Bosnia 2.0
Sono i teenager di Mostar, Tuzla e Sarajevo. Nati durante la guerra, senza colpe, né ricordi. Ma senza nemmeno sapere che qualcuno aveva già rubato loro il futuro
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"Siamo tanti in questa stanza dove c'è un elefante rosa, ma quasi tutti i presenti provano a far finta di nulla". La stanza è la Bosnia-Erzegovina, l'elefante rosa rappresenta l'eredità della guerra. E Sabina Cehajic, 29enne docente di Psicologia politica e sociale all'università di Sarajevo, sceglie di spiegare così il presente. "Perché siamo tutti in qualche modo responsabili di ciò che è accaduto. E se non sapremo confrontarci sul passato non avremo futuro, ma soprattutto non ne potremo offrire uno ai nostri ragazzi". A cominciare da quelli nati durante la guerra (tra il '92 e il '95). Senza colpe e senza memoria. "Non esistono numeri e statistiche, né progetti istituzionali dedicati a questa generazione", ammette la professoressa Cehajic. "Non riusciamo a metterci d'accordo sul numero dei morti, figurarsi su quello dei vivi". Inizia così questo viaggio incontro alle storie dei teenager bosniaci che vivono con la pace, loro coetanea. Adna, per esempio, nata 17 anni fa in una famiglia musulmana di Tuzla. "Sono fortunata a non avere ricordi di guerra, ma penso che le divisioni appartengano alla generazione dei nostri genitori, non a noi". Parla veloce sotto il sole di fine estate, nel centro della terza città di Bosnia (100 mila abitanti circa), tra ciminiere in vista e una multiculturalità diffusa che qui è anche tradizione politica. I quasi quattordici anni trascorsi dagli "accordi di Dayton" che fermarono il conflitto hanno portato due laghi (salati) artificiali, ma soprattutto una moltitudine di teenager come Adna. Il sabato pomeriggio li incroci nella piazza dove una lapide ricorda una delle tante stragi di Bosnia: 71 civili uccisi (240 i feriti) da un colpo di mortaio, la sera del 25 maggio 1995. Gran parte di loro erano ragazzi: per volere della comunità, furono seppelliti tutti nello stesso prato, senza distinzioni di cognomi o religioni. "Fu un gesto importante, dobbiamo ricordarlo", riflette Sejla. Lei ha quindici anni, da otto suona il violino e i racconti delle bombe li ha ascoltati dal fratello Alen (nato nel 1985) e dai genitori che, come lei, vivono per la musica: Dzevad, coordinatore di una Ong locale, e Jasminka, insegnante, sono una band, oltre che una coppia. Nella casa di questa versione bosniaca degli Abba incontriamo anche Viktorija e Monika. Trentaquattro anni in due, famiglia cattolica, vivono a Zivinice, a pochi chilometri da Tuzla. "Abbiamo sogni e desideri come tutti i teenager del mondo, ma a volte pensiamo che qualcuno ci abbia già rubato il futuro". Parla Viktorija e Monika annuisce, poi ci spiega che spera di andare al Conservatorio di Zagabria per continuare a suonare il piano ("frequento il secondo anno del liceo musicale, con Sejla"), mentre la sorella andrà all'università a "studiare medicina e poi andare via, lontano, magari in Australia". Perché qui le divisioni di un tempo sembrano tornare. "I nostri coetanei musulmani ci evitano", spiega Viktorija. "Ma il problema vero è quello della violenza degli hooligans". Un'altra guerra del football? "Dal sette anni non mi perdo una partita del Velez, in curva ovviamente", risponde Dino, 240 chilometri più a sud. "Qui a Mostar la divisione è netta, calcistica: Velez contro Zrinjski. Anzi, Red Army contro Ultras, roba che nemmeno a Glasgow tra i Rangers, protestanti, e i Celtic, cattolici. Guarda su YouTube se non ci credi". Sedici anni e la tessera Red Army esibita, Dino parla della nuova guerra del football che si combatte tra i teenager. Con il pretesto dell'appartenenza religiosa: bosniaci musulmani (Velez), contro cattolici croati (Zrinjski). Anche lontano dallo stadio. E dallo Stari Most, ricostruito cinque anni fa. Lui è stato "uno degli ultimi a passare, prima che lo distruggessero". In braccio a sua madre. "Vivevamo a ovest, ma essendo musulmani fummo costretti a fuggire, finendo poi in un campo profughi. Papà era già morto e io tornai in città solo nel '99, insieme a una nonna". Sorride fiero mentre ci accompagna a Crna Lalina, il bar-ritrovo della Red Army. "Studio, lavoro e oltre al Velez adoro l'hip hop: con un amico abbiamo fatto il nostro primo pezzo. "Sound of Mostar"". Ci pensa un attimo, poi aggiunge: "La nostra generazione