CURRE CURRE GUAGLIO’
(VITA, MORTE E MIRACOLI IN SERIE C)
(GQ, marzo 2004)


Mancano pochi minuti alle quattro del pomeriggio di una domenica speciale. Nello stadio di Palma Campania, comune di 12mila anime del Napoletano, è appena iniziato il secondo tempo dell’atteso derby Palmese-Cavese. Il risultato è bloccato sullo 0-0. A poche centinaia di metri, dalla chiesa sta partendo l’annuale (e attesissima) processione di San Biagio. Protettore del paese e della squadra. Sugli spalti quasi tremila spettatori seguono, con il fiato sospeso, la punizione fischiata in favore dei padroni di casa, all’altezza della tre quarti campo.
Nelle strade invece, centinaia di fedeli (diventeranno migliaia dopo la fine della partita) seguono lentamente l’immagine del santo. Quattro anni fa, ultima volta in cui i due eventi hanno occupato lo stesso pomeriggio, San Biagio fu condotto fin dentro lo stadio. La Palmese, che perdeva 1-0, rimontò  e vinse. Ma questa volta non ce n’è bisogno. Il numero 7 rossonero, Ramora, batte la punizione: traversone teso, su cui  a centro area si avventa di testa il bomber Romano. Palla in rete, tifosi in delirio. Il santo? Ovviamente, impassibile.
Questa è la storia di una squadra  che lotta ancora per vincere l’infernale girone C della C2. Nonostante  il sogno di grandezza che aveva attirato tante curiosità, invidie (e pure sospetti) sia finito. «L’estate scorsa, la Palmese stava per fallire», spiega il sindaco Carmine De Luca, rieletto in primavera anche grazie alla passione calcistica. «Mi presentarono questo Song, un ricco cinese con interessi a Napoli e Roma, che aveva un contratto con Maradona per lanciare una linea d’abbigliamento sportiva a lui intitolata». A Palma pensavano di aver trovato il loro Abramovich: società quindi rilevata da Song, che fa grandi acquisti e annuncia grandissimi progetti. Addirittura un Maradona Day, a novembre, con ritorno di Diego a Napoli, lancio della linea d’abbigliamento, concerto di Gigi D’Alessio allo stadio San Paolo. E presentazione in grande stile della Palmese, che intanto stava già “ammazzando” il campionato. Ah, dimenticavamo, Song voleva pure aprire un centro commerciale cinese a Palma. «Ma non seppe bussare alle porte giuste, a Napoli e non solo, per organizzare il Maradona Day, che avrebbe dato un senso finanziario al progetto...», sospira il sindaco nella piazza del paese, salutando i passanti con un cenno. E una carezza all’inseparabile Borsalino nero.
Nun tenimmo ‘na lira
«Gli stipendi non sono mai arrivati», ci rivelano i giocatori riuniti nello spogliatoio di Nola, pochi chilometri da Palma, dove si allenano ogni giorno. «E pure gli assegni che ci avevano dato, erano a vuoto». Già, perché in questa categoria (ma non solo) è consuetudine del calcio pagare “in nero” il 50, finanche il 60% degli ingaggi dei calciatori. E così i “nomi” importanti arrivati in estate (De Cesare dal Piacenza, Marra dall’Avellino, Caruso dal Napoli e il greco Sapanis dal Lanciano) se ne sono andati via appena hanno potuto. I calciatori rimasti, insieme ai pochi rinforzi giunti qui a gennaio, hanno rimediato accordi per la rateazione dei pagamenti (almeno parziali) con il gruppo dei vecchi dirigenti-proprietari tornati in sella alla società. Sindaco compreso. Insomma, a Palma e alla Palmese qualcosa è andato storto, molto storto. Solo così si spiega il tono terrorizzato con cui Zichai Song ci risponde al telefono. «No, nessuna intervista», ripete in un incerto italiano. «Venduto tutto, voglio andare via da Italia. Non fatemi parlare più di Palmese, ho famiglia... Basta. Dimenticare questa storia». Clic.
Chillo è ’o probblema...
Il “mister” si chiama Roberto Chiancone e ha 50 anni, dei quali più di 30 li ha trascorsi sui campi campani del calcio minore. Corporatura massiccia e pelata incipiente, posa il gessetto con cui ha tracciato schemi e diagrammi sulla lavagna accanto alla foto di Padre Pio. E si rivolge con sguardo severo ai giocatori seduti sulle panche dello spogliatoio. «Troppi di voi sono sovrappeso! Dovete fare attenzione al cibo e impegnarvi di più. Siete professionisti...». Pausa quasi teatrale, poi: «Anche se sono mesi che non vi pagano». Nessuno, tra i sedici uomini in calzoncini e maglietta rossonera, ha più voglia di sorridere. «Mancano quattordici partite alla fine del campionato, possiamo ancora farcela. Forza, ragazzi, andiamo». Chiancone sprona così i suoi giocatori, a digiuno di vittorie da quasi due mesi. Poi, tutti in campo tra erba, sabbia e pozzanghere, per preparare il match casalingo di domenica contro la Cavese. A Palma c’è grande attesa per la partita e si fatica a rinunciare ai sogni di gloria della breve era Song. «Se non vinciamo, qui scoppia un casino», garantisce con un sorriso minaccioso