IL CALCIO SECONDO ST.PAULI
(GQ, settembre 2005)

Una storia così nel nostro calcio non la trovi. Purtroppo. Perché in Italia si gioca (forse) meglio, ma con il pallone non ci si diverte (più) come in questo vecchio stadio malandato nel  mezzo del quartiere di Amburgo che sta tra il porto e Reeperbahn, dove si incrociano le vie a luci rosse dei bar e dei sex shop, con i teatri e pure le prostitute in vetrina. «Ogni partita del Sankt Pauli è un evento e una festa, indipendentemente dal risultato finale», commenta Corny Littmann, presidente eletto dall’assemblea dei soci del club nel 2002, ma anche noto attore, regista e imprenditore teatrale, gay dichiarato. «Nel quartiere vivono 20.000 persone, tante quante ce ne stanno allo stadio, che è quasi sempre pieno». Anche nella Nordersliga (equivalente della nostra C1) in cui si ritrova da un paio di stagioni il Sankt Pauli. «Solo in Bundesliga ci sono squadre con un pubblico più numeroso». Qui la media è di 16.000 presenze (con oltre 10.000 abbonati): giovani alternativi, artisti, squatter e prostitute, immigrati turchi (e italiani), storici abitanti del quartiere che affollano le gradinate del Millerntorn, incastrato tra un luna park e quell’inquietante bunker di cemento, costruzione destinata alla difesa antiaerea durante la Seconda guerra mondiale.
Rock’n’roll football
«Nessuno conosce il motivo per cui i fondatori del club scelsero questi colori, ma a noi piacciono, contribuiscono a renderci unici», se la ride  il team manager Christof Hawerkamp, circondato dai giocatori vestiti di bianco e marrone, impegnati nel riscaldamento prepartita. Veterani e giovani di belle speranze («squadra rivoluzionata quest’anno, per centrare la promozione») che fanno il loro ingresso in campo accompagnati da Hell’s Bells degli AC/DC, diffusa a pieno volume nello stadio. Colonna sonora epica e metallica per la squadra più scanzonata d’Europa, che poi è la seconda per importanza della città (la prima è l’HSV, celebre in Italia per aver tolto la Coppa dei Campioni alla Juventus nel 1983, con gol di Magath). «Ma il Sankt Pauli è un’altra cosa: rappresenta un sentimento, oltre che un quartiere e un modo di essere e di intendere il calcio», prova a spiegarci Fabio Morena, capitano e difensore di origini italiane. «Da giocatore capisci subito che questa è una squadra speciale». Non soltanto perché i disoccupati hanno diritto a biglietti scontati del 50% (i prezzi sono comunque popolari: 6 euro per le curve, 9 per i distinti e 44 per la tribuna) e i tifosi incitano la squadra, ma non contestano i giocatori e se la prendono con gli avversari soltanto per motivi politici, difendendo quella tradizione libertaria e di sinistra che appartiene al quartiere (dai tempi dei portuali a quelli delle case occupate) e nel rispetto della norma, decisa insieme ai vertici del club 17 anni fa, che «non tollera gesti, scritte e cori razzisti o fascisti». Dove lo trovi, in Europa, un altro club capace di recuperare i 2 milioni di euro necessari a evitare il fallimento  (nel 2003) grazie a una colletta tra i tifosi che coinvolse tutti, dal sindaco della città ai baristi (che imposero un sovrapprezzo di 50 cents per ogni birra) alle prostitute di Reeperbahn (con un extra da 5 euro)? Come se non bastasse, quest’anno al Sankt Pauli si sono inventati gli abbonamenti «a vita» e ne hanno già venduti 500: spendi un paio di migliaia di euro e puoi sceglierti il posto, ma anche cambiarlo in futuro, passando magari dalla gradinata alla tribuna...

Giovani ribelli
Idoli tra i giocatori qui non ce ne sono, almeno non nel senso dei “bobovieri” di casa nostra e nemmeno ai tempi della Bundesliga, quando qualche talento in squadra pure c’era, ma il più amato era quel pazzo di Volker Jppig: di giorno portiere e di sera squatter in Hafenstrasse, dove viveva insieme ai suoi stessi tifosi. E la violenza? «Problemi grossi non ce ne sono mai stati, certo non andiamo d’accordo con le tifoserie filonaziste», commenta Sven Brux, che dalle gradinate è passato al ruolo di responsabile della security, incaricato di mediare con la polizia e garantire la correttezza sugli spalti. «Non ci siamo mai tirati indietro e abbiamo sempre difeso il nostro quartiere e le nostre gradinate». Lì dove ogni azione della squadra è sottolineata da cori spontanei e sventolii di vessilli neri con il teschio e le tibie incrociate in bianco. «La bandiera pirata è da più di dieci anni il nostro simbolo», sottolinea Hawerkamp indicando il pullman della squadra parcheggiato nell’antistadio: nero integrale e teschi sulle fiancate. «Perché al Sankt Pauli il marketing si fa così, elaborando idee spontanee e strategie che rispettino la volontà dei tifosi». Capita allora che venga rifiutata la sponsorizzazione della Shell o l’offerta di acquisto degli emissari di Bill Gates. Oppure che si approvi in massa la scelta di Cuba come sede del ritiro durante la pausa invernale del campionato tedesco, piuttosto che le ambientazioni delle foto ufficiali: davanti al carcere di Amburgo (slogan: «A vita con il nostro club») e in chiesa («Lunga vita al St. Pauli»). «Ma ora guardiamo al futuro, che appartiene ai nostri giovani ribelli», anticipa Hawerkamp, snocciolando i dati delle squadre giovanili a cui è stato dato il nome di Young Rebels. Più delle parole può il pallone, come quello che rotola alle spalle del portiere avversario e allora gli altoparlanti diffondono le note di Song 2 dei Blur, tutti cantano e saltano perché qui si fa festa anche se poi invece di vincere si pareggia o si perde. A partita finita, i giocatori fanno il rituale giro di campo per salutare amici e tifosi rimasti sugli spalti. Poi tutti a festeggiare al pub, come fosse il “terzo tempo” del rugby. E invece è soltanto un esempio speciale di come può essere divertente il calcio.

 

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