I mondiali 2006 visti dalla Nazionale Scrittori (sponsored by Sky Sport)

Densill Theobald cancella la grande ombra
di Alessandro Fabbri

È solo un’ombra, ma appena la vedo scatena risonanze minacciose e cupe vibrazioni. Lo stadio di Francoforte è dotato di un’avveniristica copertura che dovrebbe proteggerlo dalla pioggia (ma, secondo i bene informati, durante il primo temporale si sono formate pozze acquitrinose all’altezza delle bandierine del calcio d’angolo, rendendo il gioco impossibile). Col sole, invece, ha un altro effetto: proietta sul campo la forma di un ragno a mille zampe. Il corpo al centro – una bitorzoluta scatola con schermi tv giganteschi - e intorno i cavi della tensostruttura che si aprono a raggiera.
Lampard cerca il gol da quaranta metri. Rooney suda in panchina. I giocatori del Paraguay comunicano tra loro in guaranì, la lingua degli antenati precolombiani, nobili guerrieri - un codice per non farsi capire da nessuno. Nemmeno tra loro, a giudicare dai primi minuti. Punizione di Beckham – nessun urto, ruzzolata o colpo di vento sarà in grado di spettinarlo – che innesca Gamarra, il quale segna con un tocco delizioso, nella propria porta. Il portiere intristito s’infortuna tre minuti dopo e abbandona, quasi per autodifesa.
La mia attenzione vacilla. Questa è la prima partita che vedo dalla fine del campionato. Sono un drogato di calcio dall’età di 6 anni: dovrei averne una necessità fisica. E questo è un Mondiale. Dovrei agognare un sovradosaggio di telecronache, commenti pre e post partita, statistiche inutili, zoomate sulle facce dei tifosi dipinte a bandiera, interviste, allenatori che urlano o restano impassibili, e gol, gol…
Invece a ipnotizzarmi è il ragno disegnato in negativo sull’erba. Lo spettro di tutto ciò che è accaduto da queste parti negli ultimi tempi: i notabili che fuggono dalle poltrone, i giocatori che sorridono imbarazzati (già è incredibile che sorridano) e poi dichiarano di “pensare solo al Mondiale”, gli ispirati monologhi di Moggi al cellulare. La Crudele Cupola di Calciopoli Ammazzasogni.
Il ragno è vorace, e, scopro con un brivido, si è divorato tutto il gusto.
Nel bar dove mi trovo, sulla riviera romagnola, c’è il classico pubblico part-time: la spiaggia è a pochi metri, si entra, si butta l’occhio allo schermo, si torna fuori. Noto con malinconia che il ragno non ha catturato solo me. Almeno tre delle sei o sette persone che mi affiancano davanti alla tv, anziché pronunciare le domande rituali – chi gioca? quanto stanno? - azzardano pronostici su quale squadra italiana verrà castigata in B, rifilano un po’ di insulti sarcastici ai notabili di cui sopra, e con quel sarcasmo - la miglior maschera dei cuori infranti - lasciano intendere che, secondo loro, questo sport è ormai agonizzante, e andrebbe abbattuto, anzi giustiziato. I soliti, magnifici circuiti mentali non funzionano, sostituiti da un triste vuoto. Di norma avrei tenuto libero un angolo dell’anima per pensare all’Italia, già, l’Italia che va sempre male nelle amichevoli e nelle partite del girone, ma se va male all’inizio è un buon segno, perché nell’82…
“Mossa coraggiosa di Beenhakker.”
È questo commento che mi riporta alla tv, almeno a dare una sbirciata – intanto l’Inghilterra ha già vinto, grazie a Gamarra; e Svezia e Trinidad & Tobago hanno già iniziato una partita in teoria senza storia, ma ancora ferma sullo 0-0, T&T col portiere di riserva (Jack si è infortunato nel riscaldamento) e Svezia anche (Isaksson è stato abbattuto mercoledì da una violenta pallonata in faccia), T&T ridotta in dieci uomini…
E il mister Beenhakker, dopo l’espulsione di un difensore, ha tolto un centrocampista e inserito un attaccante. Annoto sul mio taccuino: Perché?
Finora so soltanto che: a) Trinad & Tobago è lo stato più piccolo che partecipa al mondiale; b) uno dei giocatori del T&T, l’unico bianco, Birchall, non ha mai messo piede a Trinidad & Tobago (ma sua madre è nata lì, regalandogli la doppia nazionalità, e lui non aveva chances di convocazione con l’Inghilterra); c) il possesso palla è 60 a 40 per la Svezia, in pratica si gioca a una porta sola; e d) c’è un certo Densill Theobald che corre dalla difesa all’attacco, dall’attacco alla difesa, continuamente, senza mai toccare il pallone se non per rubarlo in tackle a uno scandinavo. Densill sta sudando parecchio ma non è stanco, e il suo curioso nome mi ispira simpatia. Tutto qui quel che so, e a dir la verità non è che mi importi moltissimo. Finché Glenn, lo sconosciuto attaccante gettato nella mischia da Beenhakker contro ogni logica, prende palla a metà campo, affronta da solo tre difensori, e dal limite esterno dell’area spara una bomba di collo destro - e il pallone scheggia il palo mentre il portiere Shaaban barcolla impotente.
