DUE CHAPATI PER VOLTA
(una storia di cibo e dittatura, in Birmania)
(SlowFood magazine)
«E poi, vi consiglio di ordinare due chapati a testac». Il cameriere pone fine così, con un sorriso, alla lunga trattativa resa necessaria dalla scelta tra antipasti e contorni, carni più o meno speziate e cotte al forno, marinate, verdure piccanti, riso basmati oppure bianco. Risolta anche la vicenda delle bevande - acqua no, che stasera si festeggia: birra gelata, please! – per questa cena al ristorante indiano di via Lambertenghi, zona nord ovest di Milano. La doppia ordinazione della sottile sfoglia che introduce e accompagna il pasto, non soltanto in India, ci ha fatto chiudere il menù spesso come un libro, spingendoci allfimprovviso dentro un vortice intenso di ricordi. Roba che risale a tre anni fa, quando conobbi la donna che ora siede davanti a me. Eynav. Occhi chiari dentro cui perdersi e una cascata di riccioli neri su quel sorriso che riesce a risultare dolce perfino nella fototessera del suo passaporto israeliano. Anche tre anni fa di questi tempi eravamo a cena insieme, ma dallfaltra parte del mondo. A Mandalay. E con noi cfera Richardc
In quei giorni di primavera inoltrata Eynav fumava, leggeva e prendeva il sole. A pochi metri da me sul terrazzo del Nylon Hotel dove si affacciavano le stanze più economiche a disposizione per i viaggiatori squattrinati dispersi in Birmania. Era un pof il nostro giardino privato, ché in assenza di altri clienti disponibili a farsi arrostire lassù ci sembrava pure di godere di un privilegio. Che durava da settimane, oltretutto. Perché tra partenze e ritorni eravamo arrivati a consumare quasi per intero il periodo di permanenza stabilito dal visto turistico per il Myanmar, come la giunta militare aveva deciso di soprannominare il Paese che sulla mappa ha la forma di pappagallo schiacciato tra Bangladesh e India da una parte, Cina, Laos e Thailandia dallfaltra. E il mare delle Andamanne sotto. Nome a parte, quello birmano era (e resta, tre anni dopo) uno dei regimi più oppressivi del mondo. Almeno da quando i militari avevano sconfessato il risultato delle elezioni sopprimendo nel sangue lfaffermazione della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyii, la leader che, per la scelta della non violenza, vinse nel 1991 il Premio Nobel per la pace. Nulla di tutto questo poteva essere discusso in presenza di qualsiasi cittadino birmano: anche per questo motivo il terrazzo del Nylon Hotel risultava essere unfoasi di tranquillità, ingombra da mappe, guide e appunti da cui avremmo estratto le nostre nuove destinazioni. Per la prima volta separate, dal giorno di un casuale incontro in fila per il visto allfambasciata birmana di Bangkok, un mese prima. Eynav stava per dirigersi a nord, verso l'incrocio di valli alle pendici della catena himalayana, io invece ero pronto a tornare a Rangoon, in tempo utile per intervistare Aung San Suu Kyi. Roba di cui poter parlare liberamente soltanto sul terrazzo del Nylon Hotel. Oppure al ristorante di Richard, dopo lforario di chiusura.
A Milano la primavera inoltrata offre lfennesima serata di pioggia, come quella dellfaltroieri, quando Eynav ha interrotto il lento ma regolare flusso di informazioni via email che ci teneva in contatto. Mi ha annunciato lfinattesa visita con una telefonata in cui sembrava sorpresa quanto me. Perché non ce lo siamo detti, ma lfidea è, anzi era quella di entrare poco alla volta nei discorsi e nei ricordi, riassumendo trentasei mesi di vita spalmati dellfimpasto agrodolce di vita, gioie e sofferenze comprese. Senza nostalgie inutili, questo ce lferavamo detto. Entrambi volevamo arrivare al punto con la segreta speranza di scoprire di saperne un pof meno lfuno dellfaltra. Intenzioni, appunto: perché poi il ritardo del volo da Londra, gli abbracci, i sorrisi silenziosi e la scelta forzata del ristorante hanno smontato parte del piano. Lfunico locale aperto in zona dopo le undici di sera qui è glfindianoh. E ci siamo ritrovati così a sfogliare con occhi distratti il menù che pare un libro e a condurre la trattativa sulle ordinazioni con il cameriere, fino alla battuta che voleva essere un suggerimento, un consiglio dato chissà quante altre volte ai clienti del ristorante. A quel «c due chapati per volta» ogni piano è saltato, non ci siamo nemmeno accorti che quello era tornato con le birre e ci siamo pure dimenticati di aver brindato come automi, occhi incollati uno addosso allfaltra e il ricordo che diventa un vortice in cui precipiti con le vertigini che risalgono gambe e stomaco avvolgendo il cuore e spingendo con la forza di mille domande. Non soltanto a proposito del locale di Mandalay dove Richard promuoveva lfordinazione di chapati con lo stesso sorriso amichevole dellfignaro cameriere di questa sera.
