IL SESSO, LE DROGHE (MA NON L’EROINA), IL ROCK&ROLL COME
STILE DI VITA (ANCHE A 64 ANNI). E I MOTORHEAD,OVVIAMENTE.
BENVENUTI NEL MONDO DI LEMMY
di Marco Mathieu

Londra. Il cattivo arriva in ritardo (mezz’ora), non si scusa, e ovviamente è vestito di nero. Camicia, giubbotto, pantaloni stretti dentro gli stivali. I capelli lunghi che escono da sotto lo Stetson, le basette che diventano barba coprendo solo in parte i due giganteschi nei sulla guancia sinistra: il cattivo ha occhi verdi affondati nel viso pallido e si muove lentamente nella stanza d’albergo affacciata su Hyde Park, poi ti stringe forte la mano e versa da bere scusandosi perché usa le dita per mettere il ghiaccio nei bicchieri, prima di riempirli di bourbon. «Salute». La voce di Lemmy (nato come Ian Fraser Kilmister 64 anni fa a Stoke-on-Trent, nord dell’Inghilterra) è roca come quando canta con il microfono che gli scende addosso, il volume degli amplificatori al massimo. «No, la mia Londra non esiste più, questa è un’altra città ormai e nemmeno i miei amici di allora ci sono più», dice guardando fuori dalla finestra. “Allora” è la seconda metà degli anni Sessanta, quando venne qui a misurare le sue ambizioni di vita e di musica, entrambe possibilmente selvagge: chitarrista (Motown Sect, Rockin’ Vicars), vagabondo, ribelle, roadie di Jimi Hendrix («tra i miei compiti c’era quello di recuperare gli acidi per lui e la band»). “Allora” sono anche gli anni Settanta e la devozione totale al rock’n’roll, eccessi ed effetti collaterali compresi, anzi cercati: prima come bassista degli Hawkwind e poi, dal 1975 (a oggi), come fondatore-bassista-cantante, in una parola leader, dei Motörhead. Trenta dischi, un numero imprecisato di concerti, donne e droghe dopo, Lemmy (che dal 1990 vive a Los Angeles ed è appena partito per l’ennesimo tour con la band: il 27 giugno a Collegno, vicino a Torino), quando gli chiedi se il mondo oggi è quello che si immaginava “allora”, risponde con una risata: «Sei pazzo? Nessuno poteva immaginarlo così orribile».
Accende la prima delle decine di sigarette che fumerà nelle prossime ore (accompagnando quasi altrettanti bicchieri di bourbon) e aggiunge: «Basta guardare in quanti posti si combatte ancora, a cominciare dall’Iraq, dall’Afghanistan: è osceno mandare i ragazzi a morire. E non è certo un cazzo di hippie pacifista a dirtelo...». Anche se proprio a quella generazione lui appartiene. «Tolti i morti, ci sono quelli che sono cambiati per la carriera, per la famiglia, provando a convincersi che fosse giusto accettare le regole, ma facendo più danni di me che ho continuato a fare semplicemente la vita che volevo». Oppure, per dirla con Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters): «Dimenticate Keith Richards e gli altri stronzi sopravvissuti a se stessi, diventati miliardari tra lussi e modelle. Lemmy non ha mai smesso di scrivere canzoni e andare in tour: è lui il maestro, il vero cattivo, il rock’n’roll». Al maestro che diede lezioni di basso a Sid Vicious («ma solo per tre giorni, poi gli dissi che non era roba per lui e invece i Pistols lo presero»), al vero cattivo che non si è mai sposato («ma ho scopato più che potevo e sono felice così»), al rock’n’roll fatto persona, è appena stato dedicato un film dal titolo semplice (Lemmy) e sottotitolo esplicativo (49% motherfucker, 51% son of a bitch). «Bello, sì», commenta lui. «Negli Stati Uniti la mia popolarità è aumentata in questi anni, mi hanno anche dedicato un modellino, ma cosa se ne faccia uno del modellino di Lemmy non lo so».
Il logo dei Motörhead ha fatto il giro del mondo, quasi più della vostra musica. Simbolo di voi stessi?
«Avessimo venduto tanti dischi quante magliette, tatuaggi e tutto il resto saremmo diventati davvero ricchi... C’è gente che ha dato il mio nome ai propri bambini, un nostro fan tedesco ha chiamato Lemmy la figlia, ti rendi conto?».
Trentacinque anni di concerti: non ci si stufa mai?
«E in più gli anni con gli Hawkwind e le band precedenti. No, questa è la mia vita, solo in tour mi sento a casa».
Ma anche il mondo del rock è cambiato?
«Si è perso in divertimento, oggi tutto è più controllato. E non sto parlando della quantità assurda di telecamere in una città come Londra. Prima ai concerti, nel backstage, avevamo tutta la nostra gente intorno: amici, fan, ragazze ovvio. Poi, per l’ossessione della sicurezza l’accesso è diventato più controllato, limitato. E per cosa? In tutti questi anni c’è stata solo la tragedia di Dimebag (Darrell, ex chitarrista della metal band Pantera, ucciso da un folle sul palco  a Columbus, Ohio, nel 2004, ndr), ma quella strage (altre tre persone uccise e alcuni feriti, ndr) non poteva essere evitata: quando un ex soldato fuori di testa decide di spararti c’è poco da fare, purtroppo».
