I mondiali 2006 visti dalla Nazionale Scrittori (sponsored by Sky Sport)

MESSICO IRAN 3-1

Tutte le scaramanzie per battere il destino. Così a Norimberga vince il Messico, a Torino il Torino.
di Paolo Verri

Ogni sport è fatto di talento e scaramanzia, più o meno come la vita. Pubblico e giocatori se li dividono: c’è l’ala di talento e c’è il portiere scaramantico, c’è l’anziano tifoso che da quarant’anni va allo stadio sempre con lo stesso paio di calze, rammendate prima dalla nonna poi dalla mamma ora dalla moglie magari dalla figlia, c’è lo scrittore di striscioni dotato di un sapere linguistico degno di Umberto Eco. Al Mondiale tutto questo si condensa in una alchimia che travolge i luoghi e i tempi. Ieri Norimberga ha chiamato Torino, e Torino ha risposto. Mentre Messico e Iran stavano ancora sull’1 a 1, cinquanta messicani venuti nella capitale sabauda a studiare meccanica al Politecnico erano lì a piangere le tristi sorti di tifosi di un ex pugile divenuto attaccante. Senza cori, in silenzio, ascoltavano torme di tifosi iracheni assiepati nel dehors di Atrium, la struttura costruita per raccontala città delle Olimpiadi, dove uno schermo di eccellente qualità trasmette in accordo con Sky tutti i mondiali. Era una torcida triste, sudamericana, a cui si aggregavano qualche bella brasiliana di ristorante locale, pochi argentini tronfi della prima vittoria, e professori peruviani sulla cinquantina seduti al sole e distratti dai gelati. Sullo schermo compare il capo tribù messicano, con il grande sombrero comprato trentasei anni fa a Mexico City, e la torcida si ravviva, quasi avesse sentito le note di una canzone lontana. Intona Cielito Lindo, intona El rey, Queremos un gol, queremos un gol. Come d’incanto il portiere iraniano sente ronzare una mosca, si dimentica dei 50.000 euro premio qualficazione che gli potrebbero cambiare la vita, col piede sembra inciampare, ciabatta una rimessa che trova pronto l’ex pugile ad avventarsi sul pallone e a trafiggerlo. La torcida torinese si incendia, sembra dettare legge a quella di Norimberga, sono loro, i giovani messicani studenti a Torino, ad avere indossato la casacca giusta, ad aver scelto il canto appropriato. Non si fa a tempo a rimettere la palla al centro, i tifosi iraniani seduti alle spalle dei messicani guardano lo schermo con apprensione, cercano il minutaggio, il sole sembra colpire solo quella parte di pixel, negare un tempo ulteriore, e la banda messicana di nuovo si invola, Zinha ruba palla, detta il passaggio, va incornare, ed è il 3-1. Il replay salta, il regista è incantato dalla cravatta di La Volpe, mister dal nome di perfetto stratega, credo sia un regalo, gliela avrà data una moglie un fidanzato una amante, certo una cravatta così non te la compri. Sul mio taccuino, tra la felicità messicana, spunta anche un’ulteriore scaramanzia: con quel 3-1 non vince solo il Messico, ma anche il mio Toro, che fra un’ora si gioca col Mantova la partita più importante degli ultimi trent’anni. 

Ci saranno più tifosi al Delle Alpi che in Germania, 44.000 là 58.560 qui in città, tutti – tranne i pochi biancorossi lombardi della zona ospite – avranno una maglia granata. Mi avvio “all’assalto del destino” (è il miglior striscione che apparirà in Maratona) con la felicità verde di speranza tolteca, salgo al volo sull’auto di un amico (il miglior amico, quello con cui le hai viste tutte, incluso il derby del 3-2) e mi dirigo al catino della Continassa, dove De Biasi e Cairo hanno programmato il tripudio. Sono ottimista: oltre al 3 -1 del Messico, ho azzeccato tutte le 3 chiavi con cui aprire la porta dell’albergo di Laigueglia dove ho lasciato la famiglia in vacanza. Dentro di me so che se ne avessi sbagliato anche solo una, il destino avrebbe potuto svoltare. Ripasso altre strategie, non guardare i semafori, non leggere la parola Juve prima dell’ingresso in campo, non dimenticare in macchina almeno un libro con cui fingere di essere allo stadio un po’per caso, da vero dandy intellettuale. Mentre cerchiamo parcheggio, intravedo una scritta su un muro, non ci bado, la sfiga della Juve non pare sfiorarmi. Prima dell’ultimo attraversamento pedonale , incrocio due amiche, che sorridono perché stringo in mano un Penguin verde Messico dal titolo “The thinking fan’s guide to the World Cup” in cui Tim Parks racconta di uno zio italiano che odiava Zola (il calciatore, non lo scrittore…). Lo stadio è pronto, le squadre pure, la notte è perfetta e i segni del destino ci sono accanto. In mezzo, tutta l’angoscia,lo spleen permanente del tifoso granata, incluso un quasi gol biancorosso a meno due dalla fine. Al 120’ quando incredibilmente torniamo in serie A, migliaia di scaramanzie si sommano, vittoriose. I tifosi del Mantova, distrutti dalla sconfitta, ritirano la scritta “Odio eterno al calcio moderno”. E’ l’unica cosa su cui andiamo d’accordo, stasera. Ma il Toro in A è un pizzico di storia anche loro; il 3-1 sta come segno brillante di un altro torneo che può cominciare.