Perché era e rimane lui il fuoriclasse del chapati: farina atta, burro che in realtà di chiama ghee, oltre a sale e acqua calda, fino a produrre una pasta da lavorare e ridurre prima in palline e poi in dischi che, cotti in padella, diventano sfoglie croccanti e intanto morbide. La specialità del Marie-Minh Restaurant, insomma. Una stanza più la cucina, cinque tavoli e lfinsegna discreta sulla strada allfombra della fortezza di Mandalay: Richard era il simpatico anfitrione di questo ristorante in cui lfanziana madre dettava legge e pure il nome, tanto per spiegare la serietà devota con cui lfintera famiglia interpretava il cattolicesimo. «Meglio ordinare subito due chapati a testa». Dopo la prima volta, che era valsa la conoscenza reciproca, Richard ci accoglieva così. Il sorriso largo a sormontare una trentina d'anni moltiplicati per novanta chili e suddivisi lungo il metro e ottanta che lo rendevano un'eccezione alla regola birmana del fisico minuto e delle altezze contenute. Ma non era la sola anomalia di quello che dopo una sola settimana in città si era trasformato in un amico per me e per Eynav, oltre che un punto di riferimento prezioso nella confusa e insidiosa mappa alimentare birmana. Avvolto dentro una camicia leggera, rigorosamente bianca, con il tradizionale longyi indossato come fosse una gonna, riunita sul fianco con un nodo come da usanza maschile, Richard aspettava lfuscita dellfultimo cliente per chiudere la porta sul vicolo e iniziare a raccontarsi. Un paio di chapati a testa, birre gelate: partiva così il percorso orale tra storie e risate che seguivamo fino a notte inoltrata.
Le origini del padre di Richard risalivano la corrente di famiglia per tre generazioni saltellando tra India e Sri Lanka, mentre quelle di mamma Marie-Minh erano arrampicate sui bordi scoscesi del matrimonio con cui un militare britannico aveva scelto di condividere la propria vita insieme a una donna birmana, di etnia karen. Il risultato stava davanti a noi in quei grandi occhi neri addolciti da unfespressione bonaria, quasi a rassicurare sulla massiccia corporatura, che ci salutava con un abbraccio pudico e discreto, sotto gli sguardi silenziosi e curiosi di mamma e sorella. Persino loro erano però escluse dalla stanza quando Richard decideva di mostrarci il glibroh. Non il menù, che per quello era bastata una pagina plastificata – pur replicata nelle otto lingue frequentate da Richard: inglese, tedesco, giapponese, francese, italiano, spagnolo, ebraico e olandese – in cui si confondevano pietanze indiane, birmane e compromessi alimentari a beneficio dei viaggiatori. Chapati ,ovvio. Ma anche zuppe di zucca e salse melanzana, papadum e curry, lassi, con yoghurt alla fragola, muesli e pasticci di patate, frittelle. Mischiando colazioni, pranzi e finanche cene. No, gil libroh era una serie di quadernoni a quadretti, pinzati insieme, in cui Richard aveva raccolto testimonianze e dediche, ma pure informazioni preziose da parte dei viaggiatori di passaggio, sulle zone del Paese a lui ancora sconosciute. Lo potevi consultare soltanto dopo un attento esame, non soltanto per motivi personali come allfinizio pensavamo di aver capito, ma perché in presenza di un militare, un poliziotto o anche semplicemente un suo concittadino Richard era pronto a negare la stessa esistenza di quelli che chiamava gi quaderni dei viaggiatorih. «Ci sono informatori ovunque, qui a Mandalay», si giustificava quando nella sala del Marie Minh era rimasto solo con noi e bastava uno sguardo alla seconda parte di quei quaderni diventati gil libroh per capire che non si trattava di precauzioni eccessive. Erano pagine trasformate in collezione di istantanee che ritraevano volti birmani di ogni età, «Gli amici che non ho più c», sospirava Richard con una luce negli occhi così diversa e intanto così riconducibile allfaffabile sorriso con cui invitava a «ordinare due chapati per voltac». Gli gamicih della galleria erano desaparecidosbirmani: militanti politici e semplici conoscenti, vicini di casa e abitanti di villaggi lontani, uomini e donne, spesso anche ragazzi. Tutti arrestati per motivi allfapparenza futili: dal semplice sospetto di aderire alla Lega Nazionale per la Democrazia, alla detenzione di libri e giornali stranieri, o anche solo di un fax, ma cfera pure chi si era beccato anni di galera per aver fatto una battuta ironica sui militari. Non ci sembrava possibile.
