FANTASMI DI GUERRA
di Marco Mathieu

Serve forse iniziare dalla storia di uno dei primi reduci americani della guerra in Iraq che, sei anni fa, si aggirava in stampelle, la gamba destra in pezzi, dentro un mall di Houston. E si sentì chiedere da un tizio: «Cosa ti è successo?». Risposta semplice: «Iraq». Ma quell’altro insistette: «Incidente d’auto oppure eri in moto?». Perché ad aspettare i soldati americani di ritorno dal fronte spesso c’è l’indifferenza. Ma non solo. Tre settimane fa vicino Olympia, stato di Washington, per esempio. Sheldon T. Plummer, 28 anni e tre “turni” in Iraq, confessa di aver ammazzato la moglie e averla fatta a pezzi, poi nascosti, dopo l’ultimo ritorno a casa. A febbraio. Per i dettagli “tecnici” si era ispirato alla serie tv Dexter. I fantasmi che lo divoravano erano invece conseguenze (depressione, attacchi d’ira, incubi) da Ptsd. Ovvero, Post Traumatic Stress Disorder. Disturbi post traumatici da stress, riconosciuti ufficialmente come patologia negli anni Ottanta: nei decenni (e dopo le guerre) precedenti era “soltanto” combat fatigue. Fatica (e sofferenze) da combattimento, roba di cui oggi soffre almeno un militare americano su cinque tra quanti rientrano dall’Iraq e dall’Afghanistan.

«Non so chi abbia detto che solo chi muore vede la fine della guerra. Io l’ho vista, la fine della guerra. Ma a questo punto la domanda è: posso tornare a vivere?». (dal fim Brothers, 2009)

Per trovare risposte allora vai incontro a un’altra storia. Quella di Ashley Gilbertson, 32 anni, fotografo australiano al lavoro in Iraq dal 2002 (suo il libro Wiskey Tango Foxtrot, University of Chicago Press, 2007). «Immagina un ragazzo che va lì a combattere, finisce per ammazzare altri uomini e fare cose che mai avrebbe immaginato di fare, pur di salvare la pelle. Se gli va bene, a un certo punto torna a casa. Non è più lo stesso, anzi non è più se stesso». Ashley parla svelto, inseguendo le parole dentro il bar del West Village, New York, dove ci siamo seduti mezz’ora fa. Per parlare delle immagini da lui scattate (e pubblicate in queste pagine) che testimoniano i luoghi di crimini e suicidi commessi dai reduci. «L’America fa fatica a relazionarsi con gli aspetti umani, emozionali, della guerra. Tre anni fa ho iniziato a lavorare su queste vicende, perché credo che il fotogiornalismo debba trovare un altro modo di raccontare la guerra; dopo quasi dieci anni di Afghanistan e Iraq le foto sono sempre le stesse, più o meno belle tecnicamente: soldati americani che sfondano porte, sparano, e fanno lo show». Pausa. «Poi certo, dietro questo lavoro, ci sono motivazioni personali». Sì, anche Ashley è un reduce. Lui la mette così: «Nella mia vita c’è un pre e un post Falluja».
Novembre 2004.
«Insieme a Dexter Filkins (giornalista del New York Times e autore di Guerra per sempre, Bruno Mondadori, 2009, ndr), ero embedded con i marines della compagnia Bravo. Un incubo lungo una settimana. Li seguimmo durante tutti i combattimenti, violentissimi. Non so nemmeno come feci a fotografarli mentre avanzavano, e io con loro, strada dopo strada, sotto il fuoco nemico, senza venire ucciso». Il giorno che segna a metà la vita di Ashley è il 15 novembre. Ed è appena iniziato. «Poco prima dell’alba, la battaglia è quasi terminata, un marine mi disse di aver visto il corpo di un combattente iracheno dentro il minareto, a un centinaio di metri dalla nostra postazione. Oltre la linea del fronte. Decisi di andare a fotografarlo: non avevo immagini del “nemico” da mandare al giornale e quella era l’occasione. Inoltre potevo dimostrare che ci sparavano addosso dalle moschee. Ma il capitano si rifiutò di lasciarmi andare da solo, imponendo la scorta di una squadra di otto uomini. Decisi di rinunciare al principio per cui non coinvolgo altri nei rischi che affronto per mia scelta e dissi ok, pensando “vado, scatto e torno”. Tempo previsto, pochi minuti».

