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I mondiali 2006 visti dalla Nazionale Scrittori
(sponsored by Sky Sport)
GERMANIA ECUADOR 3-0
20 giugno 2006
Germania 2006: il riscatto è servito!
di Stefano Sardo.
Il Mondiale di Germania è ancora alla prima fase, e già m’è costato 1.290 euro. Sì, perché non ce l’ho fatta, il giorno prima della partita inaugurale m’è salita una smania su per la gola, irrefrenabile, e dato che avevo appena incassato la rata per una sceneggiatura… Smania, più qualche soldo in banca, uguale shopping. Ho zigzagato col mio bianco vespino bohemien nelle vie di Roma per correre da ‘Giotto’ sulla Magliana a comprarmi un televisore. Non ce l’ho fatta, dicevo. Prima ho deciso che i Mondiali erano la scusa perfetta per tacitare i miei sensi di colpa da consumismo. Poi, ho scelto il meglio. 32 pollici, ellecidì, sedici noni, acca-dì ready… Ho speso molto, mi sono detto, per risparmiare domani, poiché per anni non si rivelerà necessario sostituire l’apparecchio super-affidabile che mi sono assicurato … Me lo sono detto senza crederci. La verità è che volevo uno schermo da sballo. Volevo vedere bene i Mondiali e volevo anche che gli amici sapessero che li vedevo bene, se capite cosa intendo. Volevo che sapessero che da me potevano vederli bene e forse, invitandoli a casa, volevo anche vederli sbavare di fronte al mio nuovo accessorio ultrapiatto, perché i maschi a volte sono così: competitivi in faccende di gadget tecnologici. E quindi, senza nemmeno far sì che il negoziante esibisse le sue qualità di persuasore, ma anzi facendogli totalizzare un tempo-vendita da record regionale, ho sottratto ai miei sudati guadagni 1.290 piccoli motivi di rimpianto, un congedo rapido come una strisciata di carta di credito, e mi sono portato a casa la Nuova Attrazione, installandola nel salone di quell’autentico laboratorio del flat sharing che è il mio appartamento trasteverino. L’ho fatto perché ho un conto in sospeso con i Mondiali di calcio. Nell’82, l’anno del Mundial di Spagna, avevo dieci anni, e trascorsi un paio di settimane al Club Mediterranée di Caprera, in Sardegna, rinunciando subito, a colpi di boma, a ogni ambizione di diventare un velista. Assistetti al primo tempo di Brasile-Italia in una calca madida, ammassata sotto la tettoia bollente di un terrazzo adibito a sala tv. Nell’intervallo cercai refrigerio in una bottiglia di acqua gelata e rimediai con quello una congestione, che mi portò a soffrire così lontano dalla prima fila – così faticosamente conquistata - da perdere il match di vista. Mentre mi contraevo negli spasmi del mio dolore di bambino, lì, sotto quella tettoia bollente, gli altri GM condividevano l’epifania della più memorabile performance calcistica della nazionale italiana dal giorno mia nascita fino a oggi. Quel 3 a 2 rappresentò il turning point nella storia di quella Coppa del Mondo, e io me lo persi, confinato a coglierne i momenti salienti attraverso le reazioni suscitate negli spettatori, scrutati con occhioni umidi da spezzare il cuore. Fu in quel lontano pomeriggio di Caprera, potrei dire, che mi ripromisi di non perdere mai più un passaggio saliente dei Mondiali a venire. Non che fosse una promessa esplicita, la mia. Fu più che altro un proposito recondito, un post-it appiccicato sullo strato più profondo del mio inconscio. Ciò nonostante quattro anni più tardi mi persi gran parte del torneo messicano, temporaneamente schiavizzato dagli istruttori del centro tennis C.O.N.I. di Palàgano, e nelle serate di Italia ’90 ero sempre ubriaco e mi svegliavo la mattina dopo le partite della Nazionale con lancinanti emicranie come unico ricordo. Nel ’94 – nonostante la finale col Brasile – giocammo da schifo, e Baggio sbagliò il rigore pur di non concedere all’odioso Sacchi il trionfo immeritato. Non parliamo, poi, della disfatta coreana del ’98, su cui è bene stendere un velo di pietas. Ma questa volta, no. Stavolta sono pronto. Il divano è posizionato. I piedi, nudi, poggiano sul bracciolo, soffice. Il pollice accarezza il pulsante verde del telecomando SKY, pronto ad attivare il menù dell’offerta interattiva. Non mi perdo nulla di questo Mondiale, anche Germania-Ecuador: lo devo al me stesso di 24 anni fa, a quella cacca a spruzzo che mi privò della tripletta del Pablito nazionale. Ben vengano il dribblomane De La Cruz, il talentuoso Valencia, e quel portiere improbabile con la bandiera sugli zigomi, da una parte. E il piccolo Lahm che sgroppa e crossa, l’incredibile Huth, il legnoso scorer Klose e il dilemma Ballack – è un campione o un brocco? E’ il fratello di Matt Damon? –, dall’altra. Ben venga anche questa partita da pomeriggio afoso. Questa partita che, peraltro, finisce subito. Dopo 5’ minuti. La Germania gioca meglio, e manda in gol Klose alla prima discesa. E meno male che è legnoso, Klose, perché raddoppia a fine primo tempo su assist di Ballack – lui sì, legnoso. Klinsman esulta, ed esultando esalta i bicipiti da allenatore super-allenato che si ritrova. L’Ecuador pensa solo a preservarsi per la seconda fase e risparmia l’acciaccato Delgado e il goleador Tenorio. La Germania domina, e in contropiede Podolsky (anche lui polacco, come Klose: tre gol polacchi su tre), sancisce la fine dei giochi. Una partita senza posta in palio, tra due squadre già qualificate, era quello che ci voleva, per rafforzare il mio impegno. Più è inutile la partita, maggiormente si consolida la mia convinzione di non perdermi neanche un match. Il Mondiale mi spetta, quest’anno. Ho speso 1.290 euro, che diamine.