E invece era così. Ma non avevamo voluto credere nemmeno alla notizia che in quella galleria cfera anche lui. Richard. Il nostro amico. Se lferano preso una mattina allfalba. Pochi giorni dopo che entrambi avevamo lasciato Mandalay, ma la notizia ci era arrivata solo mesi dopo, tramite unfamica di Marie-Minh. «Non avevano mai smesso di controllarlo». Eynav è di fronte a me, ma la sua voce sembra arrivare da lontano. «Lo sai, lfavevano accusato di cospirazione e condannato a tre anni di lavori forzati, qualcuno tra i viaggiatori del Nylon mi ha poi raccontato di averlo visto in catene su una delle nuove strade in costruzione nel nord. Era dimagrito tantissimo...». La voce di Eynav sembra ripassare una parte che conosco a memoria. Ci siamo scritti per mesi, in attesa di un segnale, una notizia positiva. Ci siamo promessi che saremmo tornati in Birmania solo dopo la sua liberazione.
Il cestino con i nostri chapati è lì sul tavolo, in mezzo a un silenzio pieno di punti interrogativi. Come se in una manciata di minuti i nostri tempi, le nostre vite si fossero catapultate allfindietro cercando di riassumere viaggi ed emozioni, abbracci lunghi notti intere e tutto il resto che ha occupato le nostre esistenze nomadi, disperse tra Haifa, Milano e decine di altre città. Come se tutto questo fosse stato cancellato, anzi raso al suolo dallfattesa, già troppe volte consumata in spasmodiche ricerche di informazioni e mail impegnate a fare il giro del mondo al posto nostro. Alla liberazione di Richard, in certi momenti, non parevano credere nemmeno le preghiere di mamma Marie Minh. Eynav sposta le bottiglie di birra, allontana i piatti con i resti della nostra cena e piazza sul tavolo gil libroh. I militari lo avevano cercato per giorni, senza sapere che – quasi fosse un presagio dellfarresto – Richard aveva affidato a lei i suoi preziosi gquaderni dei viaggiatorih. Mi tuffo tra le pagine stropicciate a quadretti, vegliato dagli occhi chiari e sorridenti di Eynav. Ripasso freneticamente note e informazioni scritte sulle pagine a quadretti, scorro la galleria fotografica risultata così utile ad Amnesty International nellfultima campagna per la difesa dei diritti umani in Birmania. Sento quasi di dover prendere fiato quando ritrovo lo sguardo di Richard nellfultima foto. «Meglio ordinare due chapati per voltac». Una dedica, la firma e la data di tre anni fa. Appena più sotto, riconosco la calligrafia di Eynav e leggo unfaltra data. Tre giorni fa. Fisso ancora la parola scritta sotto, con il cuore che batte sempre più veloce: L-I-B-E-R-O. «Lfhanno rilasciato, sta bene. E ci aspetta a Mandalayc». Alzo gli occhi e guardo i biglietti aerei che Eynav tiene in mano. «Domattina. Si parte domattinac».



