LA LEGGE DEL FIUME
(GQ, ottobre 2006)
Questa è la storia di un battello a due piani – 22 metri di scafo e 40 persone a bordo – con una missione speciale: addentrarsi nell’arcipelago di isolotti alla foce del Rio delle Amazzoni per affrontare una settimana di indagini e processi. Con contorno di registrazioni anagrafiche ed elettorali, cure mediche, vaccinazioni e distribuzioni di libri. Questa è la storia del “barco” – per dirla alla brasiliana – della Justiça Fluvial Itinerante nello Stato di Amapá, conseguenza settentrionale dell’Amazzonia rivolta all’Oceano Atlantico: un progetto «nato per rimediare all’isolamento di cui soffrono gli abitanti dell’arcipelago», ci spiega prima della partenza Suele Pini, donna di grande carisma e ampi sorrisi, ma soprattutto il giudice che dieci anni fa si inventò questo «laboratorio di giustizia, applicando una legge brasiliana del 1995». Quella secondo cui, «(...) in condizioni speciali i processi devono tenere conto dei criteri di oralità, semplicità, economia processuale e celerità, cercando di ottenere, laddove è possibile, la conciliazione tra le parti», come declama qualche giorno dopo, appoggiandosi alla porta della sua cabina, sul ponte superiore del “barco”, Matias Pires Neto, trentacinquenne stempiato in ciabatte, calzoncini e maglietta. Nonostante l’apparenza, è il giudice incaricato di guidare la missione del tribunale galleggiante: «Portare la giustizia a domicilio».
SABATO
Questa storia inizia tra le dieci e le undici di una sera da trentacinque gradi carichi di umidità, di fronte al Tribunale di Macapá, capitale da 250- mila abitanti dello Stato di Amapá. Orario elastico, come da regola in quest’angolo di Brasile, per l’appuntamento con la partenza di uno strano gruppo, composto da un giudice, uno psicologo, due avvocati d’ufficio, tre poliziotti, un manipolo di cancellieri e segretarie, oltre a scatoloni di scartoffie, computer, stampanti, bagagli e facce assonnate. In attesa di raggiungere il resto dell’equipaggio che ci aspetta al porto di Santana, una manciata di chilometri più a sud, sotto la linea dell’Equatore. Contando anche funzionari dell’anagrafe, medici, infermiere, cuochi e marinai, la popolazione che si prepara ad affrontare la notte di navigazione, sistemandosi nelle amache disposte sui due ponti, totalizza una quarantina di persone. Alla guida del “barco”, da tre anni, c’è il comandante Augusto: per lui caffè in abbondanza, sigaretta tra le labbra, mani strette sul timone e sguardo fisso a esplorare sull’enorme autostrada di acqua limacciosa governata dalle correnti. Saranno necessarie undici ore, ci informa, per raggiungere Vila Progresso, lontana 280 km: la prima destinazione del viaggio. Si parte sotto un tappeto di stelle che illuminano il buio della foresta amazzonica. E con la luna in faccia.
DOMENICA
Poco dopo l’alba la popolazione del “barco” si materializza fuori dalle amache, in fila di fronte ai quattro bagni a disposizione, a ridosso della cucina: difficile pensare a questa comunità di uomini e donne con spazzolini da denti e tazzine di caffè in mano, come alla corte del tribunale in attesa di mettersi al lavoro.
Ma non c’è tempo per i formalismi: serve l’aiuto di tutti per attraccare al pontile di Itamatatuba, uno sgangherato incrocio di assi proteso tra le mangrovie che si tuffano in acqua. Dalle baracche di legno a ridosso della foresta escono uomini, donne e bambini, a salutare incuriositi lo sbarco di questo strano equipaggio. La sosta forzata si è resa necessaria per evitare l’insabbiamento del battello: manca poco alla bassa marea che regola la profondità del fiume in questo suo tratto terminale.