è diversa: siamo più veloci e connessi. Ma soprattutto non vogliamo più farci fregare dalla guerra". Vallo a raccontare a Leon. Gioca a pallamano nella polisportiva Zrinjski, ha 14 anni e vive nella parte croata di Mostar, con fratello, sorella, papà e mamma. "La prima volta che ho visto in tv un reportage sulla guerra ho chiesto: "Davvero è possibile qualcosa del genere?". E ancora oggi mi fanno paura i telegiornali". Leon va a scuola e suona la chitarra, adora i fumetti e da grande vorrebbe che la musica o i disegni, diventassero realtà. "Sogni? Una pace vera, senza violenza per strada". Il sogno di Mustafa è più vicino: ventotto metri sopra la Neretva. "L'estate prossima mi tufferò anch'io dal ponte, come fece mio padre da ragazzo, perché questa è la nostra tradizione". La storia di questo 17enne invece. "Papà era al fronte a combattere e per tre anni nemmeno mi vide: mamma con un documento falso era riuscita a scappare portandomi in Germania. Siamo tornati quando tutto era distrutto, da questa parte del ponte. Molti dei miei amici di Mostar est hanno perso i genitori o qualche parente: li chiamano martiri". Mustafa alza le spalle e cambia discorso, indicandoci la sua scuola. Il Gymnasium è l'edificio giallo affacciato sulla strada che fu linea del fronte. Oggi segna l'invisibile confine che ancora divide. "Qui si dice che ci sono "due scuole sotto lo stesso tetto". Su sei classi tre sono a maggioranza musulmana e le altre a maggioranza cattolica, abbiamo due piani di studio diversi. E proviamo ad andare d'accordo, ma non è facile". Il sogno tedesco di Ajdn Non è facile nemmeno chiamare campo di calcio questo prato alla periferia di Sarajevo. Due porte e una gradinata segnano il territorio, all'ombra della nuova moschea, quella costruita con i soldi indonesiani. "Sogno di giocare nel Bayern Monaco, come il mio idolo, Ribery". Ci accoglie con un sorriso che cuce insieme le parole Ajdn, nato 16 anni fa nel quartiere di Otoka, a ridosso del centro e dentro la guerra. Quel che sa è frutto dei pochi racconti dei genitori, qualche lezione a scuola e rari discorsi tra amici. Per la maggior parte aspiranti calciatori come lui, difensore nell'Olimpik, la terza squadra della città, approdata quest'anno in Premijer Liga, la serie A di Bosnia. "Mi alleno ogni giorno dopo la scuola, poi la sera esco con gli amici, nella città vecchia, la mia parte preferita. Ma spero che il calcio mi porti via da qui". Dipende anche da uno come Samir Mekic: 41 anni, fischietto al collo e l'incarico di coordinatore dei giovani dell'Olimpik, oltre che un passato da professionista. "Nell'Fk Sarajevo, il nostro medico sociale era Karadzic". Poi l'assedio, scatenato proprio da colui che ne aveva curato gli infortuni, allora meglio andar via: ingaggi negli Emirati Arabi, Danimarca e poi Germania, il ritorno a casa e due scudetti con il Bosna, prima di smettere. "Non abbiamo nemmeno gli spogliatoi, ma proviamo a lavorare per il futuro di questi ragazzi, un paio andranno a fare un provino con il Duisburg".Tra loro, Ajdn. Non il Bayern, ma quasi. Nome neutro di ragazza Fuori dal centro di Sarajevo trovi vialoni con palazzi di periferia ai lati. Come quelli che delimitano il quartiere nato dal villaggio olimpico (nel 1984), ultimo esempio di architettura socialista diventato agglomerato residenziale, per scoprirsi poi territorio diviso ed esposto alla guerra. Dobrinja, appunto. Condomini e playground, scuola elementare, negozi e un centro commerciale con le famiglie a passeggio quando è quasi sera. A poche centinaia di metri dall'ingresso del tunnel che passava sotto l'aeroporto garantendo, durante i 43 mesi di assedio, la sopravvivenza: armi, cibo e il passaggio di chi provava a fuggire. "Eravamo pronti ad andarcene insieme a una coppia di nostri amici, anche loro con un figlio piccolo", racconta oggi Muhidin Fulin, 38 anni, tassista. "All'ultimo momento decidemmo di rimanere, ma io e mia moglie Amela ci chiediamo ancora come avrebbe potuto essere la nostra vita lontano da qui. Per noi e per lei". L'uomo ferma le parole, si accende una sigaretta Drina e indica la ragazza bionda che sta per raggiungerci. "L'abbiamo chiamata Arnela perché è un nome che non può essere ricondotto ad alcuna appartenenza religiosa". Muhidin ha combattuto, per difendere città e famiglia: "Ricordo la notte in cui mia moglie doveva partorire: la caricammo su una Golf blindata per attraversare la linea