OH, NO! (ANCORA) BEIRUT

Un libro, le guerre, il giornalismo e le locomotive a vapore. ROBERT FISK, leggendario corrispondente inglese, aggiorna il "suo" Libano (ostaggio della geografia e degli errori che tengono lontana la pace). Rivela come capirlo: "rimanere sottotraccia". E amarlo: "stay humble" (rimanere umili)

"C'è chi prova a paragonarla a Tel Aviv, ma è molto più bella e interessante". L'uomo che azzarda il confronto, quand'era bambino (Inghilterra, primi anni Cinquanta) sognava di "guidare le locomotive a vapore". Da grande è invece diventato uno dei migliori giornalisti in giro per il mondo. Specializzato nel racconto di guerre, guerriglie e Medio Oriente, di cui è testimone da più di tre decenni. Al punto che ogni nuovo inviato o aspirante tale sbarchi in Libano (e non soltanto) lo cerca, gli chiede consigli, giudizi. Iniziamo da qui, allora: non ci si stufa a essere Robert Fisk? La risposta è una risata che si esaurisce con l'annuncio di una delle tante storie che il corrispondente del quotidiano The Independent (e prima del 1990 per Times) ha da raccontare. "Quando frequentavo l'università ero determinato a diventare un inviato di guerra e contattai giornali, televisioni. Tutti, Bbc e Times compresi. Ma nessuno rispondeva. Allora promisi a me stesso che se mai ce l'avessi fatta io avrei risposto a tutti. Così ho fatto, e continuo a fare. Anche ai più giovani, che arrivano qui e magari non sanno nulla. Perché credo che il giornalismo debba essere incoraggiato. E io sono, voglio essere accessibile". Robert Fisk - 63 anni, da 34 a Beirut - ci risponde al telefono dall'auto, "guida Amed, dieci anni più di me, con lui ho condiviso ogni tipo di pericolo", e poi dal terrazzo di casa, "affacciato sul Mediterraneo: da qui vedi un senso di pace, nonostante tutti i casini di questa città". Beirut, appunto, zona ovest: "Un miscuglio di musulmani e cristiani". Più tutte le altre confessioni religiose che dividono e fanno la differenza nel vortice di vita che segna la quotidianità e moltiplica le facce, le intepretazioni possibili di questo mosaico di gente e luoghi diversi. Senza punti di riferimento. "Amo i libanesi, sono curiosi, si interessano a tutto", sintetizza Fisk, anche e soprattutto autore di un libro diventato "classico", imprescindibile strumento di conoscenza mediorientale. Reportage di guerra e analisi politica, diario personale ed epica narrativa. Tutto questo e molto di più è Il martirio di una nazione, che nella nuova (e aggiornata) edizione (il Saggiatore, in libreria dall'11 marzo), si conclude con queste parole: In Libano il destino agisce così rapidamente che il giornalista, il cronista di fatti quotidiani, lo storico, il testimone delle atrocità umane, si rendono tutti conto di non poter scrivere il paragrafo finale, l'analisi definitiva, le ultime parole di questa immensa tragedia. Mai, in questa parte del mondo, ci siamo lanciati a una tale velocità verso il pericolo che ci attendeva. E mentre scrivo queste parole, so che ci sarà bisogno di un altro paragrafo, un altro capitolo che affogherà queste pagine nel sangue. Possibile che sia un paragrafo, un capitolo di speranza? Nessuno che abiti in questa regione riesce a pensare che ci possa essere una via d'uscita, una soluzione. L'unica speranza è data piuttosto dalla capacità delle persone di continuare la vita: costruiscono case, fanno figli. In qualche modo cercano un futuro. E la pace. Come vive Beirut? Per me è un posto dove tornare: viaggio molto e a volte trascorro lunghi periodi lontano da qui. Certo, rimane un posto complicato, ma affascinante: impari sempre cose nuove e non devi ossessionarti, ma stare attento, rimanere sottotraccia. A Beirut la violenza è sempre dietro l'angolo. Conseguenze delle guerre? Il mio punto di vista sui conflitti è cambiato studiando la Prima e la Seconda guerra mondiale: mi sono reso conto che non saremmo a questo punto se non fosse stato per ciò che accadde nella prima metà del secolo scorso. Compresi gli accordi del 1948, disastrosi per i palestinesi. Andiamo alle radici, allora: suo padre, oltre a guidare le locomotive a vapore fu anche un soldato britannico... Quando gli chiesi di spiegarmi il senso della Prima guerra mondiale, che lui aveva combattuto, rispose semplicemente: "Waste". Oggi soffriamo ancora le conseguenze di quei rifiuti, di quei disastri. Anche in Europa, negli anni Novanta, nei Balcani. La storia ci insegna che in Europa combattiamo più selvaggiamente degli altri. E la guerra di Bosnia ha avuto un'influenza notevole sui conflitti successivi, nel mondo musulmano. Ma non siamo stati in grado di capirlo, allora: io stesso, da Sarajevo tornavo a Beirut per riposare, e non mi rendevo conto della reazione musulmana a quella guerra. Esempi? Ricordo di aver incontrato un ragazzo, al Cairo, che mi chiese cosa pensavo della sua scelta: voleva sposare una bosniaca; quello era, mi spiegò, il suo modo di solidarizzare con la causa, e sostenere le donne vittime delle violenze serbe. Lì per lì non mi resi conto dell'importanza di quel gesto. E di quanto fosse diffuso l'atteggiamento empatico del mondo musulmano nei confronti dei bosniaci. Noi occidentali non abbiamo provato a capire tutto questo. E dopo, nulla è più stato uguale a prima. Quanto e come sono cambiate, le guerre? Dopo la Seconda guerra mondiale sono state create istituzioni, penso all'Onu, in base a principi che in seguito sono stati completamente scavalcati, delegittimati. Ignorati. Ma il fatto più grave è che la guerra sia diventata un'opzione politica, invece che la miserabile dimostrazione del fallimento umano. Abbiamo accettato come normali bombardamenti sui civili, sugli ospedali: una deriva iniziata nel 1991 con la prima guerra contro Saddam, proseguita in Bosnia, in Kosovo. E poi ancora Iraq, Afghanistan, ma anche Libano e Palestina. Tutto è ormai cambiato. Compreso il giornalismo, purtroppo, da quando si è diffuso il sistema embedding. È quella che chiamo "normalizzazione della guerra". Parliamo dei giornalisti, allora... Il peggio dei miei colleghi? Arrivano qui, parlano con il loro ambasciatore, incontrano un ministro, poi risalgono sull'aereo e tornano a casa pensando di sapere tutto. Invece non sanno e non capiscono proprio niente. Perché siamo in una regione speciale, in una città speciale: devi uscire, guardare, ascoltare. Non c'è giornalista migliore di quello che sa parlare con la gente. Io, a differenza di molti colleghi, ho scelto di restare sul campo, da reporter. E provo sempre a rimanere umile, "humble", come ripeteva mio padre. Incontrare persone che non conosco, ascoltare le loro storie: tutto questo è un privilegio. Qual è il più grande libro di guerra? Difficile dirlo, ma ritengo che Dispacci di Michael Herr sia stato fondamentale: un libro superbo che ha influenzato in maniera enorme il giornalismo di guerra. E non solo. E il prossimo di Robert Fisk? Night of Power, uscirà a dicembre, ed è dedicato ancora al Medio Oriente e agli effetti delle fallimentari guerre in Iraq e Afghanistan. All'inizio del libro scrivo che fare il giornalista è un po' come leggere un romanzo: non vedi l'ora di capire come finisca, ma la storia insegna che ogni capitolo ritorna. Più velocemente di quanto pensiamo. Il suo futuro invece: a Beirut? Non so se avrò davvero voglia di seguire la prossima guerra, che qui ci sarà, inevitabilmente, e sarà ancora tra Hezbollah e Israele. Perché a 63 anni inizio a desiderare una vita sicura. Ma da Beirut non me ne andrò.

