I CORPI DEL FUNK
(D La Repubblica delle Donne, dicembre 2007)
Corpi. Che si muovono, sudano, strusciano. Ballano. Sincopati e sensuali. Tribali. Come la colonna sonora che li scuote, ispirando e imponendo un movimento continuo. Frenetico, dolce e violento. Provocante. Poi i gesti. Le mosse e pure gli sguardi. Bacini impegnati a simulare amplessi, mani levate a mimare simboli e richiami. Pistole. Oltre che teneri abbracci e dichiarazioni improvvise. D'amore. Ma i culi, soprattutto. Esposti, evidenziati, usati come linguaggio. Sessuale. Moltiplicate tutto questo per cento e per mille: uomini e soprattutto donne, giovani, giovanissime. Di fronte a una parete di "casse", dozzine di subwoofer impilati sul pavimento per colpire con i bassi. Il resto sopra. A spingere nell'aria la voce del dj che replica strofe e incitamenti, intanto che mischia cd ed effetti speciali. Ripetete questa scena in decine di luoghi ogni notte, 500 eventi a settimana. Spogliate quei corpi dell'abbigliamento in eccesso e lasciate che minigonne, short, pantaloni aderentissimi oppure a vita bassa ricoprano il baricentro della notte. Quella carioca innanzitutto, perché questa storia già lunga decenni e ora esportata nel resto della nazione e del mondo, inizia e finisce qui. A Rio de Janeiro. Tutto questo è Baile Funk. È il volume che azzera le parole, le scariche di suoni campionati che paiono mitragliette e infatti lo sono. Dalle casse alle mani levate che stringono il ferro, su questa enorme terrazza diroccata e affollata, con vista a strapiombo: Copacabana. Dall'alto della favela, non dal basso della spiaggia turistica nel Brasile da cartolina. Per "entrare in pista" è stato necessario percorrere sentieri di cemento e vicoli sterrati, a ridosso dei mucchi disordinati di case fatte con legno, mattoni e lamiere, colori e creatività al servizio del bisogno. Accenni di marciapiedi invasi da ragazzini in pantaloncini uzi e kalashnikov, nuvole di fumo, risate e bar che sono in realtà ceste posate in terra, piene di lattine e bottiglie di birra, mani protese che stringono soldi. Reals. Sabato sera, anzi notte. "Questa musica qui è nata e qui ritorna, nelle favelas", proverà a riassumere il dj alla fine del suo set. "Anche se ora va di moda e la ballano nei club del centro di Rio, come in quelli di San Paolo e pure da voi in Europa. Ma rimane la nostra colonna sonora, da una vita". Tutto questo è Baile Funk. Due parole che suonano. Insieme. Baile in portoghese significa "ballo", nel senso antico e collettivo, evento popolare. Ritrovo e pretesto. Dipendente dal funk. Come lo chiamano qui anche se la definizione si fa comprensibile solo con relativo aggettivo, carioca appunto. Perché le origini di questa mistura incandescente di hiphop, funky e raggamuffin', con basi electro e atteggiamenti esplicitamente sessuali, risale a trent'anni fa, almeno. Quando Miami era il serbatoio prescelto di suoni e vinili per discografici, importatori e musicisti brasiliani. Fu così che l'interpretazione elettronica del funky divenne scuola, influenza, tendenza. Fino al cuore del Brasile scosso allora dal samba rock. Arrivò l'eco dello stile afro-americano dell'epoca, Miami Bass e nulla fu più come prima. Semmai dopo, con l'assimilazione del rap e delle esagerazioni dance che avrebbero mosso le strade dell'emisfero nord e pure qui. Periferie al centro della colonna sonora, dunque. Battiti accelerati e liriche frammentate, sesso fin da subito e infine violenza, la storia che incontra i nervi scoperti del conflitto urbano. Dai quartieri degradati alle favelas: erano e sono spallate funk alla preponderanza dei più tradizionali forrò e pagode. Ma anche "cattiva reputazione", fin da subito, come ammette il dj che per primo mise insieme parole e canzoni, anzi i remix di quella grezza ed esplosiva miscela sonora con testi finalmente in portoghese: tutto inizia davvero con la compilation Funk Brasil, pubblicata nel 1989 e firmata da Cidinho Cambalhota oltre che da lui. Fernando Luis Mattos de Matta aveva già scelto di chiamarsi dj Marlboro. "Anni prima suonavo in un club dentro una favela della parte sud della città e la gente non mi conosceva, ero in ritardo e qualcuno cominciò a dire "ma da dove cazzo deve arrivare questo dj, da marlboro country?". Ecco da dove viene il mio nome". Effetto della devastante