I mondiali 2006 visti dalla Nazionale Scrittori (sponsored by Sky Sport)

SVEZIA PARAGUAY 1-0

La partita della vita
di Valerio Aiolli

Ci sono certi tipi di partite, in campo come nella vita, che le vinci solo se ti riesce il colpo di genio, il cambio di marcia, la soluzione imprevista  a cui nessuno aveva pensato. Il rovesciamento di prospettiva che dà tutto un altro sapore a un romanzo fino a quel momento noiosetto. O Paolo Rossi che si rimette a segnare a raffica dopo due anni di stop e ci fa vincere il mondiale. Imprevisti che ti fanno saltare sulla sedia, insomma. Che ti fanno essere anche solo per un momento ciò che non sei mai stato. E ci sono altri tipi di partite, invece, che le vinci solo se non molli, solo se continui a credere in te stesso fino allo sfinimento, solo se conosci così bene i tuoi limiti che li accetti e li fai diventare un punto di forza. Prendete la Svezia e il Paraguay, per esempio. Una partita che te la potevi disegnare tutta precisa prima ancora che iniziasse. La Svezia con quei lanci lunghi in verticale, o con i traversoni dalle fasce. Il Paraguay con quei tocchi rasoterra così lenti che la lentezza si trasmette anche agli avversari, se non stanno attenti. E nel primo tempo proprio questo accade, e quei lanci e quella lentezza si elidono a vicenda, e tu pensi che se una delle due squadre vuole vincerla, questa partita, dovrà tirare fuori dal cilindro un colpo a sorpresa, magari una magia di Ibrahimovic, o una giocata di Santa Cruz. Ma Ibrahimovic non rientra in campo dopo l’intervallo, e Santa Cruz viene sostituito a metà del secondo tempo. Nessuna magia è più possibile, quindi. E allora? E allora succede che una delle due squadre, la Svezia, continua a credere dannatamente in se stessa. Continua a fare i lanci lunghi, i traversoni dalle fasce. Come se i minuti non passassero, come se le energie fossero quelle di inizio partita. E l’altra invece, il Paraguay, decide che il modo di stare in campo fino a quel momento, la propria identità, non va più bene. Va cambiata. Abbrevia la ragnatela dei passaggi lenti e appena si affaccia ai trentacinque metri scocca improbabili tiri al bersaglio senza beccarlo mai, il bersaglio. Smette, in una parola, di credere in se stessa. A volte funziona. A volte è un imbozzolarsi per uscire più vivi e più leggeri incontro a una nuova vita. Ma a volte no. E la Svezia intanto lì, furiosa e sempre più stanca, a martellare. A sbattere nei propri limiti e a rialzarsi ogni volta come un pugile che non vuol mollare.

La cosa più difficile, nel calcio come nella vita, è capire quale tipo di partita stai giocando. Se una di quelle in cui conviene essere fedeli a se stessi o una di quelle in cui paga cambiare il proprio io. Spesso quando lo capisci è troppo tardi. Hai già vinto, come la Svezia ieri sera. O torni a casa, come il Paraguay.