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I mondiali 2006 visti dalla Nazionale Scrittori
(sponsored by Sky Sport)
BRASILE AUSTRALIA 2-0
18 giugno 2006
Un pomeriggio di ordinaria calciofollia
di Claudio Menni.
Se n'è andata la prima domenica di caldo. Una settimana fa l’estate era un miraggio, che si moriva di freddo. In due giorni, il caldo denso ha fatto deserto in strada. Io lo so, la gente è tutta in riviera, vuoti anche i bar. Per la partita delle tre, allora mi trasferisco in piscina. Sotto una tenda, la tele accesa, sopra il frigo dei gelati. Scendono in campo la Croazia e il Giappone. Veramente non saprei che parte prendere. Il ragazzo seduto accanto a me, sui venticinque, non ha dubbi: "Il Giappone - dice - per i cartoni animati, quelli con il tempo interiore dilatato e il campo di calcio lungo un chilometro… E poi per Tarantino…".
Siamo in diversi davanti alla partita. Passa mezz’ora, la gente viene per una birra e il gelato. Un toast. Nell’attesa è inevitabile alzare gli occhi al video. Così altri si siedono.
Ma oggi è soprattutto il giorno dopo. Si guardano i piccoli samurai, i traversoni come katana, ma è degli azzurri che si commenta.
Due cose vengono fuori. Che gli italiani danno il meglio di sé nelle difficoltà. La statistica lo conferma, così come entra in questo teorema la bella prova contro il Ghana. "Ieri sera, psicodramma all’italiana parte uno…", mi confida uno che avrà si e no i miei anni, confusione mentale e meschinità di intenti, i bambocci hanno rischiato il raffreddore.
"Aspettiamoci una gran partita contro i Cechi, allora", replico.
Alcuni sono contro questa nazionale che vedono simbolo di calcio sleale e maleducato, ma poi non ce la fanno a non tifare Italia.
"Ma ci pensi se questi vincono il Mondiale, chi saranno gli eroi di Berlino?", mi dice ancora quello di prima.
Arriva le gente per il gelato, sono ancora bagnati, la palla li cattura inevitabilmente, e alzano il naso. Il calcio è così: passi davanti a un campetto dove giocano dei bambini e ti fermi a guardare… Poi dopo un pò ricordi che stavi facendo altro e devi andare via. Aspetto le sei bevendomi una birra con un vecchio amico. Ci guardiamo attorno, ma siamo rimasti con gli anni un pò fuori dal giro.
Stavolta c’è più succo, col Brasile.
"Bhe, io non lo vedo poi così forte - dico io - che se ce lo becchiamo agli ottavi lo sbattiamo fuori…". E tengo Australia, perché simpatizzo per chi perde, e perché il calcio può sempre sorprenderti, anche quando ti chini nel frigo a prendere un ghiacciolo.
Alla fine la differenza fra il Brasile e L’Australia è classe. Talvolta una azione sola, che a volte s’incoccia su un palo o una zolla di terra… Non stasera. Incontro equilibrato, un tocco, anzi due, e un pizzico di quella cosa fondamentale nel calcio… Fortuna. Partita equilibrata, ma due a zero. Siamo rimasti una decina, la piscina deve chiudere. Solo dopo il fischio finale Ci alziamo in fretta e sloggiamo.
Ho scelto il mio vecchio bar lungo la statale, per la partita serale. Storie ne son successe qui, di contrabbando e gioco d’azzardo, di dispute dialettiche o erudite, fra filosofi e polemisti da bar: alcuni avevano studiato dai preti, altri erano semplici stradini… Si faceva mattina.
Ora il vecchio barista ha ceduto al tempo e ci sono due ragazzine al banco tirato a lustro, e seggiole e tavoli nuovi. Ma alcuni di allora arrivano. Tengono in serbo una frase, una teoria calcistica… Attendono un assist da Zidane, perché Zidane si riconosce mentre il calcio balilla coreani, quelli sembrano soldatini a pila: rapidi, inesauribili e tutti uguali, tutti gli stessi gesti tecnici, sembra. Quando la Francia perde, per noi italiani, non ci dispiace mica… Però la Corea… Gli ultimi Mondiali e i risultati pilotati… Se fa schifo in Italia a me fa schifo anche fuori. Vive la France, per Zidane e Thuram…
Ma ecco da dietro: "L’Italia - scuote la testa il vecchio - quel Del Rosso… gli è de’ imbezel, gli è di maleduchè, cle mej che s’andà a cà sobte…".
Ma non tutti sono d’accordo con lui. Intanto l’arbitro si dorme un gol, la Francia si fa trapattoniana e la Corea pareggia. Lè e chilz… è il calcio.


