come avete scritto o fatto scrivere, che sia antilirico (lo spostamento degli infiniti, dei verbi, ad esempio, ma è solo un esempio). Anzi, è lirico e pure epico, anche se è l'epica dell'ulisside solo. Un Odisseo/attento flaneur che cambia pelle al cambiar dei contesti (ricco tra i ricchi povero tra i poveri umano tra gli umani mostro con i mostri, clochard a Parigi, ridotto alla nuda vita in Brasile, tra il jet set a Cannes, e poi ancora ricco e povero e alti e bassi) e come Ulisse rovista i cul de sac della vita adattandosi alla bisogna, ma poi smagato e cinico (più smagato che cinico, alla fine), duro, se ne tira fuori. Perchè ha delle regole quest'uomo: stordirsi sì e lasciarsi andare, naufragare più volte addirittura, ma perdersi mai, ché nel suo io restano ferme alcune regolette, poche ma forti come metallo. Dunque deriva solo apparente (ché è la corrente della vita che lo porta via il recalcitrante, e non invece abbandono suo), invece adattamento e presenza e fedeltà a se stesso nel suo più profondo. E Ulisse non era così? E l'Odissea non è accattivante perché tutte queste isole abitate da topemaghe gigantesche tutto sesso (che tutto quel che toccano si trasforma in porci... eppure in una finta Venezia si può trovare anche un amore vero) e qualche sparuto ciclope, da amici e nemici, popolate da mille altri nauti e naufraghi che per la strada s'acquistano e si perdono? E queste isole al tempo della globalizzazione che cosa sono altro se non un mondo dove il mezzo non c'è, montagne russe che si ribaltano solamente nel senso vertivale delle condizioni materiali di vita, alto e basso? E veniamo alle mie reazioni ché un sussulto indignato io l'avevo avuto e proprio all'inizio. Il libro è scritto, l'ho detto, strabene e il registro è tenuto, lo scrivo, strabene. Però mi pareva il solito libro del cinicone che pare abbia tanto vissuto e invece ha visto una mazza nella sua vita. Soprattutto quella cosa della Smipar (lo sanno tutti che alla Smipar ci si va volontari e non inviati) e quell'altra dell'amorazzo juvenile. Tuttavia, se un libro ha un bello stile & accattivante ma si mette ad attraversare clichè (terribile da questo punto di vista la discesa ad inferos dell'ospedale militare, scontatissimo, mi dicevo) io lo volo dalla finestra. Perché non è accaduto, allora? ma perché innanzitutto non c'è solo lo stile in 'sto benedetto libro. Finalmente, era tanto che volevo trovarne uno scritto così, c'è qualcosa che profonde da sotto le parole, cioè il significante finalmente per una volta quaglia il significato che è, secondo me, una dimensione umana di empatia verso il mondo e le persone e i bisogni propri del protagonista e altrui. Allora ho continuato avendo ciò annusato e, come nel già citato caso dell'artista di circo a Las Vegas, il cliché si scioglie invece nella riedizione del topos letterario, nella sua reinvenzione e rivisitazione: nel caso citato: arte/amore/malattia/morte (e proprio a Venezia, ma una Venezia miniaturizzata come quell'amore, farlocca eppure più mitica di quella vera che è vera ma più farlocca di quella finta). Insomma, forse quella sorta di carta d'identità del protagonista/flaneur del mondo (Ulisse prima della guerra, Ulisse che si finge pazzo, Ulisse che deve partire giocato dagli eventi) che è la lunga introduzione non l'avrei messa. Ma ora mi viene il dubbio che così non debba essere, che il libro sia tanto più epico e lirico quanto continuamente si oppone proprio a quelle prime battute che avrebbero ritagliato un personaggio e una vita altrimenti provinciale e statica e buzzurra. Il testo poi vorresti non finisse mai, ogni volta riposto e subito riaperto con una voglia che non mi ritrovavo da tempo. (…)