DREAM CITIES?

Cos'hanno in comune Pablo Escobar, Dolly Parton, l'ex dittatore del Turkmenistan, il Rwanda del genocidio e il disastro nucleare di Chernobyl? La risposta non si declina al passato. Piuttosto è la vita, a bordo dell'ottovolante oppure sulla pista dell'autoscontro. Tra i divertimenti del lunapark, "luogo di osservazione speciale dove si crea una sospensione della realtà", dice Eefje Blankevoort, giornalista olandese e autrice, insieme alla fotografa Anoek Steketee (e ad Arnold van Bruggen, giornalista anche lui) di Dreamcities, progetto che alla fine (dell'anno) diventerà libro. E mostra. Un giro del mondo in tredici amusement park e dieci paesi: "Remarkable places, luoghi colpiti o sfiorati dalla guerra, al limite della democrazia". Iraq, Libano, Cina, Rwanda, Indonesia, Colombia, Turkmenistan, Israele, Palestina. E Stati Uniti. Ma dimenticatevi Coney Island e il Prater di Vienna. Disnelyland e pure Neverland. Alla lista manca piuttosto la Corea del Nord, "inaccessibile, purtroppo". E io ho aggiunto la foto-che-non-c'è, ma di questa si parla alla fine. Remarkable places, dunque. Posti notevoli, per raccontare l'umanità e i dettagli della vita nel lunapark. Per entrare fai la fila e compri il biglietto: "Pagare per un po' di felicità, anche questo li rende speciali", spiega Anoek. La prima volta è stata "una coincidenza". A Duhok, Kurdistan iracheno, 2006. "Ci ritrovammo in questo parco, chiamato Dream City, tra kurdi e soldati americani, sciiti e sunniti, intere famiglie sfollate da Baghdad. Sembravano girare in cerca di una pausa, dalla guerra". Come può succedere con una partita di calcio, con un concerto. Frammenti di pace. La differenza è che gli amusement park sono costruiti apposta, con questo scopo già dentro. Un piccolo mondo in cui tutti tornano bambini e il tempo se lo prendono, ci giocano insieme. Tra montagne russe, tiro a segno, zucchero filato, ruote panoramiche e animali strani: linguaggio universale del divertimento. La seconda volta di Eefje e Anoek arriva a Kigali: lì una donna intraprendente, Sylvie Mukamusoni, aveva ottenuto dal governo il terreno su cui costruire il primo e unico parco dei divertimenti del Rwanda. Soldi prestati dalle banche, macchinari e tecnologia arrivati dalla Cina, precedenza d'impiego a vedove e orfani. "Per dimenticare la guerra e la violenza", dodici anni dopo il genocidio, nasceva Bambino Super City: anche i nomi devono essere eclatanti, le città del sogno fanno sognare. Da lì il viaggio è proseguito, il progetto ha preso forma, è cresciuto e ora diventa anche un po' nostro. Lungo un percorso non solo geografico, ma segnato da scatti di storie tra parole-chiave che scandiscono il tempo. Iniziando dal SOGNO. Quello americano, per esempio, loro l'hanno trovato in Cina. A Guangzhou: una città e sei lunapark. "Ne abbiamo scelti due, uno gestito dallo stato, vecchio e poco spettacolare, l'altro invece privato: lì abbiamo incontrato Lao Zhan Zhou". L'uomo che si è fatto da solo era arrivato dalla campagna, in cerca di lavoro. "Al Chimelong Paradise gli dissero "ok, inventati qualcosa" e allora lui con i risparmi di famiglia ha comprato un serpente, lo esibiva e faceva scattare fotografie a chi pagava. Il piccolo business di Lao funzionava, lui ha restituito i soldi allo zio e rilanciato, comprando una scimmia e poi l'orso. E ora pensa già ad altri animali". Piccola storia, simbolica. Quasi americana, come quella che riguarda l'AMORE. In Tennessee, nell'amusement park creato, gestito e a se stessa intitolato dalla leggendaria cantante country (e attrice) Dolly Parton. "Tra gli addetti, molti anziani ("Meglio stare qui che a casa da soli", ci ripetevano) e tra il pubblico vecchie coppie che girano gli States in camper". Nomadismo della terza età. "Come quello di Billy e Linda, 72 anni lui, 73 lei, sposati da 50 e in VIAGGIO da cinque. "Ci basta stare insieme, siamo felici", sorridevano". Innamorati veri, appunto. Ma tra i lunapark trovi anche i contrasti. Israele e Palestina, Superland e Funland. Sempre di terra si tratta. Attaccamento, religione. E muri. Il primo ("ricco, moderno, con grande varietà di giostre e tanti turisti") è a Rishon LeZion, nella pianura a sud di Tel Aviv, l'altro invece ("un dollaro per entrare, e molte ore e check-point per arrivarci") a Ramallah ("quando è aperto significa che le cose non vanno poi così male"). Quasi pace, e però ODIO. Ancora Iraq: "I kurdi odiano gli arabi iracheni, quando li vedevano arrivare a Dream City li insultavano sottovoce. Noi non capivamo, un uomo ci ha spiegato che era come se nell'estate del 1945 i tedeschi fossero venuti in vacanza sulle spiagge olandesi". Guerra e passato. Come tra