del fronte e arrivare all'ospedale. Ma ero un soldato e dopo un mese fui mandato in montagna. Oggi il mio migliore amico è serbo e so che non ci sarà un'altra guerra, mi preoccupa però il mondo a cui va incontro la generazione di mia figlia". Arnela ascolta, gioca con il cagnolino di famiglia e poi si presenta: "Ho 15 anni e vorrei fare l'attrice o la modella, frequento la scuola d'arte di Sarajevo. Questa città offre di tutto, ma in realtà non trovi nulla. Quel che so della guerra arriva dai discorsi di papà, io non riesco quasi a rendermi conto. Sono cresciuta ascoltando e adorando Michael Jackson, era e rimane il mio idolo. Anche su Facebook". Chi non è certo fan di Jacko è il ragazzo alto e biondo, che si toglie le scarpe e ci invita a sedere sui tappeti stesi davanti all'ingresso della moschea principale della città, Gazi Husrev-Begova. "Credo sia un errore non spiegare ai ragazzi chi sono i nostri nemici che ci hanno massacrato solo perché musulmani". Kemal sta per compiere 18 anni e rivendica il proprio senso di appartenenza "alla madrassa di Sarajevo. Vivo e studio qui da quattro anni: è fantastico, per l'eccellenza del livello di istruzione e per la disciplina, oltre che per la mia fede. Tra un anno potrò accedere a qualsiasi college. Vorrei approfondire gli studi di islamic banking, magari in Malesia, perché voglio laurearmi in qualcosa che possa aiutare la mia gente". Il passato? "Certo che sono arrabbiato con quelli che ci hanno ammazzato e trucidato, ma la mia religione vieta di odiare qualcun altro. La forza di questa città è nella gente che ha saputo sopravvivere e difenderla, hanno tramandato qualcosa di speciale che vale ancora oggi". Da Srebenica ad Harvard Tra passato e presente trovi anche la storia di Belkisa. Oltre il confine urbano, lungo la Kasindolska Ulica, strada di eccidi durante la guerra e oggi collegamento tra Sarajevo e Ilidza. Sobborgo fatto di case nuove a uno o due piani, molte ancora in costruzione: "Ho sedici anni e vivo qui dal '96 con mia madre e due delle mie tre sorelle: prima eravamo rifugiate a Tuzla, veniamo da Srebenica". Le parole che riassumono lutti, tragedia e voglia di vivere in pace arrivano da una ragazza sorridente, con il viso incorniciato dal velo. Siamo seduti nel salotto con la foto in bianco e nero incorniciata e appesa alla parete che ritrae un giovane biondo. Si chiamava Mohammad Sulejmanovic, aveva 35 anni e lavorava come ingegnere nelle miniere d'argento di Srebenica: l'ultima volta che moglie e figlie lo videro fu la mattina in cui le milizie serbo-bosniache iniziarono a rastrellare la popolazione, dividendo donne e bambini dagli oltre ottomila uomini, che furono poi trucidati e sepolti in fosse comuni. Il suo ricordo oggi è un riflesso silenzioso nel racconto di Belkisa. "Sogno di andare ad Harvard ma penso sia difficile per una bosniaca, spero di fare un master in qualche Paese europeo. Per ora, grazie a una borsa di studio frequento la scuola turca di Sarajevo. A Srebenica siamo tornate per la prima volta nel '98, poi cinque anni fa per il funerale. È stato drammatico, tutte quelle bare. Ma noi giovani non ci odiamo più. So che è importante parlare di ciò che è successo, però spesso si fa confusione e io alla politica non credo. Mamma dice che la mia generazione può davvero cambiare questo Paese, se riusciamo a fare la pace con quelli che si sono resi responsabili di quegli orribili crimini contro di noi. Io non penso sia facile, ma voglio almeno provarci". La morale dell'elefante rosa "Capisco perché molti tra i ragazzi non vogliano parlarne, ma la storia dimostra che le guerre qui si sono ripetute proprio perché abbiamo sempre cercato di nascondere cause ed effetti", commenta infine Sabina Cehajic. "Le persone sono traumatizzate, per effetti diretti o indiretti della guerra. Come nel caso dei giovanissimi: possono crescere in maniera apatica e depressa oppure confrontarsi con il trauma, pensarlo come una "sfida" anziché una "minaccia", per crescere come persone migliori. Dobbiamo avviare un confronto tra le diverse generazioni e non possiamo pretendere di vedere un cambiamento nel breve periodo". Con una certezza. "Non abbiamo modelli morali, le generazioni che potrebbero averli prodotti sono state coinvolte nel conflitto". Il futuro dei teenager di Bosnia passa attraverso la visione e il riconoscimento di ciò che può rappresentare un elefante rosa denmtro una stanza affollata.