I mondiali 2006 visti dalla Nazionale Scrittori (sponsored by Sky Sport)

16 giugno 2006
Il Centravanti Amaranto e il Cannoniere dell'Amore

di Giampaolo Simi.

Mai come in questo Mondiale si parla di non tifare per l’Italia, e di scegliersi un’altra squadra. L’idea non mi attrae e oltretutto la mia seconda squadra del cuore sarebbe l’Irlanda, formazione in cui nel 1998, narra la leggenda, lo spogliatoio si fratturò verticalmente su un aspetto non squisitamente tecnico: il numero massimo di pinte consentite il giorno prima di un match. Credo che, visti i risultati, abbia prevalso la linea lassista.
A Livorno, dove vivo per metà della settimana, si sta coagulando in questi giorni un grumo di tifo alternativo che con i sussulti etici per le vicende di Calciopoli, però, ha poco a che fare. A Livorno sono arrabbiati marci per la mancata convocazione di Cristiano Lucarelli in Nazionale. La supposta infatuazione tecnica di Lippi per Iaquinta fa forse però perdere di vista il vero responsabile, colui che realmente ha fregato il posto al bomber amaranto, e cioè Pippo Inzaghi. È lui l’alter ego da area di Gilardino, laddove Iaquinta, capace di giostrare anche fuori dalle acque territoriali dell’area avversaria, è l’alternativa a Toni. Tatticamente, la scelta di Lippi non fa un grinza.
Deve comunque essere la prima volta che un attaccante capace di segnare 45 gol in due stagioni e di esibire un regolare passaporto italiano viene tenuto fuori dalla Nazionale. Per cui, a Livorno, qualche buon diritto di essere arrabbiati ce l’hanno. E allora qualcuno ha deciso di scegliersi un’altra squadra.
Gli esotici australiani? Il simpatico Togo? Gli absolute beginners del Trinidad e Tobago? I tosti ivoriensi? Il Ghana sponsorizzato da Grillo? Ma non scherziamo. Potendo scegliere, per quel che costa, a Livorno non ci si fa mancare nulla. Il passaparola fra i delusi della curva nord che affollano è tifare Brasile.
Io non sono d’accordo. Il Brasile non lo si può tifare. Il Brasile lo si ammira, punto e basta. Si può tifare per una squadra che gioca per vincere. Ma il Brasile gioca per giocare, non per vincere: tant’è vero che, dall’inizio della storia dei Mondiali, ben dodici volte si è dimenticato di farlo.
O forse, per non essere odiati e messi fuori concorso come meriterebbero, in qualche edizione i brasiliani hanno infiltrato qualche pippa fra i loro effettivi. Ricordate l’82? Era lungo come una sequoia, e della specie vegetale possedeva anche la spiccata mobilità: si chiamava Serginho e pur giocando fra Zico, Eder e Socrates riuscì a sbagliare tonnellate di goal.
Quest’anno là davanti ci sono Ronaldo, Ronaldinho, Adriano e Kakà. Personalmente avevo sperato fino all’ultimo nella convocazione del mio attaccante brasiliano preferito. Si chiama Vágner Silva, ha poco più di vent’anni. E’ il centravanti del CSKA di Mosca ed è più conosciuto come Vágner Love o il Cannoniere dell’Amore, da quando, il giorno prima di una finale con le giovanili del Palmeiras, lo beccarono a spassarsela con la fidanzatina. Ricordo ancora la sua performance a Lisbona, per la finale di Coppa Uefa del 2005. Si presentò in campo con treccine rasta colorate di blu e verde e l’occhio di una opacità sospetta. Nel complesso, per lunghi tratti del match si aggirò per il manto verde con l’aria di uno che è arrivato per un concerto di Bob Marley con una trentina d’anni di ritardo. Al 20’ sparacchiò su un incolpevole fotografo un gol fatto, e in un solo gesto ci illustrò quanto labile sia la linea di confine fra un  tap-in e un tapino. Nel secondo tempo, nonostante lui, il CSKA passò a condurre per due a uno. Al settantesimo, a Vágner Love toccò l’onore di scagliare la sfera nella porta abbandonata, da una distanza di circa novantuno centimetri, per poi andare a sparare baci alle tifose moscovite, evidentemente ignaro che quel suo orrendo goal fosse per giunta tutt’altro che decisivo.
Il CSKA vinse 3-1 e Vágner Love sollevò la coppa non prima di aver incespicato goffamente sul palco. Questo è un grande, mi dissi. Mica da tutti vincere l’Uefa in una serata in cui si riesce solo a rendersi ridicoli.
Nella Seleçã o di Parreira, Vágner Love però non ci sarà. Brutto segno, vuol dire che questa volta fanno sul serio. Ma il Mondiale sarà un po’ più triste, senza il Cannoniere dell’Amore, e le possibilità che i verde-oro si dimentichino di vincerlo piuttosto scarse. Ragion per cui, dato che non hanno convocato il mio centravanti preferito, anch’io me ma prendo a male e non tifo per il Brasile.
Preferisco limitarmi ad ammirarlo.
Per ammirarlo fin dall’inizio rimando persino la cena all’intervallo.
Dopo un quarto d’ora appare chiaro che Antonio Cassano deve aver coinvolto Ronaldo in loschi traffici di orecchiette ai mille sughi. O che quest’anno i brasiliani hanno camuffato la pippa fra i loro ranghi sostituendo addirittura l’ex interista con un sosia quasi perfetto.
Pur giocando in dieci, il Brasile finisce in vantaggio il primo tempo. Nel secondo il crollo sembra a un passo, e il sadico Parreira aspetta gli ultimi secondi prima del possibile ko per riconsentire alla sua squadra di giocare in undici. Toglie il sosia di Ronaldo e la partita torna in equilibrio. Se togliesse anche Adriano, forse potrebbe persino chiuderla con un altro goal.
Purtroppo, invece, il Brasile vince con un solo goal di scarto dopo aver cercato in ogni modo di perdere. In una serata sola, Parreira ha dimostrato la follia dei sostenitori del Quadrato Magico, ha preso tre punti e la prossima volta giocherà assai più accorto. Con Kakà e Ronaldinho, un goal lo troverà sempre, dopodiché Robinho, Roberto Carlos e Zé Roberto giocheranno a mimetizzare la palla fra un filo d’erba e l’altro. E non ce ne sarà per nessuno.
Se stasera avessero stravinto, avremmo potuto almeno sperare che distraessero guardando la bellezza del proprio gioco, come nell’82. Avendo capito fin dalla prima giornata che non se lo possono permettere, daranno spettacolo con il contagocce, ma probabilmente vinceranno il Mondiale.
Per me, che non tiferò verde-oro, potrebbe anche essere impossibile ammirarli, accidenti.