Colpi di tacco a Leticia

Nel luglio del 1988 mi trovavo a Leticia, piccola città sul Rio delle Amazzoni al confine di tre Stati: Colombia, Brasile e Perù. Aiutavo un antropologo argentino che voleva realizzare un documentario sulla colonizzazione umana della foresta tropicale.
Leticia era la prima tappa del nostro lavoro. Dopo aver visitato il Museo Etnografico, lo zoo statale e i centri di ricerca botanica, eravamo andati a un “serpentario: ci avevano detto, infatti, che alcune specie di bisce, pitoni e boa avevano costituito per lungo tempo la base dell’alimentazione delle tribù indigene e volevamo saperne di più.
Il proprietario di quella grande raccolta di serpenti era un vecchio Tedesco silenzioso che viveva in Colombia da molti anni. Il suo ufficio era stracolmo di ricordi della patria lontana e della sua gioventù: carte, bandiere, fotografie ecc. Ma non era l’abituale ex-nazista fuggito in Sud-America al crollo del regime hitleriano. Ufficiale su un sommergibile affondato nel ’42 vicino a Cuba, per fuggire alla guerra si era nascosto nella foresta in Venezuela per quattro anni. Per questo sapeva tutto sui serpenti. Sulla parete teneva una scritta: “Non tutti i Tedeschi erano nazisti, non tutti i nazisti erano Tedeschi”.
Nell’ufficio del Tedesco incontrammo un suo amico che abitava a Tabatinga, la cittadina brasiliana di fronte a Leticia: i due centri distano pochi minuti a piedi e i loro abitanti attraversano il confine a piedi e senza controlli perché l’area gode di un Estatuto Especial de Zona de Libre Comercio. Mentre si conversava il Tedesco indicò una fotografia in bianco e nero che ritraeva un portiere proteso in tuffo.
- Quello sono io - disse. - Giocavo in una squadra di Amburgo. Ma ho smesso presto per la guerra.
Poi si girò verso l’amico brasiliano.
- Diamantino, anche tu sei un appassionato di football, vero?
L’uomo, che doveva avere più di sessant’anni, annuì e sorrise.
Poco dopo andammo a guardare i serpenti.

