CONTRO CALCIO (IN BURKINA FASO)
(GQ, aprile 2005)


Nel cuore dell’africa più nera (e povera) il pallone diventa solidale. Porta sogni e sorrisi (ma anche acqua e risorse) a un villaggio dove vivere è difficile.  E giocare è da campioni veri...
Il campo è proprio accanto alla piazza principale. Anzi, è difficile dire dove finisca uno e inizi l’altra. Perché a Tanghin Dassouri, villaggio distante una trentina di chilometri di strada asfaltata e qualche centinaio di metri di sterrato da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, campo e piazza occupano lo stesso spiazzo di terra riarsa dal sole e disseminata di buche. Incerte linee bianche delimitano il rettangolo di gioco, con sottili tubi ricurvi a disegnare le due porte. La piazza è tutto quello che resta, meglio se all’ombra del gigantesco albero di baobab e di quelli di mango che lo circondano. Sullo sfondo, polvere e sabbia confondono i contorni di case e baracche. Nel mezzo, la curiosità di decine di bambini con occhi sgranati e sorrisi timidi, i capannelli  in cui si radunano le chiacchiere degli adulti. Ma soprattutto una povertà diffusa, che sembra di poterla annusare e toccare. Alle quattro del pomeriggio inizia a fare un po’ meno caldo e la piazza diventa campo d’allenamento per la squadra di calcio locale (Union Sportive Tanghin Dassouri) che si prepara ad affrontare il  primo campionato ufficiale della sua storia (serie C, da settembre, ma prima c’è da giocare la Coppa). Intanto sono arrivate le divise ufficiali: maglia arancione con maniche azzurre, calzoncini neri e calzettoni arancioni.
Calcio no profit
«Abbiamo appena avuto le concessioni: a giorni inizieranno i lavori per la costruzione di un vero campo da gioco, completo di spogliatoi, e un piccolo edificio che ospiterà la mensa e la scuola», ci racconta l’unica faccia bianca presente (oltre alle nostre). È quella di Stefano Braghin, 38 anni e una discreta esperienza professionale nel mondo del pallone italiano: responsabile marketing di una nota azienda di abbigliamento sportivo, ha anche rivestito incarichi dirigenziali tra i dilettanti, poi al Genoa e al Pisa. «Ma è qui che vedo il calcio vero, quello che non puoi non amare: venni in Burkina nel 1998 per la Coppa d’Africa e da allora ho cercato di trovare il modo per aiutare questa gente. Con il calcio». Il modo trovato da Stefano è questo progetto che abbiamo deciso di seguire, raccontare e intanto sostenere.  «Proviamo a usare il pallone con finalità no profit», riassume Braghin. Insieme all’amico Ibrahim Congo, che vive e lavora a Ouagà (come tutti qui abbreviano il nome della capitale) ha fondato un’associazione per gestire la squadra del villaggio. «Ma da settembre, completati i lavori, partirà l’attività più importante: una scuola calcio. I ragazzi selezionati, una trentina in tutto, saranno seguiti da un allenatore, due professori e un medico».
Emergenza Africa
In Burkina Faso la mancanza di istruzione e quella di assistenza sanitaria sono problemi drammatici, come quello dell’acqua: ecco perché l’Academie de Football Augusto Daolio sarà dotata di un pozzo che «servirà l’intero villaggio, come le infrastrutture che rimarranno a di-sposizione della comunità locale». Sotto l’albero di baobab, i giocatori si cambiano e Stefano parla di calcio solidale: «Ogni possibile ricavo derivante dalla nostra attività servirà a migliorare le condizioni di vita di questa gente: se verrà fuori un giocatore in grado di affermarsi nel calcio africano o finanche europeo, i proventi della sua eventuale cessione saranno investiti per soddisfare i bisogni del villaggio». Comunità giovane, quella di Tanghin Dassouri: «Tra i 2.600 abitanti, il 57% ha meno di 15 anni», sintetizza in proposito il prefetto, Damien Gampiné. A conferma dei drammatici numeri nazionali. «In Burkina vivono quasi 14 milioni di persone, l’età media è 17 anni, l’aspettativa di vita si ferma a 45 e la percentuale di mortalità infantile è pari al 10%». Malnutrizione, malattie e infezioni (Hiv in testa), ma anche limitate risorse naturali, scarso sviluppo e una posizione geografica disgraziata (nessun accesso al mare, nemmeno al grande fiume Niger, che attraversa i Paesi confinanti) spiegano in parte questi dati. Il resto sta nelle parole dei calciatori vestiti d’arancio e d’azzurro.  «Facciamo qualche lavoro nei campi, quando si riesce. E cerchiamo di darci una mano tra noi», dichiara il capitano, Albert Nana: un metro e novanta di muscoli per 22 anni di età, più una moglie e due bimbi. «Gioco centrale difensivo e sono il punto di riferimento per i miei compagni, in campo e fuori». A lui si rivolge anche l’attaccante più rapido e tecnico della squadra: «Abito a qualche chilometro da Tanghin, siamo otto in famiglia e nessuno lavora». Thomas Kafando, 21 anni e numero 18 sulle spalle, si presenta così. Lo hanno soprannominato “Bakayoko”, nome di un famoso giocatore ivoriano: «Magari fossi come lui», sospira Thomas. «Sono fortunato, perché a ogni allenamento mi offrono da mangiare e qui ci si allena tutti i giorni...». L’occasione della sua vita calcistica poteva essere l’invito «di quell’importante club della capitale». Il provino era andato bene, «ma il calcio in Burkina non paga e i soldi per viaggiare non ce li avevo».
«Qui Ouagà, a voi Tanghin»