«Non possiamo rispettare un programma rigido, dipendiamo anche noi dal Rio, come questa gente che sa del nostro arrivo e ci aspetta. Non abbiamo orari, quando si finisce in un posto si parte e si va», commenta Casemiro, commissario della polizia dei minori, preparandosi a sbarcare. «Qui, inevitabilmente, ti devi dimenticare dell’idea della corte togata, con le parrucche bianche e il martelletto del giudice», aggiunge. «La semplicità è indispensabile: abbiamo poco tempo a disposizione e i viaggi si ripetono all’incirca ogni due mesi». Questo è il settantesimo, dall’avvio del progetto e conosce il suo primo momento di ufficialità quando, è ormai l’ora del tramonto, il “barco” attracca a Vila Progresso, sfruttando l’alta marea. Sul ponte di sotto si improvvisa una riunione, in cui ognuno dei presenti è chiamato a spiegare agli altri il proprio ruolo. La rotazione del personale di bordo impone di affinare la conoscenza tra i partecipanti alla missione, mentre il giudice chiede a tutti «di dare il meglio di noi stessi, secondo coscienza e nel nome di Dio».
Non si sa in nome di cosa, qualche ora dopo, nel bar che in realtà è una palafitta che rimbomba al ritmo della brega, versione amazzonica del “liscio”, scoppia una violenta rissa tra gli avventori. Incuranti della nostra presenza, i contendenti si minacciano con sedie e bastoni, e solo l’arrivo dei poliziotti del “barco” evita il peggio. «L’abuso di alcolici è uno dei problemi più gravi da queste parti», commenta Tania, avvocato d’ufficio e veterana della Justiça Fluvial, percorrendo il pontile di legno trasformato in sentiero che attraversa tutto il villaggio. La quotidiana scarica di pioggia ha lasciato una scia soffocante di caldo e umidità che sembra avvolgere ogni cosa. «La nostra è comunque un’esperienza meravigliosa dal punto di vista umano, oltre che da quello professionale», prosegue Tania. «Ci succede di dover celebrare matrimoni e registrare nascite, ma il nostro compito è soprattutto quello di mediare tra le parti e diffondere il concetto di giustizia». Ci pensa un attimo, quasi a cercare le parole giuste nel silenzio della notte amazzonica, con gli sbuffi di nuvole bianche che si muovono veloci nel cielo stellato: «Svolgiamo un lavoro più sociale che giuridico, perché la gente da queste parti non conosce la legge, c’è disinformazione e una percentuale altissima di analfabetismo».
LUNEDì
Il giorno dopo la gente fa la fila di fronte all’ingresso del capannone, normalmente utilizzato come centro comunitario e trasformato per l’occasione in aula di giustizia. Anzi, in aula “polifunzionale”, ché sono ben nove le postazioni identificate da cartelli scritti a mano: dal banchetto dedicato all’emissione di carte d’identità, con tanto di fotografo armato di pettine e fondale bianco, a quello che registra nascite e morti; poi c’è il rappresentante del ministero del Lavoro e l’addetto all’emissione dei certificati elettorali, l’équipe medica che organizza visite e prepara incursioni negli insediamenti più lontani per occuparsi delle vaccinazioni e della purificazione dell’acqua del fiume. Ma al centro di tutto ci sono i tre banchi dedicati ai procedimenti processuali: segreteria, difesa e giudice. Di fronte a quest’ultimo siede un terzetto di abitanti di Vila Progresso, che spiega i dettagli della loro disputa: una sera Joao si è ubriacato e ha fatto incetta di frutta dagli alberi del giardino di Ana Lucia e di suo marito; la richiesta di intervento della polizia ha portato al fermo di Joao per un giorno, ma quello successivo è stato lui a sporgere denuncia contro Ana Lucia, per averlo esposto al «disprezzo dei compaesani».
Il giudice in jeans e polo color ocra ascolta paziente le ragioni di tutti e tre, prima di decidere di difendere il diritto di Ana Lucia a denunciare il furto subito e spiegare a Joao non soltanto la necessità di trovare un accordo, ma anche e soprattutto quella di confrontarsi con l’abuso alcolico che sottintende all’esasperazione dei suoi comportamenti. Nessuna traccia invece dei protagonisti della rissa di ieri. «Li abbiamo identificati, ma nessuno dei due ha voluto sporgere denuncia, verificheremo il loro comportamento durante il prossimo viaggio», spiega Matias Neto qualche ora dopo, mentre a bordo viene servita la cena. Protagonisti in tavola, i gamberoni offerti dai pescatori di Vila Progresso, che conta 1.300 abitanti, poco più di quelli che vivono a Macedonia, sulla riva opposta del fiume. Sono gli insediamenti più grandi della zona e anche «quelli con il più alto tasso di violenza e reati». Parola di giudice, anche se in ciabatte.