* * *

Nei giorni successivi volevamo incontrare alcune popolazioni indigene nella foresta. Avevamo bisogno di guide, ma dovevano essere esperte e preparate. Il Tedesco ci suggerì di chiedere aiuto a Diamantino.
- Nessuno conosce questi luoghi come lui – ci spiegò. 
L’amico accettò di accompagnarci. Così partimmo con lui e con alcuni uomini di scorta e iniziammo a discendere il Rio a bordo di due barche lunghe e strette.
Fu una settimana molto dura, fatta di lunghe marce in terreni paludosi e lente navigazioni tra immense piante acquatiche. Ci ritrovammo in luoghi fantastici, abitati da tribù dalla straordinaria capacità di sopravvivenza. In quella foresta da solo non avrei resistito più di qualche giorno e invece gli indigeni ci vivevano da millenni, spesso perseguitati, massacrati, cacciati come selvaggina. Ricordo che sulle acque di Tarapoto incontrammo raccoglitori di victoria regia, una varietà di loto di enormi dimensioni, e conoscemmo pescatori di bufeos, delfini rosa di acqua dolce, e di temblón, anguille elettriche.
Camminavamo per ore e dormivamo in amache di fortuna. Ma Diamantino, molto più anziano di noi, non risentiva della fatica e dei disagi. Uomo semplice ma a suo modo colto, chiacchierando attorno al fuoco una sera ci raccontò l’episodio all’origine della sua passione per il calcio.
Era nato nel 1922 a Fortaleza, sull’Oceano Atlantico, e a vent’anni il suo reparto di fanteria era stato trasferito a Leticia per presidiare una polveriera dell’Esercito sistemata in grotte nella foresta. I turni di guardia erano molto noiosi – duravano otto ore – e lui presto aveva iniziato a portarsi dietro qualcosa da leggere: pubblicazioni della Chiesa, vecchi giornali e riviste, libri di storia, romanzetti, opuscoli politici. Tutto proveniva dalla biblioteca privata dell’unico farmacista di Leticia che aveva preso a benvolerlo.
Un giorno, mentre Diamantino prestava servizio arrampicato di vedetta su un immenso tek, un caporale che aveva dell’astio per lui ( non ce n’era aveva motivo, a parte il fatto di venire da Aracati, città rivale di Fortaleza ) si era avvicinato di nascosto all’albero e l’aveva scoperto immerso nella lettura. Lo aveva fatto scendere dalla pianta, gli aveva sequestrato il libro – un opuscolo anarchico di fine Ottocento - e gli aveva garantito un rapporto ai superiori. Si trattava di una minaccia molto seria: il Brasile era appena sceso in campo nella II Guerra Mondiale e un rapporto di quel genere significava l’immediato trasferimento ai reparti combattenti.
Alla fine del turno Diamantino era tornato al corpo di guardia abbattuto, certo di dover fare presto lo zaino e partire per la guerra. E invece il caporale l’aveva accolto con tutto allegro. La radio infatti aveva appena trasmesso la notizia che, a migliaia di chilometri di distanza, la squadra di calcio di Aracati aveva vinto un combattuto derby con quella di Fortaleza per 3 a 2. I tre goal della vittoria erano stati segnati tutti di tacco da tale Uribe Toron, il più forte centravanti del Rio Grande do Norte.
Subito Diamantino aveva capito di dover nascondere la sua indifferenza al calcio. Simulando un atroce dolore per la sconfitta, era addirittura riuscito a farsi venire le lacrime agli occhi. Il caporale, convinto che la sconfitta nel derby fosse stata per Diamantino una punizione sufficiente alla sua mancanza, continuando a ridere allegro ed esibendosi in colpi di tacco con sassi e rami, gli aveva restituito l’opuscolo sequestrato dicendo:
- Per oggi hai già pagato abbastanza, non ti faccio più rapporto.
Tre mesi dopo il caporale per errore aveva fatto partire un colpo di fucile mancando di poco un ufficiale. Lui non fu perdonato. Partì per l’Europa e morì alle pendici della collina di Montecassino. Un commilitone raccontò di averlo visto colpito al petto da una granata mentre correva: le gambe avevano continuato ad annaspare nell’aria mentre la testa e il tronco volavano via lontano.

* * *

Al termine della settimana nella foresta tornammo a Leticia. Era tempo di raggiungere altre località dell’Amazzonia. Prima di ripartire andammo a salutare il Tedesco e lui, venendo a sapere cosa ci aveva raccontato Diamantino, volle narrarci il seguito della storia.
Dopo quanto gli era accaduto con il caporale, Diamantino era diventato un grande appassionato di calcio e, ovviamente, di colpi di tacco. Congedato dall’Esercito, si era sposato con una bella ragazza che gli era stata presentata dal farmacista: pare fosse figlia di un grossista, o contrabbandiere, di rocchetti di filo di cotono, un commercio molto redditizio. I due ebbero sei figli: i tre maschi vennero allevati dal padre nel culto del colpo di tacco.
Diamantino elaborò una teoria spaziale per esaltare l’importanza di quello che definiva il gesto tecnico supremo : soltanto il colpo di tacco – argomentava - dimostra se un giocatore ha una visione totale del campo di gioco, se ragiona a 360°. E quando qualcuno gli obiettava che un colpo di tacco può anche rappresentare un segno di pigrizia fisica e forse mentale, lui ribatteva che si tratta invece della massima prova dell’intelligenza calcistica e della visione strategica di un match.
Forte di queste convinzioni e costretto ad allenare da solo i figli perché a Leticia non esistevano squadre di calcio, iniziò a condurli nella foresta per esercitarli alla visione periferica, laterale e posteriore. Li esercitava a sentire i serpenti sui rami degli alberi senza alzare la testa, a intuire i ragni a tergo dei talloni, a camminare all’indietro zigzagando tra piante e pozze d’acqua.
Questi allenamenti furono molto utili: nel ’57, quando il suocero chiese a Diamantino di andare con moglie e figli a Belem per curare gli affari di famiglia, i suoi ragazzi si inserirono nelle squadre giovanili del luogo diventando ottimi giocatori con gran visione di gioco. Naturalmente avevano dovuto superare un’iniziale sconcerto nel vedere i coetanei giocare a pallone anche con altre parti del corpo e del piede…
I tre giovani si avviarono in seguito per strade molto differenti.
I due più giovani studiarono: il primo divenne economista delle Nazioni Unite, il secondo un chirurgo di chirurgia estetica e ricostruttiva per dive di soap-opera.
Il terzo, invece, scelse scelto la via del professionismo sportivo con il nome di Tata. Ma nei giorni successivi a un tentativo di colpo di Stato militare, ormai giudicato una delle migliori promesse del calcio brasiliano, scomparve all’improvviso e per sempre. Nessuno ricostruì mai la sua sorte. Il padre si convinse che era stato rapito e ammazzato dai servizi segreti e dalla CIA. Come altri calciatori di quegli anni, il figlio nutriva sentimenti progressisti e forse l’Esercito non aveva accettato l’esistenza di potenziali leader dell’opposizione politica. Ma esisteva il dubbio che fosse stato Tata stesso a voler abbandonare la civiltà per rifugiarsi per sempre nella foresta.
La capacità di Tata nel giocare di tacco, comunque, aveva già fatto scuola: un suo compagno di squadra, anni dopo, divenne allenatore di molti giovani calciatori e insegnò loro, per esempio a Socrates, proprio il colpo di tacco.