La strada che avrebbe dovuto percorrere Thomas è una lunga striscia asfaltata che attraversa scampoli di savana e campi di riso, in mezzo a una polvere che tutto circonda e confonde: effetto dell’harmattan, il vento sabbioso che arriva dal Sahara nella stagione che per noi è inverno e qui invece fa registrare trenta gradi secchi durante il giorno. Una patina nebbiosa ricopre il traffico caotico del centro di Ouagà, in mezzo al quale si muovono veloci i venditori ambulanti che offrono cibo e frutta, ma anche giornali e gomme da masticare, in cambio di pochi spiccioli. Oggi è il giorno di una partita assai speciale: lo spareggio, valido per la Champions africana, tra i campioni in carica dell’ASFA-Y e i congolesi del TP Mazembé ha riempito di tifo lo stadio “4 Agosto”. Nell’impianto, intitolato al giorno della rivoluzione di Sankara e inaugurato per la Coppa d’Africa del ’98, le gradinate sono tatuate con la vernice rossa da slogan a caratteri cubitali. Dalle formule vincenti (“Disciplina + Rigore = Sport Organizzato”) all’equazione (“Violenza negli stadi = Morte dello sport”), semplice oltre che esportabile, verrebbe da dire. I tamburi accompagnano le azioni di una partita corretta come raramente se ne vedono in Italia: nessuna perdita di tempo, zero simulazioni e finale senza drammi, pur deciso ai rigori. Il protagonista è Daouda Compaoré, gigantesco portiere dell’ASFA-Y che ne para tre, prendendosi anche la responsabilità di tirarne (e segnarne) uno.
Il mercato degli “stalloni”
Daouda è nel giro della nazionale, «uno dei pochi tra les etalons (gli stalloni, come vengono chiamati i giocatori del Burkina, ndr) a essere rimasto nel nostro campionato», come ci spiegavano giorni fa negli uffici della Federazione. Al secondo piano di un condominio nel centro di Ouagà, che per arrivarci devi attraversare un cortile dove giace la mascotte della Coppa d’Africa: un pupazzo a forma di pallone diventato monumento e ora ricoperto di polvere, sabbia e ruggine.
«Il nostro problema più grande rimane la formazione tecnica dei giocatori», puntualizzava Salif Kabore, vicepresidente federale, che nella vita fa anche il direttore generale della Società nazionale dell’elettricità.
Ci aveva accolto con modi gentili e formali, ma si era fatto serio ricordando «quelli che voi chiamate procuratori e ogni volta vengono a farci tanti regali, discorsi e promesse, poi però scopriamo che intestano a se stessi i cartellini dei calciatori e si portano via i giovani senza lasciare nulla al nostro calcio, a volte nemmeno alle famiglie». Problema ricorrente nell’Africa del pallone, scoperta e depredata, negli ultimi dieci anni, da quelli che Stefano Braghin non esita a definire «nuovi colonizzatori del calcio, purtroppo parecchi tra loro sono italiani». Ecco perché ha voluto puntualizzare le finalità no profit del suo progetto durante il discorso pronunciato dal podio colorato di rosso e verde (i colori della bandiera nazionale, con la stella gialla nel mezzo) davanti al tendone che risparmiava la torrida calura a politici e generali presenti per l’occasione a Tanghin Dassouri. Per celebrare l’avvio dei lavori della scuola calcio nella piazza-campo si gioca infatti il match tra la squadra locale e una rappresentativa dei villaggi circostanti. Centinaia di persone sono assiepate dietro le linee bianche e sopportano i lunghissimi preliminari. Dalla sfilza di discorsi ufficiali alla parata delle società sportive della regione, passando per gli spettacoli di musica e danza tradizionale. Infine entrano in campo le due compagini guidate dall’arbitro, che lo distingui perché è l’unico in pantaloni lunghi e camicia. Si gioca, e c’è pure la radiocronaca: un paio di malandati altoparlanti diffondono il commento in diretta (e nel dialetto locale) delle azioni. Se ne occupa quello che tutti qui chiamano “l’intrattenitore”. Le riserve stanno accucciate a bordo campo, intorno al frigorifero portatile che contiene blocchi di ghiaccio e sacchetti di plastica pieni d’acqua, unico antidoto a sete e infortuni. Il migliore in campo, anche secondo “l’intrattenitore”, è il numero 10 del Tanghin. Quello che ieri siamo andati a trovare nella casa di fango e argilla dove vive con la sua famiglia. «Siamo fortunati, perché manca l’acqua ma è arrivata da pochi giorni l’elettricità e gli altri del villaggio vengono da noi a vedere la tv», ci diceva Seydou Wouango. Vent’anni e una stanza in cui, sotto il tetto di lamiera, c’è appena lo spazio per il letto e i muri tappezzati con le foto dei suoi idoli: Eto’o e Zidane, Khaled e Mandela. «C’era pure Sankara, ma si deve essere staccato...». Seydou si muove bene tra le linee, che qui vuol dire districarsi tra gobbe e avvallamenti del terreno, evitando calci e spinte e pure il pollo che a un certo punto decide di invadere il campo e sembra poter finire vittima di un contrasto. Invece se la cava, grazie all’intervento del numero 6: Albert, il capitano con due bimbi da sfamare, rilancia teso e preciso verso l’area avversaria. In tempo per il “taglio” di Thomas “Bakayoko”, che punta il portiere e poi lo salta con un tocco leggero. La palla si insacca dolcemente nella rete colorata che all’ultimo momento qualcuno ha recuperato prima che iniziasse la partita. GOL!
Nella piazza, che è anche il campo di Tanghin Dassouri, può iniziare la festa.

 

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