«Davanti a me, due marines: Miller e Dominguez. Dietro, Dexter. Poi gli altri, di copertura. Si va. Di corsa, fino alla moschea. Entriamo. Silenzio, sembra vuota. Tutto tranquillo. Ma all’ingresso del minareto Dominguez è categorico: vanno prima lui e Miller. Su per le scale, allora. Al buio, io dietro loro due. All’improvviso, gli spari. Una raffica, poi un’altra e un’altra ancora. Tutto succede velocemente. Dominguez che urla. “Run, run, run”. Io che cado all’indietro e intanto mi sento completamente bagnato. Liquido caldo, ovunque: sui jeans, sull’elmetto, sulla macchina fotografica. Rotolo giù per le scale. Poi fuori, alla luce. Scopro di essere coperto di sangue. È il sangue di Miller. Cazzo. Arriva Dominguez. E io mi metto a piangere, a urlare, mentre corro verso la nostra postazione tra gli spari, desiderando solo di essere colpito. Di morire come è morto Miller. Per colpa mia e di quella fottutissima fotografia che dovevo, volevo scattare».
«Ci radunammo con gli altri e contammo due marines feriti nel tentativo di recuperare il corpo di Miller. Gli iracheni che lo avevano ucciso erano nel minareto per lo stesso motivo: portare via il compagno morto. Ecco come andò». Ashley prende fiato, gli occhi chiari illuminano un sorriso triste. Inutile fare domande. Il suo racconto continua. Così: «Una battaglia finisce quando l’ultimo colpo viene esploso, e l’ultimo uomo muore. Nel caso di Falluja, la battaglia per me non finirà mai. Molti altri sono morti dopo Miller, ma per me lui fu l’ultimo. La mia vita dopo non è più stata la stessa. Non riuscivo a non sentirmi in colpa: avevo tradito i marines, il giornale e anche il mio codice etico. Dopo un anno sono tornato in Iraq, ma nel frattempo ero diventato più suscettibile, anche violento, e bevevo tanto». Il “dopo Falluja” per Ashley è a New York, dove vive con Joanna e il figlio nato nel 2009. «Sono al terzo psicologo. Ma più della terapia è la famiglia ad aiutarmi, a farmi stare bene. E sì, anche la decisione di dedicare parte del mio lavoro alle conseguenze della guerra. Mi sento responsabile, pur non avendo premuto il grilletto. Non ho ammazzato. Ma a Miller, che è morto per salvarmi ci penso ogni giorno».
«La cosa più dura del rientro a casa? Quando scopri che a nessuno importa molto di quel che è successo laggiù, in Iraq. Conta di più lo shopping natalizio, la cena da preparare, cose così. La normalità diventa un’impresa, e reintegrarsi è difficile. Mi è tornato in mente il profugo kosovaro che avevo incontrato tanti anni prima in Australia. Gli avevo chiesto se non lo facesse incazzare il fatto che nessuno sembrava curarsi davvero della sua, della loro situazione. Quello mi guardò dritto in faccia e rispose: “Certo che sono incazzato, ma so che in realtà cercavo proprio questo: la libertà, compresa quella di non contare nulla”. Oggi non mi lamento di quel che ho passato. Sono vivo e sto bene. Conosco soldati, ma anche fotografi e giornalisti che hanno vissuto situazioni simili o peggiori. E iracheni, afgani che subiscono ogni giorno l’orrore della guerra». Empatia, condivisione. Poi scopri che la storia di Ashley arriva ancora più da lontano e sembra tuffarsi direttamente nell’emergenza dell’attualità americana dei reduci.

«Sai cosa signigfica la bandiera esposta al contrario?». «No...». «Significa: siamo in un mare di guai, venite a salvarci ché non sappiamo come cazzo salvarci da soli».(dal film Nella valle di Elah, 2007)

A proposito di Ptsd. Un altro esempio porta nome, cognome e grado del sergente Keith Nowicki. Due anni fa viene fatto rientrare in anticipo dal suo secondo “turno” in Iraq e per curarlo gli prescrivono un anno di trattamento al Warrior Transition Unit di Fort Carson, Colorado Springs. Lì però finisce ad accumulare solitudine, farmaci, alcol e il divorzio. Nel marzo 2009, un mese prima di uscire, Keith Nowicki si suicida mentre è al telefono con l’ex moglie. Il Colorado, già segnato sulla mappa per i crimini commessi al rientro a casa dai Lethal Warriors della 4ª Divisione fanteria della 4ª Brigata, guadagna posizioni nella triste classifica dei suicidi americani. Altri reduci. E le conseguenze della guerra. A ritroso nel tempo e nell’immaginario. Vietnam, Corea, Seconda guerra mondiale. Dal colpo di pistola che il protagonista del racconto di J.D. Salinger (“Un giorno ideale per i pescibanana”) si spara nella tempia destra. Fino alla storia autentica che riguarda ancora Ashley. «Mio nonno combatté in Papa Nuova Guinea, insieme al suo migliore amico. Caddero entrambi in un’imboscata, mio nonno fu l’unico sopravvissuto. Il suo amico fu ucciso da un cecchino. Tornato a casa, il nonno non volle più parlarne. Soffriva di Ptsd, mia madre e il resto della famiglia interruppero le relazioni con lui. Io nemmeno sapevo che esistesse, finché lo scoprii e volli incontrarlo. Ma lui nel 1995, a 70 anni, si uccise». Fine. Aprile 2010. New York fuori, le parole di Ashley dentro: «Ecco, credo di poter dire che lui fu una delle ragioni per cui iniziai a fotografare».