1° capitolo:

1.
TORINO TOWN

Da bambino mi piaceva buttarmi per terra. Forse era il segno di quella che amo chiamare la vocazione del portiere. Non calciatore, portiere. Perché giocare in porta è tutta un’altra storia. Le squadre di calcio sono composte da dieci giocatori più uno. E quell’uno in più è il portiere: l’opposto, non soltanto per una faccenda di ruolo, rispetto all’attaccante. Chi gioca in attacco pensa soltanto a fare gol, in campo deve essere egoista e impara presto a diventarlo anche fuori. Personalmente li ho sempre odiati un po’ gli attaccanti: sono quelli che guadagnano di più e si allenano di meno, al primo acciacco si fermano e se non segnano è colpa di chi non gli passa bene la palla, non loro. Il portiere invece all’allenamento arriva per primo e se ne va per ultimo, sposta le porte sul campo, aiuta a raccogliere i palloni e a gonfiarli.
Ma, se le cose vanno male, spesso è quello che si prende le colpe degli altri.
Giocare in porta significa sacrificio e solitudine, lo sanno tutti. Però solo chi ha provato riesce a capirlo fino in fondo. Per il portiere il gol è la parata, il gesto con cui impedire la rete avversaria. Roba che magari arriva dopo decine e decine di minuti trascorsi in perfetta solitudine, gli altri che giocano insieme e pure contro, mentre tu rimani lì solo con i tuoi pensieri. Tra un palo e l’altro.

Un tempo lontano vent’anni almeno, i miei pali erano fatti di maglioni e giubbotti ammucchiati e io mi ritrovavo a buttarmi per terra lì nel mezzo, cercando di parare i tiri di mio padre. Succedeva ogni sabato mattina in quell’enorme spazio verde compreso tra le caserme degli alpini e il Comunale. Il mio personalissimo stadio stava lì, a due passi da quello vero. Ma poteva anche essere il balcone, l’ingresso di casa e tutto il resto del pavimento disponibile, il marciapiede, la strada, il letto e pure i tappeti dove i bambini riproducono gesti che stanno a metà tra gioco e sogno.
Questo valeva anche per me, che crescevo nella Torino grigia, forte, imponente e anche violenta degli anni Settanta. Ma che ne sapevo io, volevo soltanto andare a giocare nei giardini di piazza d’Armi, dove mamma mi accompagnava ogni pomeriggio e il pallone se non lo portavo io ce l’aveva qualche altro bambino. Sicuro.
Al sabato mattina toccava a  papà calciare il pallone con me e mio fratello in quello spicchio verde di una città che mi sembrava enorme e intanto stava racchiusa tra poche centinaia di metri: il cavalcavia che supera la ferrovia e punta verso la collina, l’inizio della sfilata panoramica delle fabbriche Fiat lungo il viale a grande scorrimento diretto a Stupinigi. Erano questi i confini della mia personalissima Torino, una piccola città dentro la grande città che oltre ai giardini poteva contare su due stadi veri e grandi. Oltre al Comunale come era stato rinominato nel dopoguerra l'impianto costruito durante il fascismo, torre di Maratona compresa, a una distanza dal portone di casa che avrei misurato in venti passi, non appena sarei diventato un più grande, c’era ifatti il Filadelfia. Lo stadio del Grande Torino. Ma questa è un’altra piccola e importante storia di quegli anni, che racconterò più avanti. A tredici anni la mia città si era già ingrandita, grazie alle passeggiate nei parchi e alle visite dei musei con mamma, papà e mio fratello Alessandro, ma anche con le prime sortite in autonomia. Direzione piazza Castello e via Roma. Il centro di Torino.

