NUOVE EROINE
(D La Repubblica delle Donne, agosto 2008)
“L'acqua è libertà, non fa differenze. E poi con l'acqua io ci parlo, mi confido, la sfido". Il sorriso inizia prima che finiscano le parole, illumina il viso incorniciato dai capelli biondi, buttati indietro a sbuffi. E gesti. Gli stessi che Immacolata Cerasuolo - ma per tutti è Imma - ammortizza tra un braccio che funziona e l'altro, più piccolo e sottile, che sta dove lei lo pone. Accostato al suo corpo da atleta. Anzi, da nuotatrice. Perché Imma, 28 anni, da sola vale un esempio, una storia. "Casa, piscina, scuola, piscina, casa: la mia vita da quand'ero ragazzina e mi chiamavano "la vichinga" perché non mollavo mai". Fino a un tardo pomeriggio di maggio, nove anni fa: casa, piscina, scuola, piscina. Stop. Incidente. La moto guidata dal fidanzato di allora. Il volo che non è un tuffo, ma lo schianto causato dall'auto che non ha dato precedenza. Uno spigolo di asfalto e cemento che le frantuma la spalla. Ospedale, visite specializzate. Poi, l'operazione per salvare il braccio, che rimane lì. Morto, però. "Rottura del plesso brachiale, ovvero la centralina nervosa che decide i movimenti dell'arto", ricorda Imma. "Tornai in acqua appena possibile e decisi di tesserarmi per le gare dei disabili. Imparai a fare tutto con il braccio sano. Il sinistro. Scrivere, mangiare, vestirmi. Certo, anche nuotare. Ma non ce l'ho mai avuta con nessuno. Credo che le cose che ti succedono siano occasioni per riuscire a migliorarti". Pausa, i grandi occhi verdi spalancati senza aspettare il sorriso. "E per innamorarti davvero della vita". Tutto questo e molto di più è la nuotatrice napoletana che alla Paralimpiade di Atene ha vinto due medaglie (oro e argento) e al ritorno si è sposata con Antonio, "ma dopo Pechino voglio un figlio". Imma, che per vincere si allena dieci, undici volte a settimana, "con il mio fratello di sport, sparring-partner normodotato: Luca Baggio, campione europeo juniores sui 1.500". Imma e la famiglia ("mamma e papà mi seguono ovunque"), l'amicizia ("conta più dei soldi, più di tutto"), il lavoro ("insegno grafica in un istituto superiore") e il suo allenatore: "Enzo (Allocco, ndr) è una persona speciale, subito dopo l'incidente chiesi di lui, prima di chiunque altro"). Imma e l'Italia. "Siamo indietro, l'accessibilità è un problema non risolto, spesso nemmeno affrontato, nell'ultima campagna elettorale nessuno ha parlato dei disabili". Imma e i viaggi: "Una mia passione, in Polinesia ho nuotato con i delfini, felicità totale, ma va bene anche il Sudafrica: ci sono ovunque rampe e porte automatiche e hai la sensazione che siamo davvero tutti uguali". Come in acqua. Quella di una piscina, per esempio. Dove "trovare il silenzio, rilassarsi e diventare di buon umore anche se sei arrabbiata". Parole di Cecilia Camellini: 16 anni e più di una speranza per il podio. "Nei 50 e 100 metri stile libero, anche se preferisco le gare lunghe, hai tempo di lasciare andare i pensieri al ritmo delle bracciate, sentirti". Lei non vede, dalla nascita. Ma nell'acqua "sente", da quando aveva tre anni. "Mio fratello faceva un corso e i miei portarono anche me. Mi piacque tanto. Così a sei anni entrai in vasca grande". E da allora non ha più smesso. Bracciata dopo bracciata, seguendo i consigli di Ettore Pacini, allenatore che ha scoperto tanti, disabili, non vedenti: "Ragazze e ragazzi che diventano atleti eccezionali, ma soprattutto escono di casa, si impegnano, vivono lo sport con gioia infinita", spiega lui. Un maestro. Tre anni fa a bordo vasca gli è subentrato Gianni Pala, che ora manovra il tapper, l'asta con in cima una pallina di gomma utile ad avvisare Cecilia dell'imminenza della virata. "In attesa della realizzazione di un dispositivo subacqueo con cui darle istruzioni via radio: così potrà gareggiare con i normodotati". Il futuro di Cecilia, che intanto parla di sogni: "Se ce l'ha fatta lei allora anch'io potrei, ecco cosa vorrei che pensassero gli altri leggendo, guardando, sapendo di me". Cecilia e la scuola, intanto ("sono secchiona, lo ammetto, faccio il liceo classico e vado pure bene"), la musica ("pianoforte, ma ho mollato un po'"), gli altri sport ("equitazione, sci"). E poi la dichiarazione che mamma Antonella, sempre al suo fianco, ci affida: una lettera scritta con la voce ammorbidita dall'accento emiliano. "Vorrei esprimere questo mio ringraziamento alla dolcezza, alla tenacia di Cecilia". D'un fiato arriva il resto. "Non avrei potuto desiderare una figlia diversa da lei, che conosce i suoi limiti e, ovvio, sa che non può superarli, ma si sfida continuamente". Come fa Francesca Secci, 18 anni, sarda, 100 e 400 stile, più i 100 farfalla. "Il mio tuffo di partenza? L'ho già dovuto cambiare un mucchio di volte. Sai, è difficile con una gamba sola". Ride Francesca, nata con una malformazione e ora detentrice del record europeo, "ma a Pechino non basta: c'è Natalie Du Toit, sudafricana, che si è qualificata (prima disabile a riuscirci, ndr) anche all'Olimpiade. Avversaria impossibile, nonostante il mio allenatore ripeta che l'impossibile non esiste". Parole e comportamenti, pezzi di vita e corpi di atlete vere. Vincenti. Maria Poiani: 26 anni, lombarda, non vedente, già in finale (100 stile) a Sydney 2000, poi niente Atene, "avevo quasi smesso, ma in acqua mi sento bene, non penso alle cose brutte. Sono tornata e ora voglio vincere qualcosa. Noi tutte andiamo in Cina per vincere". Ambizioni. E ricordi, di un'altra Paralimpiade: "Andavo in giro per il villaggio con Luca Mazzone, io spingevo la carrozzella, lui mi guidava, a destra, no a sinistra...". Risate. Di vita e libertà. Come dentro l'acqua. Dove finiscono le parole. E rimangono le scie che si formano al passaggio di queste eroine dello sport. Piccole onde. Irregolari, forse. Ma solo se confrontate con le tracce da normodotati. Quelli strani, spesso infelici, senza apparenti limiti e disabilità.



