I mondiali 2006 visti dalla Nazionale Scrittori (sponsored by Sky Sport)

Lo svizzero italiano
di Carlo D'Amicis.

Qualche anno fa, in trasferta con la nazionale italiana scrittori, presi un treno diretto a Chiasso. Più o meno verso Como realizzai di aver dimenticato i documenti a casa. Poco male, pensai, offuscato dalla retorica della globalizzazione, dall'abbattimento delle frontiere, dall'Europa unita. Timidamente, un mio compagno di viaggio fece notare che la Svizzera, con la Comunità Europea, non c'entrava niente, ma fu tacitato da un'alzata di spalle con la quale, in buona sostanza, si disconosceva ai nostri vicini di casa lo stesso status di nazione sovrana.
Arrivati a Chiasso fummo incolonnati sulla banchina. Ben presto mi ritrovai isolato, smarrito, confuso, con la mia borsa del pallone che a poco a poco si trasfigurava in una valigia di cartone. Interrogato serratamente, per circa due ore mi affannai a descrivermi come un individuo innocuo. Discreto. Quasi anonimo. Praticamente, uno svizzero. Il gendarme, di fronte a me, aggrottò la fronte, inarcò un sopracciglio e, alla fine, si lasciò andare ad un sorriso. Fu in quel momento, penso, che il mio rapporto con la Svizzera si rovesciò. Da paese neutrale e sostanzialmente inutile, che - come diceva Orson Welles - si era limitato a inventare uno stupido orologio che ogni ora faceva cucù, diventò una energia tangibile che non solo parteggiava per me, ma si rendeva utile alla causa con una partecipazione degna di un compatriota. Furono i militari italiani, del resto, che crearono a quel punto un sacco di complicazioni. "Vergogna!", s'infervorarono puntando l'indice contro i colleghi svizzeri. E poi, con un marcato accento meridionale, rovesciarono ogni stereotipo rimproverandoli di non essere ligi alle regole. Di comportarsi con lassismo. Di fare, insomma, gli italiani.
Gli svizzeri, intanto, strizzavano l'occhio, come a dire di chiuderne uno anche loro. Si vede benissimo che è un bravo ragazzo, sembravano dire. Alla fine, con una specie di salvacondotto valido per tre giorni e non oltre Lugano, mi lasciarono passare.
La partita, contro una squadra di appassionati librai e bibliofili della zona, la perdemmo di misura. Quello invece conseguito con larghezza, fu il successo della loro meravigliosa ospitalità: fiumi di birra, conversazioni brillanti, e nell'aria l'odore conciliante (e libero di espandersi) della sopraffina marijuana ticinese. Hai capito, gli Svizzeri!
Da quella volta, il rossocrociato è diventato per me un simbolo irriverente e libertino, ben più esotico della bandiera del Togo o del Trinidad&Tobago. Vuoi mettere, in questi tempi privi di mistero, con Drogba che gioca nel quartiere londinese più altolocato, Roberto Carlos a fare il surfista un po' fanatico negli spot della Nike e l'Australia, con Grella e Bresciano, che anziché i canguri evoca il Tardini, tifare per un'ala che di nome fa Barnetta Tranquillo?
Senderos, Gygax, Diego Benaglio e Mauro Lustrinelli: ecco la nuova frontiera del pittoresco, in questo calcio che ha reso uno spento folklore anche i suoni e i colori più lontani.
Svizzera- Italia nei quarti di finale. Dopo il due a zero, speculare e quasi contemporaneo, ai cechi e alla Corea, è molto più di una possibilità. Così come, per le autorità svizzera, è più di una possibilità l'ipotesi che io ancora stia vagando intorno a Bellinzona, dal momento che al ritorno, accompagnato da un automobilista frettoloso, il giorno dopo dimenticai di restituire il mio lasciapassare. In un certo senso - per loro, ma anche per una piccola parte del mio cuore - io sono ancora in Svizzera.