MADAME ARKAN, REGINA DI BELGRADO
(GQ, gennaio 2004)


Si avvicina ondeggiando sui tacchi alti, stretta in un completo bianco (giacca e pantaloni) che sottolinea le forme del suo corpo. Ceca – nome d’arte scelto da Svetlana Velickovic per diventare la “Madonna dei Balcani” – è bella, di una bellezza eccessiva. Ma anche dotata di un fascino immediato, quasi aggressivo. Ci viene incontro superando  i muscoli e gli sguardi minacciosi delle sue guardie del corpo, che tranquillizza con un cenno, prima di invitarci a seguirla al piano superiore.
Conflitto d’interessi
Siamo nella sede dell’Obilic, la terza squadra di calcio di Belgrado (dopo Partizan e Stella Rossa), nota soprattutto per essere stata condotta (con ogni mezzo) alla conquista del titolo nazionale (1998), dal suo discusso proprietario: Arkan. Nome di battaglia di Zeljko Raznatovic, accusato di crimini di guerra in Croazia e Bosnia all’inizio degli anni Novanta, morto ammazzato nel 2000. Qui a Belgrado, dove, a differenza del resto del mondo, molti lo consideravano un eroe. A cominciare dalla donna che siamo venuti a intervistare: perché oltre a essere la più famosa cantante serba, Ceca è stata sua moglie. E ora, a trent’anni e con due figli, gestisce il piccolo impero ereditato dal marito, quindi anche la società calcistica che porta il nome di un guerriero serbo morto nella storica battaglia del 1389, in Kosovo, contro gli Ottomani. «Sono la prima tifosa dell’Obilic», ci spiega lei. «Ma ho lasciato ogni incarico ufficiale, perché non voglio che i miei guai giudiziari coinvolgano la squadra». Guai nati il 17 marzo  2003, quando la polizia fece irruzione nella sua abitazione, in seguito alle indagini sull’omicidio, avvenuto la settimana prima, del primo ministro serbo, Zoran Djindic. Arrestata con l’accusa di detenzione illegale di armi, Ceca è rimasta in carcere fino a luglio.
«La nostra regina»
La luce entra dalle enormi finestre affacciate sul piccolo stadio di periferia,  illuminando il massiccio (e inquietante) arredamento della stanza. Due armature medievali sorvegliano la scrivania in legno e i mobili su cui le (poche) coppe sono sovrastate da un busto in bronzo di Arkan e da una ricca collezione di spade. Seduta sul divano in pelle, Ceca prova a spiegarci la sua attuale situazione con la giustizia. «La definirei piuttosto un’ingiustizia…», ride sarcastica, accendendosi una sigaretta. Eppure in casa sua la polizia trovò grandi quantitativi di armi. «Non sapevo nemmeno che ci fossero: appartenevano a mio marito». Il tono della sua voce si alza, i suoi occhi marroni sembrano accendersi. «Ho molti ricordi tristi dei mesi trascorsi in carcere, ma ci sono stati anche episodi allegri: un giorno davanti alla mia cella sono passate alcune detenute scortate dai secondini,  che dicevano loro di non voltarsi. Ma una di loro ha riso in faccia alla guardia dicendo: “Come possiamo non guardarla? Lei è Ceca, la nostra regina serba”».
Colpo di fulmine
Nel 1995, il suo matrimonio con Arkan fu celebrato come un evento, tra mitologia e tradizione, cronaca rosa e nazionalismo. «Amo il mio Paese, ma odio profondamente il fascismo, come tutte le odiose derive della politica», taglia corto lei. «Non so se rappresento un simbolo per la Serbia, ma so che la mia vita è piena di tragedie», aggiunge riferendosi all’omicidio del marito, prima ancora che al periodo passato in cella. A proposito, dov’era quando fu assassinato Arkan? «Con lui, all’Hotel Intercontinental. Un minuto prima dell’agguato mi ero alzata per andare a vedere le boutique insieme a mia sorella. Ma ricorderò per sempre quei momenti terribili: lui è morto tra le mie braccia ed è stato come se morisse anche una parte di me». Quando lo aveva conosciuto? «Nel 1993 a Erduc (in Croazia, ndr), dove si festeggiava l’anniversario della fondazione della sua milizia: ero stata invitata a cantare, insieme ad altri colleghi. Un concerto come tanti, pensavo. Non lo avevo mai visto di persona, avevo sentito soltanto storie terribili su di lui. Ma bastò uno sguardo tra noi per capire.   ra l’uomo della mia vita! E oggi posso dire di non essermi mai pentita di essere stata la sua sposa». Cosa provocò quell’improvvisa attrazione? «Era un vero uomo». Fa una pausa,  sembra che voglia aggiungere qualcosa, ma è soltanto un sorriso. Triste eppure forte, quasi di sfida. «Un vero uomo», ripete più lentamente.
