SHEVA, KIEV E IL COLONNELLO
(GQ, marzo 2006)


Ogni città ha i suoi monumenti e Kiev non fa eccezione. Ma ne annovera anche un paio a tema calcistico. Li puoi scorgere oltre il bizzarro colonnato bianco e azzurro, nel colmo della quiete del parco Misky Sad, laddove le strade in uscita dal centro storico si arrampicano verso la collina che divide la città dal fiume Dnepr. È qui che sorge lo stadio della Dynamo, squadra divenuta leggendaria anche e soprattutto grazie a questi uomini raffigurati in pietra, bronzo e granito. Stanno ai margini del vialetto diretto all’ingresso dell’impianto, giocatori di un tempo lontano sessantaquattro anni e qualche mese. Calciatori “di guerra”, che seppero opporre tecnica, talento e spirito di gruppo alla prepotenza degli invasori tedeschi, pagando infine con la vita le vittorie conquistate sul campo.
«La storia di quelle partite la conoscono tutti, qui a Kiev», dice Sheva. «Viene tramandata di generazione in generazione e anche a me fu raccontata, quand’ero bambino e stavo per iniziare a giocare nella squadra dei miei sogni. La Dynamo resta un simbolo per il nostro popolo. Non solo per chi è appassionato di calcio. Perché l’Unione Sovie-tica era pervasa da un sentimento che oggi è difficile descrivere: un misto di patriottismo, senso del collettivo, orgoglio e coscienza popolare. Noi ucraini possiamo anche essere fatalisti, ma non ci pieghiamo mai. Tantomeno sul campo di calcio. E la storia di quei giocatori di Kiev lo dimostra».
Una storia che ha alimentato il mito della Dynamo, che dall’inizio della sua storia (1927) alla fine di quella dell’Unione Sovietica (1991) ha vinto 13 campionati e 9 coppe (oltre a 2 coppe delle Coppe e 1 Supercoppa europea), risultando così la squadra più titolata dell’ex Urss. Un predominio a cui ha contribuito in maniera determinante l’altro uomo di bronzo e granito seduto sulla panchina-monumento davanti allo stadio di Kiev: Valery Lobanovsky. Fu giocatore di fama discreta e soprattutto allenatore leggendario: per vent’anni (in tre diversi periodi) alla guida della Dyna-mo. Per tutti, “il colonnello”.
«Ma Lobanovsky era veramente un colonnello: nell’epoca sovietica avere i gradi militari, così come un ruolo nel partito comunista, era utile per ottenere credibilità e potere. Lo sport a quel tempo era strettamente legato all’esercito e lui era molto rispettato all’interno del partito. Non sarebbe potuto diventare allenatore della nazionale ed esserlo per dieci anni senza quel tipo di  riconoscimenti. Il “colonnello” era un uomo di calcio, universalmente ricordato come uno dei migliori allenatori di sempre». «Tu sei seduto in panchina e i tifosi in tribuna urlano il tuo nome. Tu sei seduto in panchina e noi tutti ti ricordiamo con amore». Sono i versi incisi alla base del monumento dedicato a Lobanovsky, dove Sheva è venuto a rendere omaggio dopo aver vinto con il Milan la Champions League (2003) e il Pallone d’oro (2004).
«Gli devo molto di quel che ho vinto finora in carriera e gli sarò sempre riconoscente. Perché Lobanovsky è stato soprattutto il mio maestro di calcio. Mi ha allenato nel periodo in cui avevo tra i 19 e i 22 anni, momento fondamentale per la crescita di un calciatore. Mi ha saputo “sgrezzare” tecnicamente e mi ha insegnato a stare in campo. Il colonnello poteva sembrare un duro, e a tratti lo era davvero, ma in realtà sapeva come parlare al cuore e al cervello dei suoi giocatori. Aveva carisma, idee innovative e attenzioni speciali per i giocatori in cui credeva».
Il “modulo” d’attacco di Lobanovsky si basava sul pressing totale, soprattutto nella prima mezz’ora di gioco, quando chiedeva ai suoi di risolvere e possibilmente chiudere le partite. Due esterni che sapevano essere terzini ma anche attaccanti, un centrocampista offensivo che si trasformava in fantasista e univa il sapiente tocco di palla alla visione di gioco maturata con l’esperienza. E un centravanti velocissimo, abile tecnicamente e imprevedibile nei movimenti: Shev-chenko, appunto. «Ho scoperto un diamante», si vantava in proposito il “colonnello”, che in passato aveva già aveva saputo addomesticare i talenti di Blokhin e Belanov, entrambi protagonisti con la Dynamo e con la nazionale, a cui Lobanovsky applicava il modulo di Kiev. Tempi eroici del calcio sovietico, rivalità comprese. «Per noi ucraini le occasioni in cui giocavamo contro le squadre di Mosca erano speciali: perché la capitale rappresentava la centralizzazione del potere, il controllo. Quindi battere Cska, Lokomotiv o Spartak aveva un gusto particolare. E contribuiva ad alimentare il mito della Dynamo, che esportava il nome di Kiev e la reputazione del nostro calcio».
Trasferitosi nel 1999 a Milano e al Milan, Sheva non ha mai rinunciato a tornare a Kiev, dove ha interessi commerciali, un forte legame con famiglia, amici ed ex compagni di squadra. Oltre che con la propria nazionale. «Andriy Shevchenko è la faccia più presentabile dell’Ucrai-na», dicono qui nei bar tappezzati con le foto dell’attaccante. Con la maglia biancoazzurra (Dynamo), gialloblù (Ucraina), oppure rossonera. Sempre e comunque con il numero 7 sulle spalle.
«Sono tante, forse troppe, le differenze tra Ucraina e Italia. E tra Kiev e Milano. Anche in ambito calcistico: alla Dynamo tutto era più tranquillo, non c’era la pressione con cui si deve convivere al Milan. Quello che contava davvero era la prestazione della squadra, il senso del collettivo, più che il personaggio. In Italia invece si tende a creare il mito per poi distruggerlo. Tutto si consuma velocemente. E, forse, superficialmente». Oggi la maglia numero 7 della Dynamo la indossa un carneade croato, tale Jerko Leko. I giocatori più rappresentativi sono il brasiliano Kleber e l’uzbeko Shatskhih (miglior giocatore d’Asia nel 2005), oltre ai nazionali ucraini Shovkovsky (portiere), Vashchuk, Nesmachny e Fedorov (difensori), Husyev e Rotan (centrocampisti) e l’eterno Rebrov (attaccante). Tutti pronti a farsi guidare dal loro ex compagno e capitano ai Mondiali in Germania. «Sono famoso e mi chiedono di mettere la faccia ovunque, ma non voglio schierarmi. Sono al servizio del mio popolo, del mio Paese, ma non voglio farmi tirare dentro dalla politica».

 

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