La mia winter marathon
(annuario Bmw, 2008)

Freddo. Ghiaccio. Neve. E una notte intera a rincorrere il tempo, lungo i tornanti d'asfalto che accarezzano le Dolomiti. Questo mi aspettavo, secondo le indicazioni della “casa madre”. E invece.
Vento caldo, ad accompagnare un sole primaverile fin dentro la notte morbida e stellata. In mezzo al bianco sporco della neve che resiste, stinge e scioglie, macchiando il verde dei prati. Questo è quello che trovo all'ombra delle sagome scure delle montagne, loro sì imperterrite e però pure stupefatte.
Perché questo, più che un appuntamento nel segno di un meteo impazzito, sorprendente e intanto stupefacente, è una gara. Più che un ritrovo casuale con la stranezza del caldo in alta quota è – anzi,  dovrebbe essere - una missione. Almeno per me. Avvisato e preparato (briefato mi rifiuto di dirlo e scriverlo, almeno in prima battuta) per un'inedita intervista con Kristian Ghedina. Uno che ha dedicato vent'anni della sua vita alla velocità. Prima sugli sci, poi in auto. Per l'occasione, lui pilota e io navigatore. Lui intervistato e io intervistatore.
Ecco spiegato il bizzarro equipaggio punzonato con il numero... Adesivi da stampigliare sulle fiancate e sul cofano della BMW .... Roba d'epoca, ma anche motore da competizione. Basta sentirne lo spiazzante ruggito. Nonostante le condizioni di apparente casualità, richiede rispetto. Ci mette in riga, con la storia e con la potenza. Bastano gli sguardi che circondano noi, con lei. Il resto non conta più. Nemmeno il contesto. Spiazzante. Un po' per l'eccentrico clima che sbugiarda il nome stesso della manifestazione. Anzi, competizione. Winter Marathon. Gara di “regolarità”, oltretutto prestigiosa. Scopriamo tutto insieme ai pregi – tanti, originali, stilosi, possenti, comunque d'epoca -  e ai difetti – pochi, essenziali, stilosi anch'essi e intanto legati al fascino vintage che chi potrebbe mai davvero lagnarsene – e partiamo alla pari.
Sì. perché sulla strada principale, quella dello struscio in doposci e dei negozi di montagna con commesse da boutique, bellezza inclusa e distrazione al momento del conto, in quel budello d'asfalto ricoperto di neve e di attenzioni turistiche all'ultimo sole di giornata, insomma proprio qui io e “Ghedo” - come tutti chiamano da queste parti l'ex campione italiano noto ai più per il misto di coraggio-incoscienza-follia con cui per anni si è tirato giù dalle verticali di neve e ghiaccio di coppe-del-mondo-olimpiadi-mondiali vincendo forse meno di quanto meritasse, ma intanto meritando un'aderenza totale e assoluta tra il suo nome-cognome e la discesa-libera, specialità non propriamente popolare e comunque a rischio – insomma io e lui scopriamo di essere un vero equipaggio. Entrambi a digiuno di conoscenza dell'essenza di questa gara. Di regolarità. Sensibilità cronometrica? Guida controllata? Se non fosse per l'intervista, la parola data e la gentilezza di chi ci ha finora accudito, introdotto e sopportata, saremmo già lontano da qui. Entrambi. E invece.
Non c'è problema. Sorrisi, battute, risate, silenzi, assensi. Si fa, anzi si va. 
Tra le macchine d'epoca in lista di partenza che intasano la via principale di Madonna di Campiglio ci siamo anche noi due. Ho incontrato per la prima volta Kristian alla reception dell'albergo. Poche ore fa. A poche centinaia di metri dal qui. Ovvero, dalla partenza. Io, sveglio dopo una manciata di ore di sonno concesse dal blitz di viaggio notturno: milano, autostrada, luna piena, statale del Garda, vento e poco traffico in cui sciogliere le telefonate e la sorpresa per essere stato mobilitato il pomeriggio stesso, “C'è da intervistare Ghedina”, era stata la prima frase del direttore di GQ. “Ma è anche una gara, senti quelli della Bmw che ti spiegano quando partire e come incontrarlo”, detto, fatto. Lui invece, fresco e riposato, almeno così sembra, reduce da una visita ai suoi stilisti altoatesini di riferimento, gente di Bolzano e, verrebbe da dire, si vede, completo giacchetta-pantaloni-alla-zuava-scarponi-cappello, che fa tanto alto-adige e rivela però l'inadeguatezza  climatica. Pari anche in questo, ché dietro al “completo” sonno arretrato,  occhiali da sole, maglione, berretto di lana, domande e curiosità professionali, c'è soprattutto l'ammissione di non aver “mai fatto niente del genere”.