Salvatore, veterano dei tifosi rossoneri e gestore di uno dei loro ritrovi, il Bar Cioccio’s. A due passi c’è lo stadio Comunale, costruito proprio in mezzo al  paese, davanti al Palazzo Aragonese che è un po’ il vanto storico locale. «Siamo malati di calcio, quasi un terzo della popolazione va allo stadio, e in trasferta siamo almeno 400 ogni volta». Intorno a Salvatore, uomini e ragazzi di ogni età annuiscono, prima di mettersi a discutere sulla penuria di attaccanti a disposizione. «Chillo è ’o probblema do mister...», ripetono come un mantra. «A Palma si vive per tre cose», ci spiega ancora il sindaco De Luca davanti all’immancabile “café”. «San Biagio, il Carnevale e soprattutto la Palmese, che ci fa sognare!». Non resta che vincere...
Nascimmo n’ata vota
Al sabato pomeriggio, dopo la rifinitura sul campo di casa, la squadra va in ritiro. Come succede in serie A. E forse capita pure lì che durante il pranzo il massaggiatore passi a buttare un po’ di sale sulle spalle dei calciatori seduti a tavola. O forse no. «Sono scaramantico, anche se non ci credo», se la ride Chiancone dopo aver organizzato la divisione delle stanze che ospitano i ragazzi.  «Il calcio minore da queste parti è una storia dura. Insulti, minacce, gente che ti mostra la pistola: ho visto di tutto». Esibisce una delle sue pause, prima di aggiungere: «Ma qui non siamo in Colombia, di calcio non è mai morto nessuno». Passa Coquin, talentoso e giovane esterno originario della Martinica, e Chiancone lo rimbrotta: «Devi giocare a uno, due tocchi al massimo, se non vuoi rimanere a vita in queste categorie». Proprio come è successo a lui, veterano di questo calcio, in cui «a fine carriera ti ritrovi con cento, duecento milioni (di lire, ndr) messi da parte, se va bene. Apri un’attività, perché non sai fare nulla. E rischi pure di fallire. Sai quanti miei ex colleghi si sono ritrovati in mezzo a una strada... Il giocatore di C quando smette è come se rinascesse, per una seconda vita». E la serie A è lontana, come sa bene  Massimo Pizzullo, 31enne centrocampista e capitano della squadra. Il massimo della sua carriera è stato  «l’anno in B con l’Andria, c’era pure Bernardo Corradi: si vedeva che avrebbe sfondato. Aveva voglia di migliorarsi, sempre». Ma, a parte gli amici, «la maggior parte dei colleghi di A e B se ne fregano di noi e dei nostri problemi. Eppure, se il calcio scoppia e salta la C, qui saranno centinaia i disoccupati veri...». Operai del pallone, ché «a questo livello rischi di farti male ogni domenica. Il gioco è duro assai. E  non ci sono televisioni, né moviole: se uno ti entra da dietro e ti spacca una gamba, non importa niente a nessuno, sono cazzi tuoi».
San bias ‘o sol ‘nde cas
La domenica a Palma inizia con i crocchi degli uomini in piazza, abitudine adottata anche dai tanti immigrati. Cingalesi, polacchi, cinesi no. Quelli stanno nei paesi vicini: un paio di migliaia ufficialmente, in realtà sei volte tanti. «Lo so, questo sembra un posto tranquillo, l’ultimo omicidio avvenne due anni fa. Ma la camorra c’è, eccome se c’è...», garantisce il maresciallo Di Gioia, comandante della locale stazione dei carabinieri, quando sono quasi le quattro di pomeriggio. «Siamo undici anche noi e siamo impegnati a fronteggiare ogni tipo di reato: non ci facciamo mancare niente...», aggiunge senza staccare gli occhi dal campo, dove la Palmese ha iniziato il secondo tempo prendendo in mano le redini del gioco. Poi, tra un moccolo e un sorriso, ci fa capire che l’imminente apertura del casello autostradale sulla Napoli-Caserta e la possibile destinazione «a zona industriale» dell’area circostante,  potrebbe attirare «gli interessi del crimine organizzato, su cui dovremo vigilare». Non c’è tempo per indagare quanto la vicenda di Song e dei suoi annunciati investimenti commerciali a Palma possano essersi scontrati con questi altri “interessi”.  L’arbitro ha fischiato una punizione per la Palmese in zona d’attacco, San Biagio (quello che fa arrivare il sole nelle case, come dicono qui) sta uscendo dalla chiesa seguito dai fedeli, mentre lo stadio fissa Ramora. Il numero 7 (in C si gioca ancora con le maglie da 1 a 11 e senza nomi sulle maglie) è pronto. Traversone, Romano che salta, il portiere che non ci arriva: la Palmese ha segnato! Anzi ha vinto, perché quando l’arbitro fischia la fine, e la tribuna intona ’O sole mio e la curva Canta canta guaglio’, con i giocatori rossoneri che si abbracciano in mezzo al campo, il risultato è rimasto quello: 1-0. Alla sera, la processione si concluderà in piazza. Tra fuochi d’artificio, un santo impassibile e migliaia di persone. Molte con il sorriso stampato sul volto e la sciarpa della Palmese al collo.

 

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