* * *

Mentre stavamo ormai ripartendo in aereo per Manaus ci ricordammo di non aver neppure una foto di Diamantino. Chiedemmo così al tassista che ci stava portando all’aeroporto di portarci a Tabatinga ( più che un tassista era un guidatore di triciclo a motore ). Non avevamo l’indirizzo di Diamantino ma non ci furono problemi nel trovarlo. Lo raggiungemmo nella biblioteca cittadina dove lavorava insieme alla moglie come volontario nel prestito dei libri ai ragazzini poveri.
Lo salutammo e scattammo qualche fotografia circondati dai bambini presenti nella piccola stamberga. Mentre stavamo per andare via raccontai quanto ci aveva detto il Tedesco sulla teoria spaziale calcistica di Diamantino. Tutti si misero a ridere e i ragazzini iniziarono a insistere perché lui stesso ci desse una prova di quanto era bravo a palleggiare di tacco. Accettò e mentre si guardava attorno per cercare qualcosa di adatto all’esibizione, un ragazzino senza scarpe tirò fuori dalla sua cartella mezza rotta un frutto simile a una zucca. Diamantino lo mise sul tallone e iniziò a esibirsi con abilità funambolica: credo neppure il Maradona dei tempi d’oro avrebbe saputo fare le stesse cose. Presto coinvolse nel gioco anche i ragazzini: anche loro palleggiavano e si scambiavano la zucca a colpi di tacco.
Alla fine andammo, l’aereo ci aspettava. Ma la scena di Diamantino e i ragazzini che palleggiavano un frutto tropicale sui talloni è difficile da dimenticare. Scattammo delle fotografie che un giorno o l’altro ritroverò e metterò sul mio sito Internet. Qualche talent-scout dovrebbe andare tra i ragazzini poveri della biblioteca di Leticia: troverebbe molti piccoli campioni.

* * *

Mi rimase sempre il desiderio di sapere qualcosa di più su quella partita tra le squadre di Aracati e di Fortaleza e sul centravanti Uribe Turon.
Fui fortunato. Anni dopo mi ritrovai tra le mani una meravigliosa e singolare Encyclopedia Oficial do Futbol en Latino-America edita a Colonia Suiza, in Uruguay, nel 1954. Ero a Ramos Mejia, in una villa di via Gaona, e vidi i tre volumi di quell’enciclopedia riflessi in uno specchio in fondo a un corridoio. Li sfogliai e scoprii una breve nota proprio su Uribe Turon e su una sua leggendaria tripletta di goal di tacco in una partita a Fortaleza.
Il primo l’aveva segnato su calcio d’angolo.
Il secondo durante una mischia in area di rigore.
L’ultimo, il più straordinario, riprendendo al volo da metà campo una rimessa del portiere avversario.
Un goal definito “frutto di un prodigio”.

(da “Schema Libero”, ed. Gazzetta dello Sport, 2003)

 

Il tabellino della partita:

21-02-’43,
Campionato del Rio Grande do Norte
Aracati-Fortaleza 3 a 2
Marcatori: Tutu (F. ) 12’, Lulu ( F.) 24’, Uribe Toron 85’, 88’, 90’

 

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