Non giocavo più ai giardini, quando chiesi e ottenni di smettere di fare il terzino sinistro. Ero già piuttosto grande e sul prato dimostravo una grinta che non poteva più essere contenuta sul pavimento di casa: ecco perché mi avevano messo a difendere, contrastare e  spingere sulla fascia mancina, subito dopo l’iscrizione ai Pulcini della Sisport Fiat. Campo ragionevolmente vicino a casa e presenza costante di mio padre: era lui ad accompagnarmi e aiutarmi, anche quando si trattò di ottenere il nulla osta per passare alla KL, squadretta che si allenava sui campi al fondo di via Passo Buole. Quasi al confine della mia città, dove oltre agli spogliatoi e alle righe tracciate con la polvere di gesso come nelle partite dei grandi, c'era un allenatore disposto a farmi provare a stare in porta. Finalmente.
Un tempo da terzino e un tempo tra i pali, il patto rimase valido per tutto il campionato. Categoria Esordienti. Non c’era giorno di scuola, festa con gli amici, gita di famiglia che potessero valere un allenamento. Meglio se sotto la pioggia. Più c’era fango in cui buttarmi per parare e più ero felice. Sullo sterrato della KL, come su quello del Mirafiori, squadra con cui giocai successivamente, prima di accettare l’invito a trasferirmi in una società più organizzata, ma definitivamente oltre confine.
Oltre Torino, Orbassano. Cittadina della prima cintura, così si dice. Un po' periferia dormitorio e un po’ paese di emigranti, per spiegarci. Piazza, bar, chiesa, qualche negozio e tanti palazzoni malfamati. Periferia della periferia, insomma. Ma per me 
Orbassano era semplicemente il campo dove allenarmi e provare a diventare un  portiere vero, tanto ormai nessuno provava più a schierarmi terzino sinistro. Mamma mi accompagnava ogni pomeriggio, perché in pullman c’avrei messo una vita e il motorino non ce l’avevo; lei all'epoca lavorava in ospedale come fisioterapista e   ripeteva come un mantra: “ di ragazzi ammazzati o rovinati dagli incidenti ne vedo già abbastanza”. Alla sera le dava il cambio papà, ingegnere impiegato nel settore delle telecomunicazioni al San Paolo: da ragazzo non aveva giocato un granché a pallone, preferendo le partite immaginarie con le facce dei calciatori sui tappini schierati sul tappeto di casa. Almeno così raccontava. A me piaceva pensare che fosse per quella mancanza di calci dati al pallone quando aveva la mia età che mi sosteneva e aiutava tanto. Un amore di padre, comunque. Duro soltanto se andavo male a scuola. Ma non faceva mai pesare il fatto di venire a prendermi ogni sera a Orbassano quando finivo l’allenamento. Sulla strada del ritorno la nostra auto sfrecciava veloce sotto le luci gialle dei lampioni che illuminano la strada attraverso l'area industriale, capannoni grigi e manifesti pubblicitari di quelli giganti, in serie, fino al cartello di ingresso in città: Torino. Lui guidava e io divoravo la cena preparata e tenuta in caldo nel “baracchino”. Polenta oppure pasta, con carne. A me sembrava tutto buonissimo.

Anche la camera che dividevo con mio fratello non avrebbe potuto essere più bella.  Alessandro, anzi Ale, perché è così che lo chiamo, da allora, così diverso e intanto simile a me, già pensava al basket che gli avrebbe riempito la vita. A me invece bastava il poster a grandezza naturale di Walter Zenga attaccato al muro, dove misuravo i miei progressi in centimetri. Tacche a crescere e un sogno da portiere con cui andare a dormire. Ogni sera.
Zenga mi piaceva perché era matto, o faceva il matto, non lo sapevo ma nemmeno mi importava se ci fosse una differenza, semplicemente  pensavo che avrei voluto somigliargli davvero, appena l'avessi potuto guardare negli occhi. Attaccato a quel muro. In attesa di diventare alto come lui provavo almeno a  essergli simile nell'abbigliamento. Tecnico. La “sua” maglia – marca uhlsport nera con la banda rosa - le “sue” scarpe - diadora con la striscia verde - e il “suo” berretto - nero con la visiera. Tutta roba da campione d’Italia, perché quel matto vero o presunto che parava da Dio aveva appena vinto lo scudetto con l’Inter. E su questo non c'erano dubbi. Così come sul fatto che tutta quella roba da campione d'Italia mia madre cercava di comprarla nei negozi di articoli sportivi che offrivano gli sconti migliori. La società per cui giocavo mi dava un “buono”, poi però toccava metterci la differenza. E in casa nostra si stava bene, non mancava nulla, ma nemmeno si buttavano via i soldi. I guanti di Zenga, per esempio: costavano troppo, allora me ne compravano altri, più economici, avevo imparato a lavarli bene sotto la doccia, ad asciugarli e metterli in borsa separati da un pezzo di domopak, così non si attaccavano tra loro e duravano di più. Delle scarpe con i tacchetti invece si occupava il calzolaio vicino casa, toccava a lui rifare le punte, riparare e ricucire le suole. Un calzolaio speciale, da cui non ho mai smesso di andare. Mamma gli portava le scarpe a cui rifare i tacchi, io me le facevo rattoppare. Era e rimane un punto di riferimento della mia città chiamata Torino che stava diventando grande, come  del mio modo di vivere il calcio che stava diventando vero. La bottega di Gianni, con la foto ingiallita del Grande Torino appesa sul muro, si affaccia su via Filadelfia, sì proprio davanti al Tempio.

(capitolo pubblicato anche su Il Romanista - 03.01.2009)

 

Torna alla pagina di Marco Mathieu