Non può vincere nessuno
Vero o no, quest’uomo era considerato un criminale di guerra dal Tribunale per la ex Jugoslavia e dall’opinione pubblica mondiale. «Non mi interessa quello che pensano gli altri», replica Ceca, accendendosi un’altra sigaretta. «Non sono mai stata al fronte, né mio marito avrebbe mai voluto coinvolgermi. D’altronde l’ho conosciuto quando la guerra stava finendo. Ma ho vissuto al suo fianco per più di cinque anni e il nostro era un rapporto sincero, senza segreti. So che la sua giovinezza era stata turbolenta, non me l’ha mai nascosto. Ma questo non gli ha impedito di essere un ottimo padre e un grande marito: mi ha sempre rispettata, come aveva fatto con le mogli precedenti. Era una persona colta, che parlava cinque lingue. Ma, soprattutto, era un grande patriota e un eroe per il suo popolo. I media occidentali hanno voluto demonizzarlo». Tutta una macchinazione, dunque? «È colpa di quella sporca e atroce guerra in cui abbiamo perso tutti». Risponde con un sospiro e verrebbe quasi voglia di crederle. «Perché, alla fine, in guerra nessuno vince. I politici sono stati i veri responsabili della distruzione della Jugoslavia». Condivide la tesi di chi sostiene che proprio i vertici governativi dell’epoca furono i mandanti dell’omicidio? «Sono state fatte molte, troppe speculazioni», ribatte seria. «A me rimane soltanto il rimpianto di non poter invecchiare al suo fianco».
Lontano da qui
Dopo la morte di suo marito, non le è mai venuta la tentazione di abbandonare Belgrado e la Serbia per ricominciare un’altra vita all’estero? «No, almeno fino a poco tempo fa, perché amo troppo questo Paese e questa città. Ma ora, lo ammetto, ho iniziato a pensarci». E, in quel caso, dove andrebbe? «In Spagna o in Grecia, magari in Italia:  dove la gente è in qualche modo simile, caratterialmente, ai serbi». Negli ultimi quindici anni ha cantato, ballato, fatto televisione e cinema, si è interessata di sport e ha anche posato per un calendario: ma qual è la vera Ceca? «Un po’ di tutto questo». Ride, quasi sollevata dall’argomento della domanda. «Ma la musica rimane la mia vocazione principale. La vera Ceca è quella che sta sul palco con il microfono e una grande orchestra, davanti a migliaia di persone». Quale crede che sia il motivo del suo enorme successo in Serbia? «Personalità, carisma e immagine: queste tre cose insieme. Un certo misticismo, come nella tradizione di questo Paese, e poi…». Si scosta i capelli castani dalle spalle, prima di aggiungere: «La mia voce, ecco cosa credo di avere di speciale».
La madonna dei Balcani
Gli artisti croati e bosniaci sono tornati a esibirsi in Serbia, a Belgrado: sarebbe disposta a cantare a Zagabria e a Sarajevo? «No». La risposta questa volta è secca. Perché? «Credo che non sia ancora arrivato il momento, anche se so che anche lì ascoltano le mie canzoni». Ma non teme che, soprattutto nel resto d’Europa, il suo legame con Arkan possa condizionare le reazioni del pubblico? «No, cosa c’entra la musica con la politica e con quello che è successo a mio marito?». Domande a cui lei stessa sembra voler rispondere. «Le mie sono canzoni d’amore, in cui tutti possono riconoscersi: la politica non è mai entrata nei miei testi». Lei è stata soprannominata la “Madonna dei Balcani”: che opinione ha della star americana? «La apprezzo molto, ma come potrei paragonarmi a lei?». Un’altra pausa, l’ultima sigaretta da accendere e poi la conclusione. «La macchina dell’industria americana dello spettacolo che sostiene Madonna è potentissima. Io invece sono conosciuta soltanto qui. Almeno finora...».
Lo sguardo fiero non ammette repliche, ma poi si scioglie in un sorriso che riassume la dolcezza, la durezza, il fascino e le contraddizioni di Svetlana, in arte Ceca. Condannata dalla sua stessa vita a rimanere Madame Arkan.

 

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