 

CRONACA DI UNA FOTO-METAMORFOSI "Penso che la fotografia sia sempre un falso, perché quando si scatta inizia la separazione tra il soggetto, che continua il suo percorso deteriore, e l'immagine, che conserva nella sua fissità una realtà che non esiste più". Guido Cozzi, autore delle immagini di queste pagine ha lavorato spesso a Beirut, tra il 1994 e il 2000. Ed è tornato per seguire un'intuizione. Anzi, "la rielaborazione di un errore: cercavo da tempo il modo per restituire la relazione tra tempo e immagine. Poi, un giorno di qualche anno fa a Firenze, dove vivo, mi accorsi di aver dimenticato un cartone di diapositive in terrazza. Le gelatine della pellicola si erano trasformate, con i sali e gli acidi dell'acqua piovana, creando figure esteticamente perfette. Provocare il deterioramento delle foto mi sembrò un mezzo efficace per esprimere la mia idea". Passo successivo, appunto: il ritorno a Beirut: "con 40 rullini per raccontare 40 soggetti: decadenti come la ruota del vecchio lunapark, o teatrali come i palazzi bombardati e abbandonati. Ma anche piazze, e le grandi automobili esibite nel traffico". Messi in valigia contenitori con l'acqua marina, più terra e polvere raccolte lungo l'ex "linea verde" con cui trattare le pellicole, procede con la rielaborazione dell'errore. Il risultato? Cento immagini, tra cui abbiamo scelto le cinque qui pubblicate. Ma l'intero lavoro di (Beirut, polvere e sale) tornerà presto "a casa", esposto in una galleria d'arte della città libanese. Eva Grippa

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