MARTEDì
Ma ci sono altri problemi, in questo tratto del Rio delle Amazzoni: per esempio quello «della distanza e dell’isolamento di cui soffrono gli abitanti», come ci spiega Paolo, quarantenne insegnante di scienze che un concorso ha catapultato nella scuola di Bosque, un paio di chilometri dopo Vila Progresso. «I ragazzini dei villaggi più isolati si devono fare anche quattro ore di barca per arrivare in classe, svegliandosi alle tre del mattino». Sotto il sole cocente del primo pomeriggio, tra le aule sistemate in capanni di legno collegati tra loro da una ragnatela di pontili, appare Casemiro, con la polo blu del Tribunale dei Minori di Macapá addosso: uniforme informale e presenza discreta, ma decisa. Il commissario è qui per verificare la segnalazione degli educatori della scuola. Viene infatti chiesto a una delle giovani studentesse di abbandonare la lezione di matematica, per un colloquio. Quando la rivediamo è seduta di fronte al giudice, i suoi dodici anni raccolti in un paio di calzoncini arancioni e una maglietta granata, i capelli neri ricci stretti con un fermaglio sulla nuca e le infradito ai piedi. Accanto a lei siede il padre, barba lunga di qualche giorno e sguardo perso nel vuoto. La relazione di Casimiro parla di induzione alla prostituzione da parte di un vicino di casa, che sarebbe responsabile anche dello stupro della piccola, tre anni fa. Da allora lei si prostituisce regolarmente, come confessa al giudice dopo che il padre è stato invitato ad allontanarsi per la parte più delicata dell’interrogatorio. Venti real (poco più di sette euro) a prestazione: soldi affidati alla madre, ammette la piccola. Un caso drammatico e purtroppo frequente da queste parti. Il giudice si fa serio e richiama il padre per esporre i fatti verificati, sottolineando la criminalità degli stessi. La reazione è muta, l’uomo nasconde la comprovata complicità dietro le mani ancora sporche dell’inchiostro con cui il suo pollice ha appena firmato la dichiarazione.
MERCOLEDì
Quando ormai il buio sembra ingoiare il “barco” e la sua popolazione di bordo, si accosta la barca a motore, dalla quale scendono i poliziotti e un uomo in manette: è il vicino di casa della bambina, arrestato con l’accusa di violenza sessuale e induzione alla prostituzione, che verrà trasportato con il battello fino al carcere di Macapá. Lo sistemano in un angolo del ponte di sotto, mentre la bambina inizia i colloqui con lo psicologo e le sue assistenti a poppa di quello di sopra: una convivenza strana e forzata che però non imbarazza più di tanto la comunità di bordo. Al termine di una giornata in cui il lavoro delle diverse componenti del “barco” si è diviso tra gli insediamenti intorno a Ipixuna, tutti scendono a far festa nel bar, dove la colonna sonora è ancora una volta la brega. Le coppie si formano, disfano e volteggiano nel ballo fino a notte fonda: il rientro a bordo è stato fissato dal giudice per le due, orario utile per sfruttare tempo e maree dirigendo il tribunale galleggiante verso la prossima tappa di questo viaggio: Livramento.
GIOVEDì
Il progetto del “barco” fu ispirato da un esperimento analogo tentato all’inizio degli anni Novanta nello Stato di Espirito Santo, poi ha successivamente funzionato da modello per i battelli che da Manaus risalgono gli affluenti del Rio delle Amazzoni fino ai confini con la Colombia, il Perù e la Bolivia, nello Stato dell’Amazzonia.
Ma di questi dieci anni di attività del tribunale galleggiante, dello Stato di Amapá non esistono statistiche: «Manca l’elaborazione dei dati, che sarebbe estremamente utile per capire l’incidenza della giustizia sui modelli comportamentali delle comunità visitate», ammette José Macias de Barros, psicologo cinquantenne che gode di una postazione privilegiata a bordo. La sua amaca è infatti sistemata a poppa, sul ponte superiore, dove ha ricavato lo spazio per il tavolo su cui appoggiare computer e scartoffie.
Questo è l’ottavo viaggio per lui, e alterna interventi terapeutici agli incontri programmati nelle scuole della regione, dove applica i «principi di giustizia preventiva», parlando dapprima con educatori e professori, poi con i genitori e infine con bambini e bambine. «Il nostro lavoro consiste nel cercare di rompere il circolo vizioso di violenza e abusi che condiziona la vita degli abitanti dell’arcipelago».