geografia di Rio de Janeiro e dei suoi dintorni, ma anche e soprattutto della diffusione di antenne e parabole tra case e baracche bombardate di spot televisivi. Oggi, a 45 anni, Marlboro continua a imperversare, paladino o padrino del funk a seconda delle definizioni, produttore di centinaia di cd e protagonista in radio e televisioni, ma da qualche anno alla consolle pure in giro per il mondo. Perché la popolarità del funk è esplosa, diffondendosi a dispetto o proprio per la sua reputazione. Violenta. Tramandata e interpretata. Nella sua versione prohibidao, pezzi illegali suonati nei baile e inni alle gang che controllano il territorio sorvegliando le boca, laboratori da cui esce la coca, omaggi ai "martiri" delle guerre di strada. Tanto da renderli fuorilegge, un decennio fa, i Baile Funk, intesi come raduni e occasioni reputate pericolose. E allora affiliate, protette o semplicemente garantite dalle sigle degli eserciti che si sfidano per il dominio metropolitano e nazionale del narcotraffico. Commando Vermelho, Terceiro Commando o Amigos dos Amigos. E liste di gangster che diventano rime, proclami di attacchi ai rivali compresi. Anche questo è stato e in qualche modo continua a essere il baile. Fin dentro quella che il "pioniere" Marlboro definisce "sinonimo di funk, perché non c'è nessun altra favela che produca talenti come questa". Cidade de Deus, appunto. Una trentina di chilometri dalle spiagge di Ipanema, ci arrivi imboccando un dedalo di viuzze perse nell'oscurità e ti ritrovi oltre il confine notturno dell'unica favela "in piano", nel senso che non è aggrappata a monti e colline come gli altri quartieri di baracche ed emarginazione di Rio. Vista da fuori (e da lontano) può sembrare una qualsiasi zona periferica, molto più degradata però. E con molte meno strade asfaltate. Nella "città di Dio" ci sono pure le baracche, eppure la maggior parte degli edifici sono in realtà condomini a tre o quattro piani, eretti a metà degli anni Sessanta per ospitare le migliaia di senza tetto reduci dall'alluvione che nel 1965 colpì Rio de Janeiro, quando questa era ancora una zona rurale. Il nuovo insediamento venne chiamato "città di Dio" perché fu la Chiesa cattolica a promuovere la raccolta dei fondi necessari alla ricostruzione. Così andò: da zona rurale a periferica, e poi favela, secondo il percorso urbano e pure sociologico del degrado locale. Lo raccontò qualche anno fa (2002) pure un film (Cidade de Deus): ispirato dall'omonimo libro, girato qui e poi proiettato con successo in giro per il mondo. Da lì viene anche MV Bill, rapper che ha recentemente aggiunto alla sua popolarità musicale quella ottenuta per aver raccontato in un documentario (e libro seguente, Falcao) vita e morte dei giovanissimi affiliati alle gang. "Vuoi sapere cosa c'è di speciale nel funk? Niente, ma la musica fa sognare e fa venir voglia di fare sesso", racconta Jairo, uno dei componenti di Bonde do Vinho, autentica boy band del funk circondato da un gruppo di ammiratrici. Meno di diciott'anni e ancor meno centimetri di tessuto addosso, lo guardano e ridono agitando culi e bacini. I Bonde de Vinho provengono "dal 13", perché qui nella "città di Dio" ogni isolato ha un numero. Niente nomi, nemmeno per la piazza illuminata da una cascata di luci. Dove esplode il fragore del funk. Centinaia, migliaia di corpi che ballano davanti al palco. "Oggi il funk non è soltanto violenza, anzi", ha provato a spiegare Romulo Costa, uno dei più importanti "impresari" di baile dell'intera città. "Oggi i dj sono molto più conosciuti dei gangster. Chi conosce il nome del capo del commando che governa Cidade de Deus? Ma tutti ormai sanno chi sono gli eroi del funk, da Tati Quebra Barraco a Cidinho & Doca" Autori, questi ultimi, del Rap da felicidade che una decina d'anni fa segnò l'inizio di una nuova epoca "melodica" e positiva del funk. "Vorrei solo poter andare in giro tranquillamente per le strade della mia favela", cantavano. Ma nello stesso periodo, così come oggi, nella replica Rap das armas l'elenco dell'arsenale a disposizione diventa una serie di sigle ("Uzi, Uru, Glock, AR15, Ak 47") che provoca immediata risposta. Succede anche stanotte. Mani levate in aria. Armi che sparano al cielo. Mentre in terra centinaia di corpi continuano a ballare. Anche questo è Baile Funk.