Beenhakker ridacchia. Non applaude, non si dispera: ridacchia. Come a ripetere la sua dichiarazione in conferenza stampa: “Non posso prenderla sul serio, a Trinidad & Tobago il calcio è una moda passeggera, in realtà tutti pensano al cricket”.
Si gioca a Leverkusen, e qui nessun mostruoso ragno incombe sul terreno di gioco.  
Senza volerlo me lo dimentico, e inizio a tifare Trinidad & Tobago. Sono i più deboli, giocano pure in dieci: hanno tutto il diritto di rubare la scena al cricket. Lo stopper con le treccine alla Bob Marley si immola sui tiri avversari, inseguendo il sogno impossibile del pareggio, ma lui può farlo, non può chiamarsi Sancho per caso; il portiere di riserva Hislop compie due improbabili, miracolose parate da distanza ravvicinata, e poi, inquadrato, mostra al pubblico un volto sgomento (sono stato io? davvero?); i tre o quattro polmoni del buon Densill Theobald, il mio favorito, continuano a lavorare come mantici.
Spero in un gol di rapina, fortunoso e immeritato del T&T a pochi istanti dalla fine. A un tratto ricordo che una volta, su un campo di calcetto con le magliette per terra a fungere da palo e traversa immaginaria, mi fissai con l’idea di farmi chiamare “El Buitre”. Avevo più o meno dieci anni, e sul campetto c’era – l’equivalente di una tensostruttura – una rete che impediva al pallone di volare fuori e agli inquilini del condominio di incazzarsi. Chissà, forse sono i capelli biondi al limite del bianco di Beenhakker a farmi tornare in mente la Coppa Campioni anni ’80, quando allenava il Real di Michel e Butragueno.
“Hai visto quel Densill Theobald?” chiedo al ragazzino apparso al mio fianco, caricando la domanda di enfasi.
“E chi è?” fa lui, guardandomi strano.
“Il numero 18. Non tocca palla, ma corre un sacco. Ecco… lo stanno sostituendo.”
Il ragazzino sparisce e Densill lascia il campo. Ha bisogno di una doccia.
Se la guadagna poco dopo. Fischio finale: 0-0. I giocatori del T&T festeggiano come dopo una vittoria, i tifosi sono in visibilio; leggo il labiale del vecchio Beenhakker rivolto al portiere Hislop: “Great job”. Gran bel lavoro. Eh già!
Il mio distacco da innamorato tradito è andato a farsi benedire. Conservo con cura la scia delle emozioni regalate da Densill & soci, come un reperto che potrebbe rompersi da un momento all’altro. Il ragno s’è allontanato, ma di certo non può essere scomparso.
La magia, infatti, scema velocemente. Ricomincio a provare una sottile invidia per chi ama il calcio e non è italiano e questi mondiali se li godrà dall’inizio alla fine, senza vedere ombre sull’erba.
Aggrappato al pensiero di Theobald mi accingo a guardare Argentina-Costa d’Avorio.
Oscillo. L’amore è una fregatura. L’amore non è una fregatura, mai.
2-0 per l’Argentina, Crespo e Saviola hanno ucciso la suspence, il fragile filo che mi teneva legato. Sono a casa, posso cambiare canale: sul canale interattivo scorre un servizio su Svezia-T&T. 
E vedo qualcosa che prima m’era sfuggito - doveva essere un momento in cui riflettevo cupamente sulla Catastrofica Cupola di Calciopoli.
Il portiere della Svezia Shaaban, finora inoperoso, si trova la palla tra i piedi e, forse per la sorpresa, esegue uno dei più eclatanti rinvii a campanile che abbia mai visto.
Davvero, non so quanta forza ci fosse in quel calcio – abbastanza per spedire il pallone fuori dall’inquadratura, un’autentica fuga dalla regia televisiva, forse anche dagli occhi dei tifosi sugli spalti, la manda in alto, ma in alto sul serio… e la palla arriva dove - sono pronto a scommetterci - non è mai arrivata in quello stadio, né in altri stadi: a cozzare contro l’avveniristica tensostruttura. Rimbalza sul corpo del ragno. Oltrepassa il corpo del ragno e ci rimbalza sopra, per essere precisi. E ci sparisce dentro. Nascosta dai quattro megaschermi che riportano il punteggio: 0-0.
Sparisce per un breve, lunghissimo istante.
E poi ricade. Tranquilla, dritta come un filo a piombo, esattamente al centro del campo. 
Esattamente il tipo di traiettoria del mio antico Super Tele quando finiva sulla rete del campo da calcetto. “Ha toccato!” gridavamo, e si doveva ripartire dal portiere.
Esattamente quello che decide Shamsul Maidin di Singapore, arbitro di Svezia-Trinidad & Tobago, partita valevole per i Mondiali 2006. Si riparte dal portiere. Ora, questo piccolo episodio non ha un significato. Però, in amore, chi se ne frega del significato?

Spengo la tv e pianto lì Argentina-Costa d’Avorio. Oggi ho guadagnato abbastanza, ho riacciuffato un’emozione, e non me l’aspettavo. E poi in fondo non m’interessa l’Argentina; io penso all’Italia. Le amichevoli non sono andate bene, l’infermeria è piena, come dicono i cronisti, e il Ghana, come dicono i cronisti, senz’altro mostrerà, oltre alle indubbie doti fisiche, una buona capacità tecnica… sì, sarà dura... però quando si inizia male va bene, perché anche nell’82…