i RICORDI di Joey, trentenne libanese: "Bambino a Beirut negli anni di guerra: per farlo studiare il nonno gli prometteva che l'avrebbe portato al lunapark, quello con la grande ruota sulla corniche. Ma quando finalmente ci andarono era chiuso, troppe bombe, e allora cercarono il proprietario, a cui il nonno raccontò la promessa. Quello capì, sorrise e aprì le giostre solo per loro. Tutto acceso per il piccolo Joey, che oggi torna lì a spiegare la storia ai figli". Prove di pace e riunioni di famiglia negli amusement park. Dove la SPERANZA si chiama John e ha 27 anni. "È l'addetto alle luci di Bambino Super City: nel 1994 gli uccisero i genitori, e con tre dei suoi fratelli riuscì a scappare nella foresta, dove rimasero nascosti per mesi. Quando ne uscirono non avevano più nulla: niente casa, niente famiglia. Arrivarono in qualche modo a Kigali, per provare a cercare una nuova vita, magari un futuro. John l'ha trovato, ed è già diventato marito, padre. Anche grazie al lavoro nel lunapark". Poi, c'è la FOLLA: "Quella più impressionante? Al Dunia Fantasi di Giakarta: nonostante il prezzo del biglietto, equivalente di 15 dollari che lì sono un sacco di soldi, fanno la fila per entrare. Arrivano da tutta l'Indonesia e ci stanno giornate intere". Nel parco a tema, tra scienza, tecnologia, e Anoek alla ricerca di una prospettiva diversa. Umana. Capace di produrre scambio, empatia. "Le persone volevano fotografare noi, come se fossimo un'attrazione, un altro gioco". Macchina fotografica e block notes al posto del tunnel degli orrori e del toboga. Giochi, sorrisi. Simboli e ICONE. A Bogotà il lunapark ha il nome dell'eroe locale (Jaime Duque, pioniere dell'aviazione) che all'inizio degli anni Ottanta decise di creare un parco dei divertimenti esagerato, per stupire e divertire la sua gente. "Sembra di stare in un racconto di García Márquez. C'è di tutto. Perfino una replica del Taj Mahal, dove Jaime Duque andò a vivere insieme alla moglie, che a un certo punto fu rapita dalle Farc e tenuta in ostaggio per otto mesi. Dalla morte del marito, avvenuta tre anni fa, è lei a gestire il parco". Ancora Colombia, Puerto Triunfo: i terreni confiscati agli eredi di Pablo Escobar sono stati trasformati in un amusement park dove "ogni cosa è attrazione: pista d'atterraggio, casa-museo e zoosafari, con gli animali esotici importati dal celebre narcotrafficante". Il PASSATO ritorna, o forse non va mai via. Vallo a spiegare in Turkmenistan, dove il dittatore Saparmurad Niyazov, l'uomo che volle farsi Turkmenbashi, ovvero il "padre di tutti i turkmeni", prima di morire (2006) volle in proprio onore anche il lunapark della capitale Ashgabat. "Lì lo venerano ancora, e le persone erano riluttanti a parlare con noi. Foto sì, interviste no. Tranne un tipo, ubriaco, che paragonava il suo paese dominato dalla dittatura alla fattoria degli animali". Orwell e luoghi da cui fuggire, ma non si può. Il parco diventa recinto che intrattiene. E non rassicura più. FINE. Poi, però, c'è il dopo. Io l'ho incontrato a Pripyat, la città dei lavoratori della centrale di Chernobyl che fu evacuata, abbandonata, svuotata: da 47mila abitanti a zero, in 72 ore. Il cadavere del reattore quattro, sepolto dentro la copertura che tutti chiamano sarcofago, è a una manciata di chilometri. A sud est. Quel che è rimasto qui invece è il SILENZIO. Interrotto da rumori di porte e finestre che sbattono, a isolati di distanza. Tra palazzoni sovietici con dentro i rimasugli di quanto vissuto e poi lasciato da uomini, donne, bambini convinti di partire per qualche settimana. Invece era per sempre. Ventiquattro anni dopo, in questa moderna Pompei i giardini sono foreste che assediano le strade. Deserte. E nella grande piazza le insegne sono spente. MORTE. Radici malate di alberi colorati di rosso rompono l'asfalto. Un fruscio all'improvviso segnala il passaggio di un branco di cani. Neri. Oltre, un bosco e la radura che scopro essere stata stadio soltanto salendo i resti di cemento delle gradinate. Ma la vera cartolina del disastro nucleare è il punto più radioattivo di Pripyat, me l'ha ricordato il dosimetro. Numeri impazziti e bip insistenti. Inquietanti. Dove? Tra l'autoscontro e la ruota panoramica, nel lunapark fantasma della città muta. La foto-che-non-c'è è una giostra contaminata. PS - Alla fondamentale domanda sull'attrazione preferita Eefje, 31 anni, risponde: "L'autoscontro. A Beirut ci andava anche la più dura e velata militante di Hezbollah. Scontrarci in pista è stato il modo migliore per convincerla a farsi intervistare". Anoek, 35 anni: "La ruota panoramica, ma a Giakarta non riuscivo a scendere: a causa della pioggia i freni non funzionavano".