Stupri e prostituzione infantile, incesti, aggressioni domestiche e risse sono i mali principali, causati da «abusi di alcol, ma anche dall’ignoranza e dalla destrutturazione familiare che si ripete, generazione dopo generazione».
Nel caldo afoso del primo pomeriggio, parte dell’equipaggio giudiziario si concede qualche ora di riposo, mentre altri condividono le riflessioni di José, riconoscendo la componente “sociale” del loro lavoro. «Perché anche l’idea di mettere una corte a bordo di un battello e mandarla incontro ai problemi dell’arcipelago è un modo per sopperire alla distanza geografica e culturale di cui soffre una parte della popolazione brasiliana». Sonia, responsabile in materia organizzativa e per conto del Tribunale di Amapá, riassume così le opinioni di bordo.
VENERDì
Un’analisi che deriva dall’esperienza e dalla frequentazione dei villaggi toccati da questo e da altri viaggi: Itamatatuba e Jaburuzinho, Ipixuna e finanche Livramento, dove la corte, per evitare i banchi di sabbia, utilizza un paio di lance a motore per raggiungere il pontile di legno che introduce a quella che pare una comunità familiare, più che un paese. La popolazione conta 120 persone e le dispute riguardano contestazioni dei confini tra le piccole proprietà, piuttosto che liti personali, come quella che oppone due donne intente a spiegarsi di fronte ai funzionari del tribunale galleggiante: Luiza pretende il pagamento degli orecchini che Ana le ha sottratto. Ci si informa sul valore dei monili di plastica. Risposta: cinque real, poco meno di due euro. Nonostante le proteste, il giudice, che oggi sfoggia occhiali da sole da telefilm americano, riesce a dirimere la questione imponendo il pagamento e la stretta di mano tra le due donne. In fondo alla sala, Edmundinho ride e applaude. Pescatore, residente a Livramento da 35 dei suoi 71 anni, prova a spiegare la realtà e i bisogni del suo villaggio. «Qui abbiamo un posto di polizia, ma non c’è un ambulatorio medico e siamo lontani diciassette ore di barca da Macapá», lamenta, mostrandoci la sua casa tappezzata di immagini sacre e bandiere del Flamengo, la squadra di calcio di Rio che vanta tifosi in tutto il Brasile. «Grazie a Dio, ogni due mesi arriva il barco della Justiça Itinerante». Il battello rappresenta effettivamente l’avamposto mobile delle istituzioni brasiliane, che ottennero questi territori soltanto nel 1900, a seguito della lunga disputa tra i colonizzatori che si erano succeduti nei secoli precedenti: spagnoli, portoghesi, francesi, inglesi e olandesi.
SABATO
«Ma qui i princìpi della Costituzione brasiliana non sono ancora stati recepiti», spiega, il pomeriggio successivo, il giudice in ciabatte, seduto nella “sala delle udienze” che si affaccia sul ponte superiore del “barco”. Siamo ormeggiati da ieri di fronte a Ilha da Croa, postazione strategica in mezzo all’incrocio d’acqua per dar modo agli abitanti dei villaggi della zona di raggiungere il tribunale galleggiante. È l’ultima tappa e il giudice prova a fare un bilancio dell’ennesimo viaggio. «Venire qui significa in realtà di- stribuire coraggio alla gente, spiegare loro il diritto alla denuncia dei soprusi e l’importanza del rifiuto di abusi e violenza come regole quotidiane. Si tratta di offrire inclusione sociale e autostima alle persone, che poi è il punto cruciale in tutto il Brasile: dalle favelas di San Paolo all’Amazzonia». Mentre parla, Matias Neto segue con lo sguardo le segretarie impegnate a stilare relazioni e consuntivi delle attività del “barco”, sedute ai tavoli utilizzati da una settimana per pranzi e cene, intanto che il comandante Augusto prende posizione nella cabina di pilotaggio. Tutto è ormai pronto per il viaggio di ritorno, che terminerà nella notte illuminata dalle luci di Macapá. «Questo tipo di giustizia deve essere veloce, sia nelle indagini, sia nella fase processuale», aggiunge il giudice. «Perché cerchiamo di risolvere ogni controversia nel minor tempo possibile: uno, due giorni al massimo. E se proprio non ce la facciamo, tutto è rimandato al prossimo viaggio». Tra due mesi, altre storie, altri processi.



