SOCRATES, il “dottore”
(GQ, aprile 2003)

«No, non mi piace davvero più il futebol». Scuote la testa e ordina un’altra birra, il cinquantenne Socrates (alias Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira) seduto in un bar di Riberao Preto, la città a nord di San Paolo dove vive e lavora, «come ricercatore nell’ambito della medicina sportiva, ma faccio anche l’opinionista per giornali e televisioni». È sempre e comunque il dottore, certo non più magrao, come lo chiamavano vent’anni (e altrettanti chili) fa, quando la sapienza tecnica e tattica che dispensava in campo gli valse un altro soprannome: il tacco di Dio. Ma oggi, più che allora, polemizza con il mondo «malato e corrotto» del pallone.
Abuso di farmaci
Socrates, parliamo di doping?
«Ok, ma va chiarito che c’è un’ipocrisia di fondo: la ricerca sul doping è sempre più avanti dei controlli che dovrebbero contrastarlo. In altre parole: si investe più denaro nel doping che nell’antidoping».
Nessuna prospettiva, dunque?
«Credo che in futuro la vicenda potrà essere risolta solo liberalizzando il doping e mettendo gli atleti al corrente dei rischi che corrono».
E nel calcio?
«L’introduzione del nandrolone e  dell’epo ha accompagnato il declino tecnico del gioco, che ormai si basa quasi solo sulla forza fisica. Basta aver guardato un po’ di partite negli ultimi dieci anni per rendersene conto».
Può farci degli esempi?
«Parliamo di Ronaldo, allora: vi ricordate quanto era magro il ragazzo quando venne a giocare in Europa (1994, PSV Eindhoven, ndr)? Il suo sviluppo muscolare successivo è stato impressionante, per non dire sospetto».
Non fu certo l’unico...
«Infatti. Il problema di molti calciatori oggi è l’eccessiva rapidità con cui potenziano la loro struttura muscolare. Il processo di adattamento di tendini e legamenti è in realtà molto più lento. Così si spiega la natura di un certo tipo di infortuni, sempre più frequenti».
Cosa pensa del malore che colpì Ronaldo alla vigilia della finale del Mondiale ’98 in Francia?
«Secondo me fu provocato dall’eccessiva assunzione di un derivato dell’acido fenilacetico, il dicoflenac. Un antiinfiammatorio, insomma. Totalmente legale. Ma la crisi epilettica rientra nei possibili effetti collaterali di quel tipo di farmaco, se assunto in dosi massicce».
Perché i calciatori abuserebbero di farmaci del genere?
«Per giocare anche se infortunati, per lenire il dolore causato dalle frequenti infiammazioni a tendini e legamenti...».
Ai tempi di Socrates giocatore, esisteva il doping?
«Sì, ma il giro d’affari intorno al calcio non era ancora così grande e il fenomeno era limitato. In Brasile giravano un po’ di amfetamine, ma quella è roba che funziona più per i velocisti che per i calciatori».
E in Italia?
«No, da voi ricordo che c’erano altri problemi, ben più grandi…».
Cioè?
«Si vendevano le partite».
Partite vendute?
Si riferisce alla stagione (’84-’85) in cui giocò con la Fiorentina?
«Esatto. Ricordo che, verso la fine del campionato, negli spogliatoi si parlava di partite da pareggiare. A me però nessuno diceva niente: così, quando la situazione mi sembrava “strana” chiedevo di uscire dal campo e tornavo a casa. Perché a volte il gioco poteva anche sembrare normale, ma in realtà non ci si avvicinava mai alla porta».
Quella fu un’annata storta per lei e per la squadra viola: si parlò molto di rivalità interne.
«Come quella tra me e Pecci? In tutto il campionato riuscì a non passarmi mai il pallone. La squadra era spaccata, credo per motivi di corna. Così non si poteva andare lontano...». Ma si diceva anche che Socrates  preferisse bere e fumare più che allenarsi…
«Ho sempre fumato, pur sapendo che fa male, così come amo bere birra. Oggi come allora. Ma il calcio è uno sport collettivo e non serve che tutti corrano. Ci sono quelli che corrono e quelli che pensano. Io non sono mai stato un atleta e non avrei certo potuto praticare l’atletica o altri sport individuali. Ma nel calcio il mio non essere atleta era possibile. E poi a Firenze mi allenavo anche da solo, perché non mi bastava quello che facevo con gli altri».
Che cosa non funzionò, allora?
«Non avevo mai provato il freddo del vostro inverno. Fu uno shock! E poi ero triste, mi mancava la libertà e soprattutto il Brasile».
Pallone e politica
Vent’anni dopo il Presidente Lula la vorrebbe al governo: è vero?
«Siamo amici, compagni, e lo sostengo da molto tempo. Ho partecipato al gruppo di lavoro che lo scorso anno ha dedicato allo sport. Ma  sono altre le priorità e per accettare un incarico vorrei poter agire».
Come?
«In Brasile il 40% della popolazione vive in povertà: il calcio è occasione di riscatto sociale, ma pochissimi sfondano e tutti gli altri rimangono così dei poveri ignoranti. Vorrei cambiare la legge e obbligare le società a far studiare i giovani calciatori almeno fino al diploma. Questa è l’unica strada...».
Perché i calciatori non si espongono e tacciono sul doping?
«Anche qui il problema è l’ignoranza. Il calcio è diventato un’industria che produce ricchezza e crea personaggi senza spirito combattivo. I giocatori non vogliono rinunciare ai privilegi di cui godono. Sono pochi  e controllabili, quelli che avrebbero il potere di cambiare qualcosa».
Ma nel calcio fa paura chi pensa con la propria testa?
«Certo. E poi, pensateci: questa è l’unica industria in cui il salariato ha più potere del suo padrone. La ribellione non è ammessa».
Come nel caso di Maradona?
«No, penso che lui si sia fregato da solo. Un po’ come Garrincha».
Si riferisce ai loro vizi diventati dipendenze?
«No, il problema vero si presenta quando non riesci più a capire la differenza tra persona e personaggio. Sei famoso e tutto è al servizio del personaggio, ma non della persona. Quando pensi di essere davvero il personaggio che rappresenti e vivi così, allora sei fottuto».
Ma il calcio è davvero una questione politica e sociale?
«Sì, può essere un mezzo molto potente. In Brasile, come in Italia, è fin troppo importante. Anzi, da voi credo che la strumentalizzazione politica del calcio sia ancora maggiore: basta vedere quello che è riuscito a fare il signor Berlusconi…».

 

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