A rimediare, ci pensa un signore gentile. Puntuale nei gesti - come poi scoprirò pure nella guida - questa specie di baronetto inglese con nome da tennista e domicilio nell'albergo più nobile della via centrale di Madonna di Campiglio, prova e riesce a istruirmi in minuti-dieci sull'utilizzo dell'aggeggio che segna il tempo e fissa il ritmo delle prove speciali. Dentro e fuori la nostra Bmw. Ché io e Ghedo non lo sappiamo ancora, ma qui – come ripete Sir Cané - contano più precisione, esattezza e calcolo che non potenza, velocità e irruenza.
Tempo chilometri cinque e capiamo finalmente di essere la coppia sbagliata nel posto sbagliato. Intrusi da Settimana Enigmistica. Fuori luogo come il calore del sole che il vento spinge tra le vallate che attraversa questo pedante serpentone di auto tanto fuori moda quanto sono esatti i giri dei loro motori. Bizzarrie e stranezze comprese. Ma non ho tempo di annotare facce, numeri e stranezze, che qui è come se dovessimo scendere una pista da bob con l'attenzione di una coppia di ballerini, piuttosto che affrontare un vertiginoso percorso stradale di montaga con calcoli da ragionieri. Noi che, tempo cinque-chilometri avevamo capito di essere diversi e intanto uguali, almeno nella vorace e veloce voglia di divorare notti, chilometri, piste e articoli, ci inoltriamo ridendo e sgasando, rispettosi e fieri del mezzo con cui scattiamo alla partenza, tra la fine del pomeriggio e le curiosità plaudenti della piccola-folla ai lati della via, curiosità e passione che senza dircelo ci chiediamo possa durare fino all'arrivo previsto per l'inizio del giorno successivo quando tutta Madonna di Campiglio sarà buia o quasi, finalmente invasa dal freddo con i bicchieri di vin brulée e gli inviti in discoteca al posto degli applausi, dopo l'arrivo. In mezzo, succede tutto e niente. Che qui provo a riassumere in dettagli, episodi, aggettivi, soggetti, verbi e pure avverbi. Ovviamente alimentati a benzina, come quella dovuta alla nostra Bmw nel distributore di ..., dove pure il sorriso e il rispetto del pubblico e degli altri partecipanti ci hanno aperto un varco. In mezzo, appunto: problemi di coordinazione tra il sottoscritto, l'aggeggio programmato-spiegato da Sir Cané e la guida istintiva del Ghedo. Comprensione della mappa, oltre che del miscuglio di italiano-ladino-ricordi-risposte-tonialtiebassi-risate-e-sorrisi dello stesso, invitato a trasformarsi – un po' per accordo preso e molto per reciproca curiosità - in discesista-pazzo-di-un-tempo, ora pilota-non meno-folle intervistato.
Fin-dentro-i-cazzi-suoi.
Senso della competizione alimentato dai nostri scarsi risultati alle prime prove “di precisione” e dall'orgoglio competitivo che accomuna intervistato e intervistatore.
Corte serrata e mediata dalla spiegazione sul funzionamento dei cronometri, oltre che dal prestito di aggeggio di precisione, da parte dell'equipaggio ..., due simpaticissime signore che nonostante il nostro snobismo maschile scopriremo davanti a noi nella classifica finale.
Fuga calcolata tramite mappa e sguardi d'intesa, tagliando il percorso per visitare l'albergo-rifugio dove “Ghedo” veniva a rintanarsi ed allenarsi sfidando i divieti della Federazione Sci una decina (?) d'anni fa. Brindisi con grappa locale, abbracci ai gestori-amici-di-Ghedo, foto-ricordo con comitiva di emiliani e sgommata sul piazzale.
Confidenze sui tornanti dove “Ghedo” scatena se stesso al volante e alle risposte, mentre io incalzo aggrappato al sedile, per una volta liberi dalla schiavitù della mappa che lui, “Ghedo” appunto, potrebbe percorrere a occhi chiusi. O almeno questo è quanto sostiene, mentre inseguiamo il resto della carovana.
Brindisi al pub di Selva Gardena con l'ex portiere della locale squadra di hockey, parole in libertà e gara lontana decine di chilometri, tocca a “Ghedo” riconoscere il momento in cui posare i bocacli e inseguire la Winter Marathon scoprendo l'estetica notturna delle valli che attraversiamo a folle velocità.
L'urlo di soddisfazione che invade l'abitacolo della BMW quando pensiamo di aver finalmente azzeccato il rispetto centesimale, se non millesimale, del tempo previsto per l'ennesima prova.
Il testa coda esibito da “Ghedo” nel prato adiacente al tratto di strada invaso dalla coda di macchine in attesa del cronometro. Manca poco all'alba e, con tutto il rispetto, di questa Winter Marathon senza neve, ghiaccio e freddo, non ne possiamo più.
L'abbraccio finale, interrotto dai saluti alla coppia di signore-tanto-gentili-con-noi. Quando abbiamo scoperto che ci importava anche del nostro eventualmente dignitoso piazzamento in classifica.

ps – l'intervista, ottima, è stata pubblicata nel numero di marzo 2007 di GQ.

 

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