I mondiali 2006 visti dalla Nazionale Scrittori (sponsored by Sky Sport)

ITALIA USA 1-1

17 giugno 2006
Quando Torino si tinge d'Azzurro
di Enrico Remmert.

Italia-USA. Campionato del mondo 2006. Sono nel dehors di un birreria irlandese, al centro di Torino, pochi isolati dalla stazione di Porta Nuova. Il marciapiede divide la nostra improvvisata "Curva Dehors" di tifosi da un televisore al plasma incastonato in una delle vetrine: per forza di cose ogni persona che si trovi a passare di lì ci nasconde per qualche istante lo schermo di SKY. Ma non importa, oggi Torino vive l’ennesima giornata elettrizzante dell’anno: contemporaneamente sono in corso il Gay Pride, il raduno di scooter Vespa più importante d’Europa, la sfilata delle Topolino d’epoca e la parata dei Bersaglieri. Morale: sul marciapiede che ci divide dal televisore al plasma passano, nel corso dei due tempi di gioco, centinaia di persone: gruppi reduci dalla grande sfilata del Gay Pride con  bandiere rosa o arcobaleno, fanfare di Bersaglieri, assurdi vespisti in prevalenza svizzeri e austriaci con caschi Momo e fischietti e molta voglia di bere, cani, punkabbestia, bambini, gruppi di mamme, anarchici con bandiere pirata, eccetera eccetera fino a due ragazze con un manichino di polistirolo e un transessuale vestito da faraone. Uno a zero per noi. Si esulta compatti, la convinzione generale è che l’Italia dilagherà. Pochi minuti e l’autogol di Zaccardo gela tutti i presenti, ma la paura dura poco: non importa, l’Italia dilagherà. Poi l’espulsione di De Rossi e le cose si mettono male. Un cartellino rosso anche per gli USA, fine del primo tempo e spogliatoi: va tutto bene, ci diciamo, in dieci contro dieci gli spazi si allargano e la nostra superiorità tecnica non faticherà a venir fuori. Insomma: nel secondo tempo, l’Italia dilagherà. Una birra scura nell’intervallo e la partita ricomincia: un altro rosso e siamo dieci contro nove, abbiamo ribaltato la superiorità numerica e mancano quasi quaranta minuti alla fine del match. Si esulta di nuovo compatti, la convinzione è sempre la stessa: l’Italia dilagherà. Invece nulla. La partita si infiacchisce, gli statunitensi ci tengono testa, sono metodici e precisi nel tenersi in linea e lasciare le nostre punte in fuorigioco, badano solo a difendere bene e lanciarla il più lontano possibile, ogni rinvio del portiere arriva praticamente nelle mani di Buffon, noi ci mettiamo tre minuti a ricostruire l’azione, la palla torna al loro portiere, che rinvia e si comincia di nuovo: un’agonia con pochissimi sprazzi. Passano i minuti e tutti cominciamo a perdere interesse. Si parla di Vittorio Emanuele in cella a Potenza, a nessuno importa nulla se sia innocente o meno, tutti ricordano il delitto impunito del ragazzo tedesco. Uno dietro di me dice: Ricucci, Moggi, Vittorio Emanuele, sono giorni bellissimi (si sa, nessun rumore è più piacevole di quello di un potente che cade). Tre juventini difendono Moggi, ma senza troppa convinzione, giusto così, per combattere la noia. Si passa a parlare di Galliani, poi del Gay Pride, di Torino com’è cambiata, e poi si torna al calcio: nessun derby in città neanche il prossimo anno, Toro in A e Juve in B, ma no c’è l’amnistia, figuriamoci, ti dico di sì, figuriamoci, vedrai, scommettiamo, va bene, e scommettono. Passano due tizi con le maglie della Fiorentina di Baggio e Batistuta, fischi dalla parte gobba della Curva Dehors, ma i due hanno l’aria di essere estimatori degli uomini, più che della squadra. Passano gruppi di donne indifferenti alla partita, stranieri incuriositi, una signora di mezz’età spinge senza apparente sforzo una bellissima 125 Primavera color crema, un uomo scatta una fotografia allo schermo e poi un’altra verso la Mole Antonelliana, questa sera illuminata ad arte, tutta di rosa. Passano due ragazze abbracciate, una molto carina. Gnam gnam dice uno dalla Curva Dehors. Le due gli sorridono, irraggiungibili. Tre fischi. La partita finisce, l’Italia non ha dilagato. Torino forse si.