E gli eccessi? Droghe, alcol: sempre e comunque?
«Io faccio quello che voglio da quando sono ragazzo e non smetterò certo oggi perché ho 64 anni. Alle rockstar dico solo che basta evitare di promuovere il consumo di droga e di annoiare il mondo quando se ne esce. Mi spiego: quanti ne ha ammazzati Lou Reed con quella stupida canzone (“Heroin”, ndr)? E perché oggi mi devo sorbire le menate di Eric Clapton e di tutti quelli ripuliti dopo decenni da strafatti?».
Nessun limite davvero?
«Uno soltanto, e riguarda l’eroina. La odio, perché ho visto troppa gente morirne. E so che ora è tornata di moda: anni fa mi hanno invitato a parlarne al Parlamento gallese, però non so se è piaciuto quel che dissi».
Ovvero?
«Semplice: “legalizzare l’eroina”. Somministrazione controllata, ovvio. Ma legalizzerei tutte le droghe: il proibizionismo non ha mai funzionato, e ci si fa perché piace, mai sentito qualcuno che volesse drogarsi per stare male. Il problema oggi è la stupidità diffusa, anche a scuola, dove i ragazzi non imparano più nulla».
Lezione di educazione da un vecchio rocker?
«Guarda, io non smetterò mai di ringraziare la professoressa che mi aiutò ad appassionarmi alla lettura. Leggere è fondamentale per imparare, capire. E anche per ribellarsi. Ma oggi fa più comodo avere gente instupidita, terrorizzata all’idea di perdere il lavoro e spesso sai che lavoro... Sono fortunato, faccio quello che mi piace, ma in fabbrica da ragazzo ci ho lavorato e so quanto può essere alienante».
Non vedi davvero speranze per le nuove generazioni?
«Li vedo deboli questi ragazzi, quasi nessuno tra loro ha la forza per fare cose pazze, andare contro le regole, ribellarsi e fare ciò che vuole davvero della propria vita».
E la politica invece?
«Detesto i politici, di qualsiasi formazione: perché anche le migliori persone vengono corrotte dal potere, dal denaro. Il rock’n’roll non è di destra e nemmeno di sinistra e non dovrebbe avere niente a che fare con la politica».
Però c’è chi ci prova, Bono per esempio...
«Lascia stare, io ho cose più interessanti da fare che andare a cena con Bush o con Obama. Certo, Bono si impegna e sarei davvero felice se riuscisse a cambiare qualcosa, ma non ci ho mai creduto. E la maggior parte dei concerti benefici raccolgono soldi che non arrivano mai a destinazione. Ma quello che mi fa davvero paura sono le masse che seguono ciecamente qualcuno o qualcosa».
Vuoi parlare della Chiesa cattolica?
«Ora si stanno finalmente scoprendo gli episodi di pedofilia:  è disgustoso, e la Chiesa cosa faceva, cosa fa? Sposta i preti da un posto all’altro, li nasconde, protegger. Ma fare quelle cose a un bimbo è un crimine orrendo».
A proposito di crimini, è nota la tua fascinazione per la Seconda guerra mondiale...
«Ci sono molti aspetti poco raccontati, penso alla diffusione dei partiti fascisti e nazisti in Europa e negli Stati Uniti, alla quantità di volontari svedesi nelle SS per fare un altro esempio. C’era una spinta da crociata contro i bolscevichi. A proposito, fa ancora politica la nipote di Mussolini?».
Sì e tra i giovanissimi raccolgono consensi le organizzazioni di estrema destra...
«Non mi stupisco, i fascisti hanno da sempre una grande capacità di coinvolgere i ragazzi, poi è anche una questione di estetica: pensa alle divise, alle parate».
Ma ti riconosci nell’etichetta di “padrino del metal”?
«Per me è sempre stato blues: da lì arriva tutto, anche se noi l’abbiamo suonato sempre più duro, pesante e veloce».
Riesci a immaginare cambiamenti epocali nel rock?
«Ci vorrà del tempo, ma qualcosa succederà di nuovo e te lo dice uno che visto e sentito i Beatles e i Sex Pistols: di quegli scossoni al rock se ne sentono ancora gli effetti. La musica ha un grandissimo potere».
Dopo quasi mezzo secolo di carriera rock’n’roll, qual è la cosa più memorabile che hai visto?
«Sono due: le mosse di Pete Townshend degli Who sul palco. E Jimi Hendrix, qualsiasi cosa facesse».
In ogni caso nessun rimorso?
«No, perché dovrei averne? Credo che ogni uomo debba imparare dai propri errori e io di errori ne ho fatti davvero un casino in questa vita...».
Lemmy ride, poi un colpo di tosse lo scuote per alcuni minuti. Come nulla fosse, accende l’ennesima sigaretta e versa altro bourbon. «Chiedi della mia salute perché mi hai sentito tossire?», mi interroga il cattivo maestro del rock’n’roll. «Guarda che potrei andarmene stanotte e non avrei nessun rimpianto», continua serio prima di voltarsi. Con un sorriso dolce e ironico che accende gli occhi verdi. «Ma non ho nessuna intenzione di andarmene all’altro mondo, chiaro?!».

 

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